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Gli inganni di Pechino: se anche il petrolio svela le vere dimensioni dell’economia cinese – Beijing’s deceptions: if even oil reveals the true size of the Chinese economy
Gli inganni di Pechino: se anche il petrolio svela le vere dimensioni dell’economia cinese
di Marco Andreozzi
Il dimezzamento a 5,5 milioni di barili al giorno delle importazioni petrolifere cinesi durante la crisi di Hormuz ha dato l’occasione all’Economist di definire la Cina una grande potenza petrolifera – più importante dell’OPEC – per aver contribuito in maniera decisiva a non far decollare il prezzo del greggio. C’è del vero. Pechino ha interrotto un massiccio circuito speculativo di trasformazione e vendita di prodotti derivati come diesel, benzina e carburante per aerei attraverso le sue mastodontiche e pesantemente energivore raffinerie statali e finte indipendenti, quale raffinatore ombra globale.
Il congelamento delle esportazioni di prodotti raffinati – che nel 2025 hanno generato oltre 39 miliardi di dollari – ha consentito la protezione delle riserve interne, garantendo al proprio sistema logistico di non crollare, e mettendo in sofferenza altre nazioni del Sudest Asiatico che, in alcuni casi, hanno contenziosi aperti su alcune isolette. Negli ultimi dieci anni, questo flusso costante si è tradotto in una forchetta da 4,3-5,4 miliardi di barili immessi sui mercati mondiali, principalmente in Asia ed Europa. Il mercato energetico cinese è coperto dal segreto di Stato e la stima fluttua per più fattori, in primis i dati di esportazione dei carburanti, pubblicati in tonnellate metriche e non in barili: per le diverse densità specifiche, la conversione matematica introduce un margine di approssimazione intrinseco a seconda del mix esportato ogni anno.
In più, si parla di ‘flotte fantasma’ e petrolio mascherato. Una quota massiccia del greggio che la Cina raffina e rivende proviene da paesi sanzionati come Iran, Russia e Venezuela, con sconti da 10 a 30 dollari al barile rispetto al prezzo di riferimento Brent. Pechino è arrivata ad assorbire fino al 95% delle esportazioni iraniane e circa il 20-25% di quelle russe, e le esportazioni come carburante a prezzo pieno di mercato genera grossi margini di profitto. Questo petrolio viaggia spento sui radar e viene trasbordato in mare aperto. Spesso viene registrato falsamente come proveniente da altri paesi, ad esempio dalla Malaysia, che esporta in Cina molto più petrolio di quanto ne produca. Di conseguenza, la tracciabilità esatta è impossibile da calcolare al singolo barile. A questo si aggiunge la questione geopolitica perché Pechino non comunica pubblicamente l’entità esatta dei propri stoccaggi commerciali e militari (le riserve strategiche) e quanto venga avviato alla raffinazione. I volumi sono stimati a livello internazionale tramite rilevazioni satellitari dei serbatoi a tetto galleggiante.

I dati 2026 necessitano però di analisi da un’angolazione più acuta perché rafforzano la realtà delle dimensioni vere dell’economia cinese, probabilmente dimezzando o anche più i dati ufficiali, come studi basati su variabili economiche, dati satellitari e consumi energetici confermano da tempo. Il settore industriale – manifatturiero, metallurgico e chimico – assorbiva poco più del 64% dei consumi energetici totali nel 2016. Nel 2018 – primo anno recessivo – scendeva sotto questa soglia, nel 2019 toccava il 63%, nell’anno pandemico stava al 62,5% e nel 2021 del rimbalzo post-Covid risaliva al 63,4; da lì, progressiva discesa dal 62,1% del 2022 al 61% del 2025.

Per andare al punto, tra il 2016 e il 2020, il tasso medio annuo ufficiale di crescita dei consumi energetici totali cinesi è sceso al 2,5%. Nello stesso identico lasso di tempo, il PIL ufficiale di Pechino restava su crescite costanti superiori al 6% l’anno. Per un’economia che ha nel settore manifatturiero pesante il suo motore principale, è un’incongruenza macroeconomica. Il tasso medio annuale di crescita dei consumi energetici totali nel quadriennio 2021-2025 si è invece attestato intorno al 4,7%. Un cambio di passo, ma se la macchina economica cinese fosse cresciuta davvero ai travolgenti ritmi ufficiali tra il 2021 e il 2024, una crescita dei consumi energetici sotto il 5% non sarebbe stata fisicamente sufficiente. Nei fatti, una quota consistente di questo incremento energetico medio (specialmente nel picco del 2023) è stata assorbita dalle raffinerie invece che per produrre beni di consumo. Questo conferma la tesi secondo cui l’energia reale tracciata dai satelliti ha alimentato il posizionamento geopolitico e lo ‘scudo’ petrolifero del Paese, anziché una crescita pur modesta del mercato interno.

