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Inversione biologica: benvenuti nella società senza vecchiaia
Il premio Nobel 2012 per la medicina Shinya Yamanaka ha certificato la nostra capacità di riprogrammare le cellule adulte, riportandole alla giovinezza perduta e cancellando l’usura del tempo dall’orizzonte del futuro umano.
di Alessio Zedda
Il premio Nobel 2012 per la medicina Shinya Yamanaka ha certificato la nostra capacità di riprogrammare le cellule adulte, riportandole alla giovinezza perduta e cancellando l’usura del tempo dall’orizzonte del futuro umano. A gennaio è cominciata la sperimentazione sull’uomo, ma non è difficile prefigurare un radicale sconvolgimento sociale qualora i test clinici dovessero rivelarsi davvero promettenti come sembra. La prima conseguenza di questa rivoluzione scientifica è decifrabile con una certa attendibilità e riguarda proprio il nostro rapporto con la salute e la nostra concezione della medicina.

Ripristinare la giovinezza delle cellule significherebbe modificare radicalmente l’approccio terapeutico, che smetterebbe di configurarsi come una reazione alla malattia che si manifesta, per orientarsi ad una più puntuale attenzione rigenerativa e preventiva. Non è difficile immaginare un reset periodico che sia in grado di fermare sul nascere alcune delle malattie croniche più insidiose e legate all’età come l’Alzheimer, il diabete, tutte le patologie cardiovascolari e il cancro. Il primo effetto sarebbe una drastica riduzione dell’accesso agli ospedali e ai farmaci, con un sostanziale alleggerimento dei sistemi sanitari e la riduzione del forte debito accumulato dagli stessi parallelamente all’allungamento della durata della vita media e al conseguente invecchiamento della popolazione.
L’invecchiamento, tuttavia, assumerebbe ben altri contorni, portando la vita attiva ben oltre gli 80 anni, rimodulando drasticamente il concetto di “anziano” che, come interpretato oggi, non avrebbe più senso di esistere. La durata delle carriere costringerebbe la società ad una profonda riorganizzazione. Il sistema pensionistico potrebbe essere sostituito da periodi sabatici di ringiovanimento biologico che ricollochi ogni individuo al suo posto, nei modi e nei tempi che sarà egli stesso a scegliere e che non saranno più una costrizione dovuta alla fatica, alla stanchezza dell’età.

L’impatto sulla famiglia subirebbe una trasformazione per alcuni versi imprevedibile. Oggi convivono 3 generazioni, che interagiscono secondo modalità a tutti chiare e definite, consolidate da uno schema organizzativo che sembrava immutabile solo venti anni fa e che oggi, alla luce di questa scoperta, appare in forte discussione. Nonni lavoratori produttivi, in piena forma e con un ruolo attivo nel processo educativo di nipoti e pronipoti, parte integrante di una forza lavoro capace di arrestare il declino demografico e consentire la convivenza di 4 o 5 generazioni, mettendo in discussione ruoli e posizioni non più scontate.
Sul piano economico si stima che l’estensione, della vita sana e attiva anche di un solo anno solare porterebbe, limitandoci agli Stati Uniti, ad un aumento di produttività pari a quasi 40 miliardi di dollari. Queste proiezioni definiscono i contorni di quella che viene definita “longevity economy” e che, allo stato attuale, costituisce un settore che vale più di 12 miliardi dollari su scala mondiale e che è destinato a subire una ulteriore impennata nei prossimi anni.
Tutto bene dunque, oppure no? Questioni etiche ed interrogativi importanti si annidano nel flusso narrativo di una rivoluzione senza dubbio straordinaria. Innanzitutto, chi potrà permettersi di ringiovanire e chi no? Facile immaginare al creazione di una “nobiltà” minoritaria di eterni giovani a fronte di una massa numerosa di individui per i quali tutto resterà come prima. Al contrario, rendere universale la possibilità di ringiovanimento aprirebbe una serie di criticità già evidenziate con il sovrappopolamento del pianeta: accesso alle risorse alimentari ed energetiche innanzitutto.

Dal punto di vista “politico” potremmo assistere alla paralisi del ricambio generazionale con una ricaduta non trascurabile del nostro concetto stesso di tempo, che implica radicali trasformazioni sulle scelte di vita, sul senso dell’esistenza e sulle tappe ancora ignote che caratterizzerebbero la scansione dalla nascita alla morte su un arco ben più esteso di anni (si parla di una aspettativa media tra i 120 e i 150 anni). La cosiddetta epigenetica parziale, che garantisce la possibilità biologica di ringiovanire per ¾ il nostro patrimonio cellulare non è certo una possibilità acquistabile in farmacia, il trial è solo all’inizio e non mancheranno imprevisti e battute d’arresto, ma per la prima volta siamo di fronte ad una domanda necessaria ed urgente.
La fine dell’invecchiamento apre scenari non più fantascientifici, sarà bene occuparci anche delle conseguenze sociali di una tale metamorfosi cognitiva, oltre che biologica. Il 2026 passerà probabilmente alla storia come il momento chiave che ha dato avvio alla possibilità concreta di mettere mano all’orologio biologico, non già per fermare l’invecchiamento, ma, addirittura, per farlo tornare indietro. Questa inaspettata inversione di marcia apre scenari imponderabili e ci pone domande alle quali è opportuno cercare risposte nel più breve tempo possibile, per evitare rischi ed effetti collaterali di tipo sociale, che sono decisamente meno controllabili di quelli biologici.
