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Diritti umani

Scuola italiana, docenti precari: stipendi inadeguati, burocrazia soffocante e costi personali per pochi giorni di supplenza

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Tra supplenze precarie, formazione costosa, procedure incomprensibili, carenze strutturali e lavoro oltre l’orario scolastico, cresce il divario tra le responsabilità richieste ai docenti e il loro riconoscimento economico e professionale. Ma quanto vale oggi, in Italia, il lavoro di un insegnante?

di Laura Marà

La scuola italiana continua a chiedere molto ai propri insegnanti, senza sempre garantire loro condizioni di lavoro adeguate. Stipendi poco competitivi, procedure burocratiche inutilmente complicate, precarietà, percorsi formativi onerosi, edifici scolastici che necessitano di manutenzione e un carico di responsabilità che spesso si estende ben oltre le ore trascorse in classe. È questa una delle contraddizioni più evidenti di un sistema che riconosce, almeno a parole, il valore fondamentale dell’istruzione, ma fatica a valorizzare concretamente chi ogni giorno ha il compito di educare le nuove generazioni.

Si parla frequentemente della necessità di migliorare la qualità dell’insegnamento, di innovare la didattica e di preparare gli studenti alle sfide del futuro. Molto meno spazio viene riservato alle condizioni in cui gli insegnanti sono chiamati a svolgere il proprio lavoro.

Eppure, una domanda dovrebbe essere al centro del dibattito: come si può pretendere una scuola di qualità se chi vi lavora è costretto a confrontarsi quotidianamente con difficoltà economiche, organizzative e strutturali?

Supplenze e convocazioni: quando la burocrazia diventa un costo per i docenti

Una delle prime criticità riguarda il sistema di assegnazione delle supplenze, soprattutto quelle di breve durata.

Nelle scuole italiane il reclutamento dei supplenti avviene attraverso differenti procedure, tra cui le Graduatorie Provinciali per le Supplenze (GPS) e le graduatorie di istituto, utilizzate secondo le disposizioni previste dalla normativa.

Nonostante l’esistenza di strumenti digitali per gestire le convocazioni, possono verificarsi situazioni in cui numerosi aspiranti docenti vengono invitati a presentarsi fisicamente presso una segreteria scolastica per l’assegnazione di un incarico.

Si pensi a trenta, quaranta o cinquanta insegnanti convocati per una supplenza che potrebbe durare appena cinque o sei giorni. Professionisti che devono organizzare uno spostamento, sostenere il costo del carburante, affrontare il traffico e dedicare parte della giornata a una procedura che, nella maggioranza dei casi, si concluderà senza alcuna assegnazione.

Quanto costa, in termini economici e di tempo, una convocazione che non porta a nulla? E soprattutto, perché dovrebbe essere il lavoratore a sostenere questo costo?

La normativa già contempla comunicazioni telematiche, manifestazioni di disponibilità e accettazioni a distanza. Proprio per questo, laddove si continui a richiedere la presenza contemporanea di numerosi candidati senza una reale necessità, la scelta appare difficilmente giustificabile.

In un Paese che investe nella digitalizzazione della pubblica amministrazione, costringere decine di persone a spostarsi per un incarico di pochi giorni rappresenta un’organizzazione poco efficiente, oltre che scarsamente rispettosa del tempo e delle risorse economiche dei lavoratori.

Graduatorie, fasce e normative: una burocrazia che disorienta persino gli insegnanti più esperti

A rendere ancora più complicata la vita degli insegnanti italiani contribuisce un sistema normativo e amministrativo spesso difficile da comprendere, persino per chi lavora nella scuola da molti anni.

Graduatorie provinciali, graduatorie di istituto, prima fascia, seconda fascia, terza fascia, abilitazioni, titoli di accesso, punteggi, riserve, aggiornamenti e interpelli. Un insieme di procedure e disposizioni che richiede ai docenti di orientarsi tra normative, scadenze e requisiti differenti, con il rischio di commettere errori che possono incidere sulle opportunità lavorative.

Basti pensare alla distinzione tra le Graduatorie Provinciali per le Supplenze (GPS), articolate in due fasce, e le graduatorie di istituto, che continuano a prevederne tre. Una differenza stabilita dalla normativa, ma non sempre immediatamente comprensibile per chi deve presentare domanda o verificare la propria posizione.