Oltre ad aver dimostrato una volta di più che le sanzioni non servono a fermare le guerre, salvo per quelle voci direttamente riferibili a produzioni militari, due sono le considerazioni fondamentali che emergono, a partire dal solito effetto-teatro. Infatti, il governo cinese utilizza il calo dell’intensità energetica (consumi energetici per unità di PIL) del 15% negli ultimi dieci anni per dimostrare al mondo che l’economia nazionale si sta ‘pulendo’. In secundis, se la Cina avesse davvero vissuto la crescita pur contenuta dei consumi interni sbandierata dai dati ufficiali del PIL, la quota industriale sarebbe dovuta scendere in modo molto più drastico. Il fatto che l’industria continui a fagocitare quella quota dell’intera energia del Paese, quando nelle nazioni ricche viaggia sotto il 30%, conferma che la Cina è rimasta una gigantesca fabbrica a basso costo per l’esportazione, dove i consumi delle famiglie non sono mai decollati come da propaganda.
Beijing’s deceptions: if even oil reveals the true size of the Chinese economy
by Marco Andreozzi
The halving of Chinese oil imports to 5.5 million barrels per day during the Hormuz crisis gave the Economist reason to call China a major oil power—more important than OPEC—for having decisively contributed to the slump in crude oil prices. There’s some truth to this. Beijing has interrupted a massive speculative network of processing and selling derivative products like diesel, gasoline, and jet fuel through its gigantic and energy-intensive state-owned and sham-independent refineries, acting as a global shadow refiner.
The freeze on refined product exports—which generated over $39 billion in 2025—has protected domestic reserves, ensuring the logistics system doesn’t collapse, and placing other Southeast Asian nations at risk, some of which have ongoing disputes over small islands. Over the past ten years, this steady flow has translated into a range of 4.3–5.4 billion barrels released onto global markets, primarily in Asia and Europe. China’s energy market is shrouded in state secrecy, and estimates fluctuate due to several factors, primarily fuel export data, which is published in metric tons, not barrels. Due to different specific densities, the mathematical conversion introduces an inherent margin of approximation depending on the mix exported each year.
Furthermore, there is talk of ‘ghost fleets’ and disguised oil. A massive share of the crude oil that China refines and resells comes from sanctioned countries like Iran, Russia, and Venezuela, at discounts of $10 to $30 per barrel compared to the Brent benchmark. Beijing has absorbed up to 95% of Iranian exports and approximately 20-25% of Russian exports, and exports as fuel at full market price generate large profit margins. This oil travels under the radar and is transshipped offshore. It is often falsely registered as coming from other countries, such as Malaysia, which exports far more oil to China than it produces. Consequently, the exact traceability is impossible to calculate down to the individual barrel. Added to this is the geopolitical issue, as Beijing does not publicly disclose the exact size of its commercial and military stocks (strategic reserves) and how much is sent for refining. Volumes are estimated internationally through satellite surveys of floating roof tanks.

The 2026 data, however, require a more acute analysis because they reinforce the reality of the true size of the Chinese economy, likely halving (or more) the official figures, as studies based on economic variables, satellite data, and energy consumption have long confirmed. The industrial sector—manufacturing, metallurgical, and chemical—absorbed just over 64% of total energy consumption in 2016. In 2018—the first year of recession—it fell below this threshold, in 2019 it reached 63%, in the pandemic year it was at 62.5%, and in 2021, with the post-Covid rebound, it rose to 63.4%. From there, a gradual decline from 62.1% in 2022 to 61% in 2025.

To get to the heart of the matter, between 2016 and 2020, the official average annual growth rate of China’s total energy consumption fell to 2.5%. Over the same period, Beijing’s official GDP remained consistently growing at above 6% per annum. For an economy driven primarily by heavy manufacturing, this is a macroeconomic inconsistency. The average annual growth rate of total energy consumption in the four-year period 2021-2025, however, stood at around 4.7%. This is a significant change, but if China’s economy had truly grown at the impressive official rates between 2021 and 2024, energy consumption growth below 5% would not have been physically sufficient. In fact, a significant portion of this average increase in energy consumption (especially at the peak in 2023) was absorbed by refineries rather than producing consumer goods. This confirms the thesis that real energy tracked by satellites has fueled the country’s geopolitical positioning and oil ‘shield’, rather than the even modest growth of the domestic market.

In addition to having demonstrated once again that sanctions are useless in stopping wars, except for those items directly related to military production, two key considerations emerge, starting with the usual theatrical effect. The Chinese government is using the 15% decline in energy intensity (energy consumption per unit of GDP) over the past ten years to demonstrate to the world that the national economy is ‘cleaning up’. Secondly, if China had actually experienced the albeit modest growth in domestic consumption touted by official GDP data, the industrial share would have fallen much more dramatically. The fact that industry continues to swallow up that quota of the country’s energy, while in rich nations it hovers under 30%, confirms that China has remained a giant low-cost factory for export, where household consumption has never taken off as the propaganda has advertised.

Marco Andreozzi, è Dottore in Ingegneria Meccanica, Economia/Amministrazione (Politecnico di Torino). Tecnologo industriale e specialista del settore energetico, proviene da esperienze professionali in cinque multinazionali in Italia e paesi extra-europei, e come direttore generale da un quarto di secolo; nomade digitale dal 2004 al 2019, e’ sinologo, parla correntemente il mandarino e in Cina e’ stato docente a contratto.
Marco Andreozzi, is a Doctor in Mechanical Engineering, Economics/Administration (Polytechnic of Turin). Industrial technologist and specialist in the energy sector, he comes from professional practices in five corporates in Italy and non-European countries, and as managing director for a quarter of a century; digital nomad from 2004 to 2019, he is a sinologist, speaks fluent Mandarin and was a visiting professor in China.
