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Cinema & Teatro

Hanno ucciso Baudelaire (Strani fiori): una storia maledetta, interpretata e diretta magistralmente da Gianni De Feo

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Nello spettacolo, De Feo, diventa un clochard, dalla mimica più impercettibile agli strati di abiti sgualciti, senza abbandonare l’eloquio sublime e suadente dell’attore.

di Angela Celesti

Non solo attore, tra i più brillanti e completi che calcano la scena del teatro italiano, Gianni De Feo è anche regista di un testo scritto da Marco Buzzi Maresca, magnificato dalla drammaturgia musicale dello stesso attore che camaleonticamente affronta un tema difficile e noir, rappresentando non più un uomo, ma una “vita da scarto” citando Bauman. Una vita intrisa di follia e amore disperato esaltato fino al parossismo. Nello spettacolo, De Feo, diventa un clochard, dalla mimica più impercettibile agli strati di abiti sgualciti, senza abbandonare l’eloquio sublime e suadente dell’attore.

Noi spettatori, forzatamente, scendiamo negli anfratti più misteriosi della mente umana, calandoci in quei sobborghi metropolitani che sistematicamente evitiamo. Il testo teatrale ci violenta e l’attore pienamente compenetrato ci fa sentire il puzzo di quegli angoli mentali e fisici che risiedono in chi, per vari motivi, esce di scena dalla vita, coprendosi di cartoni, stracci e botte. Unica via di fuga, in  questo animo tormentato, i versi di Baudelaire, come coperta o ancora di salvezza di una vita dimenticata.

Per un attimo, i ricorrenti versi del poeta, ora in francese ora in italiano, appaiono paradossalmente un flebile sottofondo e più vengono enfatizzati più diventano pigolìo, lasciando il posto alle continue citazioni subliminali del film L’angelo azzurro (1930) di Sternberg – (Der Blaue Engel) con Marlene Dietrich – per la sua asprezza e i riferimenti psicoanalitici. Il protagonista della pièce – che somiglia al professor Rath, canzonato dalla bellissima Lola – qui  viene deriso e schernito da Jasmine, prostituta corpulenta di cui lui si innamora morbosamente.  La messinscena diventa così una vera e propria storia maledetta dove le elucubrazioni mentali sfiniscono il protagonista e il pubblico in sala tra continui cambi di registro. Il clochard di De Feo, si contorce, recita si eleva faticosamente nei versi come un ubriaco; Roma diventa Parigi e viceversa, al centro un fiume che diventa una tomba, svelando senza preavviso – e come in una catarsi – la cruda verità che affiora come una percossa: l’orrendo femminicidio da lui compiuto. The rest is silence afferma Amleto a conclusione dell’omonima tragedia shakespeariana. Tutto è compiuto e per uscire da quel baratro, un paltò nero  prende il posto degli stracci, lasciando l’uomo al proprio destino e alla propria tragica consapevolezza, esaltata dagli accordi di potenza (power chords) del più iconico suono rock che non cancella i versi de L’Albatros, uno dei componimenti più celebri di Baudelaire   jn cui l’uccello come  il poeta, essere superiore, simbolo di bellezza e grandezza,  viene ridicolizzato ed emarginato dalla società  proterva e livida in cui è immerso.

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Teatro Sophia (12-15 marzo 2026). Hanno ucciso Baudelaire (Strani fiori) di Marco Buzzi Maresca, diretto e interpretato da Gianni De Feo, scenografia di Roberto Rinaldi, costumi di Janni Altamura, luci di Gloria Mancuso. Produzione Florian Metateatro, foto e grafica di Manuela Giusto.

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