L’ordinanza ministeriale n. 27 del 16 febbraio 2026, relativa all’aggiornamento delle graduatorie per il biennio 2026-2028, è accompagnata da numerosi allegati tecnici e ha richiesto anche successive rettifiche. Un esempio concreto della complessità amministrativa con cui gli aspiranti docenti devono confrontarsi.

Non sorprende, dunque, che molti insegnanti, anche con anni di esperienza alle spalle, si rivolgano ai sindacati o a consulenti specializzati per comprendere come aggiornare la propria posizione, interpretare le disposizioni ministeriali o verificare i requisiti necessari per ottenere un incarico.

Il supporto sindacale rappresenta certamente una risorsa importante, ma non dovrebbe diventare quasi indispensabile per comprendere procedure che riguardano direttamente il proprio lavoro.

E qui emerge un’altra contraddizione: com’è possibile che un sistema incaricato di promuovere la conoscenza e la formazione risulti così difficile da interpretare proprio per i professionisti che ne fanno parte?

A volte si ha quasi l’impressione di trovarsi davanti a un labirinto burocratico, nel quale ogni chiarimento rimanda a una nuova disposizione e ogni aggiornamento richiede ulteriori verifiche.

Non è necessario ipotizzare che questa complessità sia voluta per riconoscerne le conseguenze. Il risultato è comunque un sistema che rischia di disorientare i lavoratori, sottrarre loro tempo e alimentare incertezza.

Le regole dovrebbero garantire trasparenza e pari opportunità, non trasformarsi in un ostacolo da superare per riuscire semplicemente a lavorare.

Semplificare il reclutamento scolastico non significa rinunciare ai controlli o ai criteri di selezione, ma rendere le procedure più chiare, accessibili e comprensibili, anche attraverso indicazioni univoche e strumenti digitali realmente intuitivi.

Corsi a pagamento e punteggi: il paradosso di dover spendere migliaia di euro per lavorare

Tra le contraddizioni più evidenti del sistema scolastico italiano emerge anche quella legata alla formazione e all’acquisizione dei titoli utili per migliorare la propria posizione nelle graduatorie.

Per molti insegnanti precari, accumulare punteggio significa aumentare le possibilità di ottenere una supplenza e, nel tempo, aspirare a una maggiore stabilità lavorativa. Oltre al servizio prestato e ai titoli già posseduti, alcune certificazioni e qualifiche aggiuntive possono contribuire al punteggio, secondo le tabelle ministeriali applicabili.

Il problema è che numerosi percorsi formativi sono a pagamento e possono comportare costi considerevoli.

Tra corsi universitari, percorsi abilitanti, master e certificazioni, la spesa può raggiungere diverse centinaia di euro e, in alcuni casi, avvicinarsi o superare i 3.000 euro. Naturalmente, non tutti questi percorsi sono obbligatori e non tutti attribuiscono lo stesso punteggio, ma il loro costo rappresenta comunque un ostacolo per chi dispone di risorse economiche limitate.

Ed è proprio qui che emerge una delle contraddizioni più difficili da giustificare.

Come può un insegnante precario, magari disoccupato da mesi o impiegato soltanto per pochi giorni alla volta, permettersi di spendere migliaia di euro per migliorare le proprie possibilità di lavorare?

Dove dovrebbe trovare queste risorse una persona che non percepisce uno stipendio regolare, che deve già sostenere le spese quotidiane e che non ha alcuna certezza di ottenere un incarico al termine del percorso formativo?

È ragionevole chiedere a chi cerca lavoro di investire somme così elevate senza poter garantire alcun ritorno occupazionale?

La formazione continua è certamente indispensabile in una professione delicata come quella dell’insegnamento. Aggiornare le proprie competenze, approfondire nuove metodologie didattiche e acquisire qualifiche specifiche significa migliorare la qualità dell’istruzione.

Ma il diritto alla formazione non dovrebbe trasformarsi in una possibilità riservata prevalentemente a chi dispone delle risorse economiche necessarie.

Il rischio è che due aspiranti docenti con preparazione ed esperienza simili si trovino in condizioni differenti anche in ragione della possibilità di finanziare ulteriori percorsi formativi.

