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Ambiente & Turismo

Il fungo mangia-plastica

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Un piccolo fungo chiamato Parengyodontium album  è in grado di mangiare e digerire la plastica rendendola compatibile con la terra.

Di Francesca Fontana

In un futuro non molto lontano potremo dire addio alla plastica, ma senza rinunciarci. Sembra un controsenso, ma non lo è. Potremo usare la plastica che però, non sarà più un problema per l’ambiente grazie ad un fungo.  Un piccolo fungo chiamato Parengyodontium album che è in grado di mangiare e digerire la plastica rendendola compatibile con la terra.

In mezzo all’oceano Pacifico, una distesa infinita d’acqua, dove al posto delle onde galleggia un mostro silenzioso: oltre 80 milioni di chili di plastica intrappolati nel vortice della parte nord dell’oceano. Una gigantesca isola di rifiuti che continua a crescere, alimentata dalle centinaia di miliardi di chili di plastica che l’umanità produce ogni anno. Un disastro ambientale sotto gli occhi di tutti, che prima o poi affonda verso i fondali, soffocando il mare con tutte le sue creature.

Ma la natura, a volte, trova strade davvero inaspettate per difendersi. E l’aiuto questa volta arriva dal nostro alleato microscopico.

Fino a ieri gli storici e i curatori d’arte lo temevano come la peste, perché questo minuscolo fungo è famoso per rovinare le opere custodite nei musei. Oggi, invece, una squadra internazionale di microbiologi marini guidata dall’Istituto Olandese per la Ricerca Marina (Nioz) ha scoperto che vive felicissimo proprio sulla superficie di quell’isola di plastica.

I ricercatori sono andati sul posto, ne hanno prelevato alcuni campioni e li hanno portati in laboratorio per fare un esperimento geniale: hanno nutrito il fungo con del polietilene (uno dei tipi di plastica più diffusi) “tracciato” con un particolare isotopo del carbonio, il carbonio-13. Questo sistema ha permesso di seguire ogni singolo passo del processo biochimico, come se il cibo avesse un GPS integrato.

I risultati sono stati sorprendenti. Il fungo mangia davvero la plastica, la scompone e la trasforma. La cosa curiosa è che non usa quasi nulla di quel carbonio per nutrirsi o accrescersi: la maggior parte viene trasformata ed espulsa sotto forma di anidride carbonica. Niente paura per l’effetto serra, però. Gli esperti rassicurano: la quantità di CO2 rilasciata da questi microrganismi è minima, paragonabile a quella emessa da noi umani durante un semplice respiro.

C’è solo un piccolo “ma” in questa storia. Il fungo non fa tutto da solo: ha bisogno di un complice fondamentale, il Sole. Parengyodontium album riesce a digerire il polietilene solo se il materiale è stato prima “ammorbidito” e “scaldato” dai raggi ultravioletti. In poche parole, funziona benissimo sui rifiuti che galleggiano al sole in superficie, ma non può nulla per la plastica che è già sprofondata in fondo al mare dove la luce non arriva.

Siamo solo all’inizio. Finora i funghi marini capaci di mangiare la plastica si contavano sulle dita di una mano. Ma la scoperta di questo piccolo “spazzino del mare” dimostra che negli oceani ci sono ancora tantissimi microrganismi sconosciuti pronti a darci una mano. La caccia ai netturbini invisibili del mare è appena cominciata.

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