Attualità
Addio al redditometro
Uno strumento nato per stanare i cosiddetti “finti poveri”, ma diventato nel tempo sempre più controverso, sempre più contestato.
Di Francesca Fontana
Addio al redditometro. O, almeno, a quello che per anni è stato raccontato come il grande occhio del fisco degli italiani. Lo strumento con cui l’Agenzia delle Entrate poteva bussare alla porta di chi dichiarava poco ma mostrava un tenore di vita molto più alto: case, auto, barche, cavalli, scuole private, investimenti, spese non compatibili con il reddito dichiarato.
Tecnicamente si chiama accertamento sintetico del reddito. Nel linguaggio comune, però, è sempre stato il redditometro: una parola entrata nell’immaginario collettivo come sinonimo di controllo invasivo, quasi domestico, sulle abitudini dei contribuenti. Uno strumento nato per stanare i cosiddetti “finti poveri”, ma diventato nel tempo sempre più controverso, sempre più contestato.
A decretare la sua morte sono i numeri del Rendiconto generale dello Stato 2025, analizzati dalla Corte dei conti: nel 2025 ha prodotto solo 398.457 euro di somme riscosse, a fronte di oltre 35 milioni di euro accertati. In pratica, su cento euro contestati, l’Erario è riuscito a recuperarne poco più di uno.
In sostanza uno strumento più che in declino, nato nel 1973. L’idea originaria era semplice: se il reddito dichiarato non basta a giustificare il patrimonio o le spese sostenute, il fisco può ricostruire in modo indiretto la vera capacità contributiva del contribuente. Non si guarda solo a quanto una persona dice di guadagnare, ma anche a come vive, a cosa compra, a quali beni possiede.
Il principio, sulla carta, resta uno dei cardini della lotta all’evasione. Perché in un Paese dove una parte dell’economia continua a muoversi fuori dai radar fiscali, il contrasto tra redditi bassissimi e stili di vita agiati può diventare un indizio importante. Ma proprio quel metodo, fondato sull’osservazione delle spese e dei beni, è sempre stato divisivo dal punto di vista politico. Troppo alto il rischio di apparire come chi vuole mettere il naso nella vita privata dei contribuenti. Troppo forte, per tutte le forze politiche, il timore di perdere consenso.
Così, modifica dopo modifica, il redditometro è stato progressivamente svuotato. Ogni intervento normativo ha ristretto il campo d’azione, fino all’ultimo colpo arrivato nell’agosto del 2024 con il decreto Omnibus. Da allora l’accertamento sintetico può scattare solo in presenza di condizioni molto più rigide: il reddito ricostruibile deve superare di almeno il 20 per cento quello dichiarato e, soprattutto, la differenza deve essere pari ad almeno dieci volte l’assegno sociale annuo. Tradotto: non meno di 69.473 euro. Sotto questa soglia, il fisco non può procedere.
La Corte dei conti usa una formula netta: “drastico ridimensionamento”. Un dato giuridico, ma anche operativo. Il redditometro non è formalmente scomparso, ma nella pratica è diventato un fantasma.
Eppure, paradossalmente, nel 2025 gli accertamenti sono aumentati. Sono stati 923, il 15,5 per cento in più rispetto ai 799 del 2024. Ma il dato va letto con attenzione. Si tratta in gran parte di pratiche riferite ad anni d’imposta precedenti alla riforma: 2016, 2017, 2018, 2019, 2020. Un’eredità del passato, più che l’inizio di una nuova stagione.
Nel dettaglio, su 923 accertamenti eseguiti, 367 hanno riguardato contribuenti classificati come evasori totali o quasi; 206 soggetti con redditi professionali o d’impresa; 350 altri tipi di contribuenti. Ma l’efficacia in termini di recupero è minima.
Il confronto con gli anni precedenti è impietoso. Nel 2023 le somme riscosse erano state pari a 3 milioni e 700 mila euro. Nel 2024 erano già scese a 580 mila. Nel 2025 si sono fermate sotto quota 400 mila.
Resta però il problema di fondo. Se il redditometro esce di scena che cosa prende il suo posto? La Corte dei conti lancia un avvertimento. I magistrati contabili sottolineano che deve comunque essere garantita la presenza di controlli efficaci davanti a incrementi patrimoniali rilevanti, disponibilità di beni e servizi, manifestazioni di agiatezza non coerenti con i redditi dichiarati.
In altre parole: il vecchio redditometro può essere archiviato, ma il problema che lo aveva generato resta. Come si controlla chi dichiara poco e vive da ricco? E soprattutto: come si costruisce un sistema di verifiche efficace senza trasformarlo in uno strumento come invasivo ?
È questa la sfida che resta aperta. Da una parte la tutela dei contribuenti, la necessità di evitare controlli automatici, presunzioni rigide, ricostruzioni scollegate dalla realtà. Dall’altra l’esigenza dello Stato di non rinunciare a vedere quelle contraddizioni macroscopiche che, in un sistema fiscale equo, non possono essere ignorate.