Chi può permettersi di investire in nuovi titoli dispone di maggiori opportunità di incrementare il proprio punteggio; chi non ha le risorse economiche necessarie rischia invece di rimanere indietro, pur possedendo competenze professionali adeguate.

Non si tratta di mettere in discussione il valore dei titoli di studio o la necessità di verificare la preparazione degli insegnanti. Il problema è comprendere fino a che punto sia giusto far ricadere sui singoli lavoratori il costo economico dell’accesso e della progressione professionale.

La situazione appare ancora più paradossale se si considera che molti precari devono già sostenere spese per gli spostamenti, l’eventuale trasferimento in altre città e la partecipazione alle procedure di reclutamento.

Prima si chiede loro di investire denaro per acquisire i titoli, poi di attendere una convocazione, infine di accettare incarichi che possono durare soltanto pochi giorni.

Un meccanismo che meriterebbe una profonda revisione, attraverso un maggiore accesso alla formazione pubblica, agevolazioni economiche e percorsi di qualificazione realmente sostenibili.

Perché la possibilità di migliorare la propria posizione professionale dovrebbe dipendere soprattutto dal merito, dalle competenze e dall’esperienza, non dalla disponibilità economica.

Registri, documenti e adempimenti: il tempo sottratto all’insegnamento

Un altro problema riguarda il peso crescente degli adempimenti amministrativi.

Il registro elettronico dovrebbe rappresentare uno strumento di semplificazione, capace di rendere più rapide le comunicazioni tra scuola e famiglia, la registrazione delle presenze, l’assegnazione dei compiti e la documentazione delle attività didattiche.

Eppure, in alcune realtà scolastiche, al registro digitale si affianca ancora quello cartaceo, con la conseguenza di dover riportare due volte informazioni sostanzialmente identiche.

Non si tratta di un obbligo nazionale generalizzato, ma di una duplicazione che, quando viene richiesta, rischia di trasformare uno strumento utile in un ulteriore aggravio burocratico.

Registrare gli assenti, verificare le giustificazioni, annotare gli argomenti trattati, assegnare i compiti e compilare la documentazione prevista sono attività necessarie. Ma quando devono essere ripetute su supporti differenti, il tempo impiegato può diventare considerevole.

In una lezione di appena sessanta minuti, anche quindici o venti minuti dedicati agli adempimenti possono incidere sulla continuità dell’attività didattica.

Il compito principale di un insegnante dovrebbe essere insegnare, non trascorrere una parte sproporzionata della lezione davanti a un registro.

La tecnologia dovrebbe liberare tempo, non moltiplicare le operazioni. Se la digitalizzazione finisce per aggiungersi alle vecchie procedure anziché sostituirle, significa che qualcosa, nell’organizzazione del lavoro, non funziona.

Fotocopie a proprie spese, computer insufficienti e investimenti discutibili: la scuola che chiede ai docenti di arrangiarsi

Tra le contraddizioni del sistema scolastico italiano emerge anche quella relativa alla disponibilità degli strumenti necessari per svolgere le attività didattiche.

In alcune scuole, gli insegnanti si trovano a dover sostenere personalmente il costo delle fotocopie e dei materiali destinati agli studenti, a causa di limitazioni nell’utilizzo delle stampanti, della mancanza di risorse o di disposizioni interne che non consentono di effettuare liberamente le riproduzioni necessarie.

Può sembrare una spesa di poco conto, ma il problema è soprattutto di principio: perché un docente dovrebbe utilizzare il proprio stipendio per acquistare materiali indispensabili allo svolgimento del lavoro?

Un insegnante che prepara schede didattiche, esercitazioni, verifiche o materiali di approfondimento non dovrebbe essere costretto a scegliere tra rinunciare a determinate attività e pagarle di tasca propria.

La situazione appare ancora più contraddittoria se si considera che, nonostante gli investimenti nella digitalizzazione, non tutti gli istituti dispongono di una dotazione tecnologica sufficiente per rispondere alle esigenze quotidiane.

Computer, tablet, dispositivi per la didattica digitale e connessioni affidabili non sono sempre disponibili in quantità adeguate. In alcune realtà scolastiche, gli strumenti devono essere condivisi tra più classi, prenotati con anticipo oppure risultano obsoleti o non perfettamente funzionanti.

