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Arte & Cultura

Sergio Laccone, l’artista imprenditore

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Sergio Laccone, soprannominato affettuosamente “talento eclettico” da Renzo Arbore, ha attraversato oltre quarant’anni di musica italiana. Oggi Sergio abita a Santo Domingo, dove insegna musica e si dedica a diverse iniziative imprenditoriali.

di Delia Stradella
Sergio Laccone, cantautore e compositore foggiano, soprannominato affettuosamente “talento eclettico” da Renzo Arbore, ha attraversato oltre quarant’anni di musica italiana. Una carriera tutta in salita, da Celenza Valfortore all’America Latina, passando per Napoli, l’Olanda e Lerici.
“Mio nonno vendeva dischi, era un’istituzione nel mio paese. Ricordo ancora i pacchi con l’etichetta Ricordi, i dischi di Sanremo…Ascoltavo molta musica da bambino. Mio zio mi regalò il primo strumento: una chitarra. Imparai a suonarla da autodidatta. Andai via di casa molto presto, cominciai a suonare nei ristoranti a Napoli, poi fu la volta di Lerici, in Liguria. Ero una sorta di trovatore moderno: ho viaggiato in ben 45 Paesi! Dopo aver trascorso molti anni in Olanda, fondai il mio primo gruppo musicale. Tornai in Italia nel 1982, mi stabilii a Roma e iniziai a fare un po’ di televisione.”

Nel 1985 arriva Quelli della notte di Renzo Arbore: per Sergio è la svolta. Arbore è un artista generoso, un autentico mentore, dall’entusiasmo contagioso.

“Renzo Arbore ha sempre cercato di rappresentare il meglio del nostro Paese. È un maestro dello spettacolo italiano e una fonte di ispirazione costante, il suo sorriso è contagioso. Io spero di riuscire almeno in parte a fare quello che ha fatto lui. Apprezzo chi vive di musica con sincerità, secondo il proprio gusto. Ad esempio, Sal Da Vinci, artista che conosco e che stimo: canta bene ed è una persona che ha sempre cercato di vivere del proprio mestiere. La musica è fatta per comunicare cose buone, io credo.”

Nel 1990 approda a Sanremo e collabora con importanti interpreti della musica italiana, tra cui Mina, Sergio Cammariere e Roberto De Simone. Eppure il suo approccio al Festival è pragmatico e disincantato.

“Non vedo Sanremo come un momento centrale della cultura italiana: è un rituale dell’intrattenimento, ha valore nell’ambito della cultura pop musicale. L’arte e la musica sono di tutti. La musica piace perché la gente ci si riconosce: appartiene a chi la ascolta, non a chi la
realizza. La musica è intorno a noi, ovunque! È parte dell’armonia universale, quell’onda di vita che muove tutto. Noi musicisti non facciamo altro che catturarla, non ci appartiene.”

Sergio ha calcato palcoscenici nazionali e internazionali e oggi non teme più il giudizio del pubblico.

“Salire sul palco è un gesto d’amore, è dare senza bisogno di ricevere: è importante condividere. Mi ritengo un chansonnier moderno: al posto delle parole utilizzo impressioni e immagini per raccontare il presente. La musica ha una sintesi maggiore rispetto alla parola. L’arte è un cammino diretto e sintetico, un mezzo ascensionale. Oggi è tutto molto iper-organizzato, viviamo in una sorta di follia collettiva! Ci facciamo un po’ troppi problemi: la cultura, l’analisi delle cose… La musica di oggi manca di semplicità e immediatezza, è troppo pensata, studiata a tavolino. Non mi riconosco più. Abbiamo perso il gusto della semplicità e dell’immediatezza. La gente in Italia merita di più.
L’arte permette di trovare piacere anche nei momenti più tristi, ma alla fine, come dice Sergio, sono pur sempre canzoni.”

Nonostante tutto, Sergio non esclude di tornare in Italia.

“Spero di poter fare delle cose in Italia e mi piacerebbe vivere almeno una parte dell’anno qui. Non posso ignorarne il richiamo. Mi manca, in particolare, la lingua: la facilità di esprimersi nella propria lingua madre, il confrontarsi con qualcuno “vicino” per formazione, cultura, esperienze…una sorta di empatia geosociale.

Sergio si definisce un pensatore libero. Le sue opinioni sono oneste e taglienti, soprattutto quando si parla di intelligenza artificiale.

“L’intelligenza artificiale nell’arte serve per realizzare un prodotto commerciale, non può e non deve sostituirsi al percorso umano e artistico dell’individuo. Purtroppo siamo abituati a considerare le cose di grande successo commerciale come qualcosa di valore anche sotto l’aspetto artistico. Non è sempre vero, anzi!”


“Vedo l’I.A. come uno strumento per fare delle cose, una sintesi di quello che esiste. Il modo più sano per utilizzare l’intelligenza artificiale è personale: sfruttare la conoscenza umana per ampliare i propri confini. L’uomo riconosce la propria ignoranza e i propri limiti, bisogna ampliare il proprio stato di essere.
Purtroppo quello che manca oggi è una guida spirituale universale. L’intelligenza artificiale è uno strumento che facilmente si insinua nelle coscienze, ed è pericoloso sotto questo punto di vista. La fuga verso un futuro ipertecnologico stride con la semplicità della vita.”

Oggi Sergio abita a Santo Domingo, dove insegna musica e si dedica a diverse iniziative imprenditoriali.

“Sto aprendo un ristorante con dipendenti del posto, è una cosa a cui tengo particolarmente. Faccio l’imprenditore per fornire mezzi di sussistenza alla mia famiglia e a quelle dei miei dipendenti. È una bella responsabilità.
Il motto del ristorante? Cantare e mangiare!”

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