Ambiente & Turismo
“Quanto sei bella Roma”, nun ce so’ nata a Roma, ma t’ho scoperta stamattina!
“Quanto sei bella Roma”, nun ce so’ nata a Roma, ma t’ho scoperta stamattina! Un tentato elogio a una delle città più belle del mondo.
di Angela Celesti
Passano anni e puoi non comprendere quella romanità che non ti appartiene perché sei nato altrove, ti compenetri attraversando ogni angolo di questa meravigliosa città, raccontata, osservata, vissuta tra le piazze, le chiese, i palazzi e le fontane, i borghi nascosti che ti spuntano senza preavviso, silenziosi e antichi, inossidabili rifugi lontani dal caos dei luoghi iconici ricchi di turisti, i vicoli remoti, veri e propri scrigni di memoria, trovati senza mappe e raggiunti per curiosità e istinto, odori e luce, quella bella a qualsiasi ora, frammenti di città e di vita popolare.

Qualcuno si chiederà se sia un po’ troppo scrivere un elogio, un privilegio per i grandi poeti e scrittori che l’hanno celebrata nel corso dei secoli: Goethe che l’ha definita sua “seconda patria”, Shelley che le ha dedicato intensi versi, Byron che la descrive come l’Urbe per eccellenza… e poi i nostri Virgilio, Belli, Carducci e Pasolini, e infine Moravia ed Elsa Morante nati nel cuore della città in cui la storia è diventata vita quotidiana fatta di cinismo difensivo, gesti semplici e inconfondibile caotica poesia, una città dove la definizione caput mundi ha un “ma de che?” come risposta.

Non solo città dell’arte e della storia, museo a cielo aperto, centro culturale e religioso del mondo occidentale ma una commistione di architettura che, strato dopo strato, epoca dopo epoca emerge dal profondo delle strade e da un accumulo di detriti, rovine e nuove costruzioni dall’epoca romana al Medioevo, dal Rinascimento fino all’era moderna.

Ciò che si può tentare di fare è uscire da ogni stereotipo, ogni ripetizione ossessiva della sua “bella presenza”, un compito delegato ai ciceroni che la porgono a uno stuolo incessante di turisti provenienti da tutto il mondo, grassocci e sudaticci, con le gote arrossate dal troppo sole e dal tempo “scandito” dall’orologio.

Mi viene così in aiuto un ragazzo di 14 anni, un romano doc che nel pieno del pensiero esistenziale legato all’adolescenza, scrive una canzone – la sua prima dichiarazione d’amore alla sua città – su un pezzo di carta, un foglio che un decennio ingiallisce fino a quando, è il 1972, il ragazzo ormai un uomo, la incide: Roma Capoccia, – il titolo – e quel ragazzo è Antonello Venditti.

L’ascolto e la riascolto trovando le emozioni tante volte celate, quando ammutolita guardavo per la prima volta questa città che, piena della sua bellezza, non ti mette mai in soggezione, anzi ti seduce, certa che non puoi resisterle.

Un brano, Roma Capoccia, che dopo averti ubriacato con i tramonti dorati, le bellezze storiche, i romanticismi leciti e necessari, come il ‘robivecchi’ e una carrozzella, tra il Colosseo e il Cupolone (nomignolo dato dai romani alla cupola di San Pietro), ti restituisce una dimensione terrena dove Venditti, sempre in bilico tra realtà e leggenda, descrive gloria e decadenza, in continua contrapposizione come il bene e il male.

Romantico e difficile il brano, con la sua scrittura e l’arrangiamento orchestrale, diventa un accompagnamento come in una passeggiata nella città, una serie di diapositive ormai consunte che, come quadri di vita quotidiana, non omettono quella rabbia che forse ogni romano, in fondo, ha verso la sua bellissima Roma Capoccia (caput mundi ma anche testarda) “der monno infame”, una sana rabbia ma anche l’orgoglio che, citando Catullo (Odi et amo), non ti lascerà mai.