Eppure, agli insegnanti viene chiesto di aggiornarsi continuamente, integrare le nuove tecnologie nella didattica, utilizzare piattaforme digitali e sviluppare competenze informatiche.

Come si può pretendere una scuola tecnologicamente avanzata se non sempre si garantiscono gli strumenti necessari per lavorare?

Il tema richiama inevitabilmente alcune scelte compiute negli anni passati, tra cui l’acquisto dei cosiddetti banchi con le rotelle, diventati uno dei simboli più discussi degli interventi per la riapertura delle scuole durante l’emergenza sanitaria.

Quegli arredi erano stati proposti per favorire una diversa organizzazione degli spazi e della didattica, ma la loro utilità e l’opportunità della spesa hanno alimentato un ampio dibattito pubblico.

Senza dimenticare le esigenze straordinarie di quel periodo e i vincoli di destinazione delle risorse, è legittimo chiedersi se una maggiore attenzione agli investimenti strutturali, alle dotazioni informatiche e alla manutenzione delle attrezzature non avrebbe prodotto benefici più duraturi.

Forse sarebbe stato più opportuno dare maggiore priorità a computer, tablet, reti informatiche efficienti e strumenti realmente accessibili a tutte le classi, piuttosto che puntare su soluzioni destinate a suscitare tante perplessità.

Non si tratta di contrapporre necessariamente gli arredi scolastici alla tecnologia, ma di interrogarsi sulla programmazione della spesa pubblica e sulla capacità di individuare le reali necessità degli istituti.

Una scuola moderna non si costruisce soltanto attraverso annunci, progetti e innovazioni sulla carta. Si costruisce garantendo a studenti e insegnanti ambienti adeguati, materiali sufficienti e strumenti funzionanti.

E soprattutto, non dovrebbe essere il singolo docente a dover compensare, con il proprio denaro, le carenze dell’istituzione per cui lavora.

Il lavoro non termina con l’ultima campanella

Esiste poi un luogo comune particolarmente diffuso: quello secondo cui gli insegnanti lavorerebbero soltanto durante le ore di lezione, beneficiando di molto tempo libero e di lunghi periodi di vacanza.

Una rappresentazione superficiale che non tiene conto di tutto ciò che avviene prima e dopo l’ingresso in classe.

Preparare le lezioni, correggere verifiche ed elaborati, predisporre materiali didattici, partecipare ai consigli di classe, ai collegi dei docenti, agli scrutini, agli incontri con le famiglie e alle attività di aggiornamento professionale costituisce parte integrante della professione.

Queste attività non sono tutte straordinarie o necessariamente prive di retribuzione: molte rientrano negli obblighi contrattuali e nella funzione docente. Il problema riguarda piuttosto la distribuzione dei carichi di lavoro, la loro effettiva sostenibilità e la difficoltà di quantificare il tempo richiesto dalle attività individuali.

Non è raro che un insegnante inizi la giornata al mattino e debba tornare a scuola nel pomeriggio per una riunione, oppure che trascorra parte della serata a correggere compiti e preparare le lezioni successive.

Per chi ha una famiglia, figli piccoli o persone di cui prendersi cura, conciliare tutti questi impegni può diventare particolarmente difficile.

Il diritto al riposo e alla vita privata non dovrebbe essere considerato un privilegio, ma una componente essenziale di qualsiasi professione.

E questo vale anche per chi insegna.

Stipendi e costo della vita: quanto vale davvero un insegnante?

Il tema economico è probabilmente uno dei più delicati.

Secondo il rapporto Education at a Glance 2025 dell’OCSE, le retribuzioni effettive medie degli insegnanti italiani della scuola primaria, considerate in termini reali, sono diminuite del 4,4% tra il 2015 e il 2024. Un dato che evidenzia la perdita di potere d’acquisto e le difficoltà del nostro Paese nel rendere economicamente attrattiva la professione docente.

Gli aumenti contrattuali intervenuti negli ultimi anni rappresentano un passo avanti, ma non cancellano automaticamente gli effetti dell’inflazione e dell’aumento del costo della vita.

Le retribuzioni variano in base all’anzianità, all’ordine scolastico, all’orario di servizio e alla tipologia contrattuale. Per alcuni supplenti con incarichi a orario ridotto, gli importi percepiti possono essere particolarmente contenuti.

