Arte & Cultura
Un vuoto da colmare
In questo vuoto abissale di cultura dell’arte, di mancanza quasi totale di movimenti o semplicemente di dibattiti sull’arte, forse conviene rifugiarsi nel passato.
di Antonio Fugazzotto
In questo vuoto abissale di cultura dell’arte, di mancanza quasi totale di movimenti o semplicemente di dibattiti sull’arte, forse conviene rifugiarsi nel passato. Un passato neanche tanto lontano, ma che ha rappresentato una scintilla, un fervore, un risveglio, una sorta di rivoluzione. Parliamo del grande e forse unico vero movimento intellettuale che ha varcato i confini nazionali e si è posto all’attenzione europea e non solo. Il Futurismo. Dobbiamo dire che vari sono stati di recente i progetti espositivi che hanno avuto l’obiettivo, a volte anche il merito, di indagare come il Futurismo abbia anticipato i mutamenti della società e cultura provocati dalle scoperte della scienza e della tecnica del novecento. Il vero valore del Movimento è quello che si fa profeta e straordinario anticipatore dei tempi che verranno. Poco più di un secolo fa nasceva questa nuova e potente spinta culturale. Infatti il 20 Febbraio del 1909, Marinetti esibiva a Parigi e al mondo intero quel Manifesto del Futurismo che sarebbe stato un grido di orgoglio e di “sveglia” dalla letteratura quieta e assonnata dell’Ottocento. Un vero proclama dotto e ben articolato con cui si prediceva, incredibilmente, che la tecnologia e il progresso non avrebbero sorpassato la letteratura e l’arte perché l’uomo sa e deve reagire per affermare la sua centralità. Parole di un’attualità incredibile. Ma oggi riusciamo a mantenerci centrali e vitali di fronte, ad esempio, all’intelligenza artificiale? La risposta è sì, se l’arte, la letteratura e la poesia ci aiutano. Siamo umani perché creativi. Ecco il grande messaggio di Marinetti e del suo portentoso Manifesto.

Con tutti i limiti della forza e dell’incitamento propri di un Movimento realmente rivoluzionario e non certo reazionario, Marinetti mirava con vigore a destare negli artisti, i letterati, i “manovratori delle genti” “quel pungolo vibrante” che potesse liberarli dall’accademismo, dalla naftalina “fetida”. Trasformare i musei da dormitori pubblici a culle vere dell’arte. Quell’arte pronta a stare a fianco dell’uomo e della sua personalità, anche istintiva e creativa. Non legami di linguaggi imposti e ormai obsoleti. Libertà di espressione a tutto tondo. Come non pensare alla gabbia linguistica cui ci vorrebbero incastrare i sacerdoti sacri e intoccabili del politicamente corretto? Non ci stiamo, non ci vogliamo stare! Il grido di Marinetti, con la sua forza fantasmagorica e, inevitabilmente legata ai suoi tempi, andrebbe però di nuovo posto alla base di certe odierne convinzioni poco liberali e conservatrici. Se consideriamo poi che Futurismo ha annoverato al suo interno artisti come Balla, Boccioni, Depero, Carrà e tanti altri, possiamo senz’altro dire che è stato il vero grande movimento del novecento. Io ho avuto la fortuna di conoscere e frequentare una delle tre figlie di Marinetti, la signora Ala. Un giorno nella sua bella casa di Roma vicino al Pantheon davanti ad una tazza di tè e circondato da un’atmosfera sublime che odorava di arte, le chiesi: “Cosa Le viene in mente quando pensa a Suo padre?” Risposta “Che amava la sua famiglia e la poesia con incredibile vigore e amore” due cose, dico io, di cui non dovremmo fare a meno al giorno d’oggi.