Si consideri, a titolo esemplificativo, un docente che disponga di circa 1.200 euro netti al mese.

Con questa cifra deve eventualmente pagare un affitto o un mutuo, sostenere le bollette, acquistare generi alimentari, utilizzare l’automobile per raggiungere la scuola e affrontare tutte le spese ordinarie della vita quotidiana.

Che cosa resta alla fine del mese?

E soprattutto, che cosa accade quando si presenta una spesa imprevista?

Una cura odontoiatrica complessa, per esempio, può richiedere diverse centinaia o migliaia di euro. Un impianto dentale completo può costare ben più di 500 euro, a seconda del trattamento necessario. Per chi dispone di un reddito modesto, una spesa del genere può significare rinunciare ad altri acquisti, ricorrere a un finanziamento o rinviare le cure.

Lo stesso discorso vale per una riparazione dell’automobile, un elettrodomestico da sostituire o una visita specialistica privata quando i tempi di attesa del servizio pubblico non sono compatibili con le necessità personali.

È accettabile che un professionista al quale viene affidata l’educazione delle nuove generazioni debba fare continuamente i conti con la possibilità di non riuscire a sostenere una spesa essenziale?

E non si tratta soltanto di sopravvivere economicamente.

Un insegnante dovrebbe potersi permettere anche una vacanza, un fine settimana fuori città, un’attività sportiva, un corso di formazione scelto per interesse personale o semplicemente qualche occasione di svago.

La qualità della vita non può essere misurata esclusivamente sulla capacità di pagare le bollette.

Scuole fatiscenti e ambienti poco salubri: le contraddizioni dell’edilizia scolastica

Alle difficoltà economiche e organizzative si aggiungono quelle legate alle condizioni degli edifici.

In Italia esistono scuole moderne, ristrutturate e dotate di attrezzature adeguate, ma anche strutture che continuano a presentare problemi di manutenzione, impianti obsoleti e ambienti poco confortevoli.

Durante i mesi più caldi, in alcune aule le temperature possono diventare difficili da sopportare, soprattutto in assenza di sistemi di climatizzazione o di un’adeguata ventilazione.

In inverno, invece, possono verificarsi problemi legati al funzionamento del riscaldamento, alla distribuzione del calore e alla manutenzione degli impianti.

Anche la qualità dell’aria merita maggiore attenzione. Aule sovraffollate, ventilazione insufficiente e impianti non adeguatamente controllati possono compromettere il comfort e il benessere di studenti e personale.

A questo si aggiungono carenze apparentemente banali, ma tutt’altro che trascurabili: bagni nei quali possono mancare sapone, carta igienica o materiali essenziali per l’igiene quotidiana.

Come si può parlare di qualità dell’istruzione se non sempre si riescono a garantire condizioni materiali dignitose a chi frequenta e lavora nelle scuole?

La manutenzione degli edifici non dovrebbe essere considerata un intervento secondario, da affrontare soltanto quando emerge un’emergenza. Dovrebbe rappresentare una priorità costante.

Precariato e instabilità: costruire una vita nell’incertezza

Un’altra contraddizione riguarda il destino di migliaia di docenti precari.

Professionisti qualificati che, di anno in anno, devono attendere le convocazioni, verificare le disponibilità, accettare incarichi temporanei e adattarsi a sedi differenti.

Per alcuni, la precarietà significa cambiare scuola più volte nel corso dello stesso anno. Per altri, accettare supplenze lontane dalla propria residenza, sostenendo costi di trasporto che incidono sensibilmente sulla retribuzione.

Non sempre è possibile programmare una vacanza, sottoscrivere un contratto di affitto a lungo termine o assumersi un impegno economico importante senza sapere quale sarà la propria situazione lavorativa nei mesi successivi.

Eppure, anche ai supplenti vengono richieste competenza, preparazione, responsabilità e capacità di inserirsi rapidamente in contesti scolastici spesso sconosciuti.

Un insegnante può essere chiamato a gestire una classe con pochissimo preavviso, conoscere studenti e programmi, adattarsi alle metodologie adottate dall’istituto e garantire continuità didattica.

Tutto questo, talvolta, per un incarico destinato a concludersi dopo pochi giorni.

La precarietà non è soltanto un problema contrattuale. È una condizione che può influenzare profondamente la vita personale, familiare ed economica di un lavoratore.

Responsabilità crescenti e riconoscimento insufficiente

Negli ultimi anni il ruolo dell’insegnante è diventato sempre più complesso.

Oltre alla trasmissione delle conoscenze, ai docenti viene chiesto di prestare attenzione alle difficoltà di apprendimento, ai bisogni educativi speciali, alle situazioni di disagio, alle dinamiche relazionali e ai possibili episodi di bullismo.

La scuola è chiamata a essere inclusiva, a prevenire la dispersione scolastica e ad accompagnare gli studenti nella crescita personale, oltre che culturale.

Sono obiettivi importanti e condivisibili, ma richiedono strumenti, formazione, collaborazione con le famiglie e sostegno da parte delle istituzioni.

Non si può continuare ad ampliare il numero delle responsabilità senza interrogarsi sulle risorse effettivamente disponibili.

L’insegnante non può essere contemporaneamente educatore, mediatore di ogni conflitto, referente amministrativo e unica figura chiamata a gestire tutte le fragilità che emergono all’interno di una classe.

Il rispetto della professione passa anche dalla capacità di riconoscerne i limiti e di assicurare il supporto necessario.

Il tempo libero non è un lusso: anche gli insegnanti hanno diritto a vivere

C’è infine un aspetto del quale si discute troppo poco: la qualità della vita dei docenti.

Dopo una giornata trascorsa tra lezioni, spostamenti, riunioni e incombenze burocratiche, non sempre rimangono energie sufficienti da dedicare a se stessi.

Chi ha figli deve occuparsi della famiglia. Chi vive lontano dalla scuola può trascorrere ore in automobile o sui mezzi pubblici. Chi deve preparare verifiche e correggere elaborati finisce spesso per utilizzare parte del proprio tempo personale.

E quando finalmente arriva il fine settimana, le possibilità economiche possono essere limitate.

Un viaggio, una cena fuori, un breve soggiorno o un’attività ricreativa rischiano di diventare spese da valutare attentamente, anziché occasioni di riposo e svago.

Naturalmente, queste difficoltà riguardano anche molte altre categorie professionali. Ma proprio per questo non dovrebbero essere normalizzate o considerate inevitabili.

Lavorare significa contribuire alla società e ottenere una retribuzione dignitosa, non rinunciare progressivamente alla propria vita privata.

Un sistema che pretende dedizione continua, ma non garantisce condizioni sufficienti per vivere serenamente, dovrebbe interrogarsi seriamente sul proprio modello organizzativo.

Gli insegnanti, i nuovi schiavi? Una provocazione che dovrebbe far riflettere

Definire gli insegnanti «i nuovi schiavi» è certamente una provocazione. Il lavoro docente è regolato da contratti, diritti e tutele e non può essere equiparato alla schiavitù nel suo significato storico e giuridico.

Ma la provocazione serve a richiamare l’attenzione su una questione concreta: quanto è sostenibile una professione che richiede responsabilità sempre maggiori, mentre il riconoscimento economico e le condizioni organizzative faticano a tenere il passo?

Non si tratta di negare il valore dell’insegnamento, né di ignorare le difficoltà che interessano l’intero mondo del lavoro. Si tratta, piuttosto, di riconoscere che la qualità dell’istruzione dipende anche dal benessere di chi la rende possibile.

Servono procedure di reclutamento più semplici e trasparenti, un utilizzo realmente efficace degli strumenti digitali, una distribuzione sostenibile degli impegni, investimenti nell’edilizia scolastica, maggiori opportunità di formazione accessibile e retribuzioni proporzionate alle competenze e alle responsabilità richieste.

Soprattutto, serve superare l’idea che insegnare sia una missione che debba giustificare qualsiasi sacrificio.

La passione per il proprio lavoro è importante, ma non può sostituire una retribuzione adeguata, né diventare il pretesto per accettare condizioni organizzative inefficienti.

Un insegnante non dovrebbe essere costretto a scegliere tra la propria professione e la possibilità di vivere dignitosamente. E un aspirante docente non dovrebbe trovarsi nella condizione di dover investire migliaia di euro soltanto per aumentare le proprie possibilità di ottenere un lavoro.

Perché una scuola che non valorizza i propri docenti rischia, inevitabilmente, di indebolire anche il futuro dei suoi studenti.

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