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UE. I nazionalismi nascono anche da una ipocrita gestione del voto alle politiche dei paesi membri

By 3 Maggio 2019 No Comments

Il cittadino europeo può votare solo alle politiche del paese di nascita.  Per essere cittadino del paese dove risiede e paga le tasse, e quindi esprimere il voto parlamentare,  deve abiurare il paese di origine

‘Oggi è un giorno per me triste. Mi sono reso conto che pur essendo Europeo, residente legale e contribuente, pagando le tasse in Spagna da oltre 30 anni, NON posso votare per contribuire al destino del paese dove vivo e scegliere il mio futuro. Devo solo accettare il verdetto, mi piaccia o no. Questa Europa deve essere rivista presto. Pensiamoci per le prossime elezioni di maggio’. E’ questo il commento dal social facebook di Pietro Mariani, presidente Comites a Madrid in Spagna che, in occasione delle politiche del paese in cui vive, non ha potuto votare nonostante i tanti anni di residenza e la sua provenienza da un paese Ue, l’Italia. Il motivo sta nel fatto che per richiedere la cittadinanza in Spagna bisogna rinunciare a quella di nascita. Ma allora a cosa serve risiedere ed essere nati sotto lo stesso cielo europeo? E cosa significa essere cittadini europei se poi gli stati della Ue mantengono la loro sovranità escludendo dal voto politico un residente trentennale, solo perché non abiura la sua patria di nascita? Esistono muri difficili da abbattere, ma certamente l’Europa non può e non deve essere quella del libero scambio delle sole merci e della moneta unica. Ragionando con il buon senso di un padre di famiglia è come se ad un figlio adottivo si regalasse la possibilità di mangiare e bere allo stesso tavolo dei congiunti impedendogli però di usarne il cognome e lo status sociale. Nessuna autorità in termini di diritti umani concederebbe ad una famiglia di adottare chicchessia se non con pari diritti e dignità di  un figlio naturale. Venendo al nodo della questione, Pietro Mariani vive in Spagna da 30 anni, ha sposato una spagnola, qui lavora e soprattutto paga le tasse, ma non può eleggere chi lo deve rappresentare e percepisce un compenso grazie anche alle tasse da lui pagate. E’ nato in Italia, è cittadino europeo, ma per votare deve rinnegare la sua nascita. Un atto formale in realtà, perché qualora non lo trasmettesse al suo consolato sarebbe ancora cittadino italiano. Un’ipocrisia che Mariani combatte con tutte le forze da anni nella convinzione che questa Europa dovrà pure trovare una soluzione prima o poi.

E gli altri Stati membri che ne pensano, e qual è la possibilità di voto per i cittadini europei in Italia, Francia, Germania, Olanda, Svezia o Irlanda? In tutti questi paesi in realtà si può votare solo ed in parte per le comunali e le europee. I cittadini non olandesi possono votare alle elezioni locali ed europee, stessa cosa in Svezia dove un italiano residente lì spiega subito dopo il voto: ‘Ieri ho avuto modo di votare per la prima volta in Svezia: come già detto, ho potuto partecipare solo alle elezioni “amministrative” e non a quelle per il parlamento, ma ho fatto comunque il mio dovere’. Stessa cosa in Francia e Germania, ma soprattutto quasi per tutti i paesi citati vige il divieto di doppia nazionalità. Una realtà che ha radici profonde, già nel 1963 era stata approvata la “Convenzione sulla riduzione dei casi di cittadinanza plurima e sugli obblighi militari in caso di pluralità di cittadinanze” di Strasburgo sottoscritta da: Italia, Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Gran Bretagna, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Spagna, Svezia e Irlanda. Tale Convenzione vieta per principio la doppia cittadinanza, tranne che per alcuni casi in cui è “inevitabile”. Successivamente il provvedimento è stato  emendato da due protocolli, nel 1977 e nel 1993, con i quali si amplia il diritto ad avere la doppia cittadinanza. In particolare l’Italia e la Francia prima e i Paesi Bassi dal 1996 hanno sottoscritto il Secondo Protocollo di emendamento alla Convenzione di Strasburgo, che è stato ratificato dall’Italia con la legge 14.12.94, n. 703.  Il Trattato di Maastricht del 1992 stabilisce la “Cittadinanza Europea”, che si somma alle cittadinanze singole dei paesi della Unione Europea, ma, che come abbiamo visto, concede solo in parte al cittadino europeo l’inclusione nella gestione politica del paese dove risiede.


Una realtà che, fatta di giuramenti o rinunce di cittadinanza, disegna una Europa ben lontana da quell’unità immaginata nell’immediato dopoguerra, evidenziando come ancora i confini fra gli Stati membri siano ben marcati in un’ottica del ‘non passa lo straniero’. Ma se le ‘diffidenze’ di carattere nazionalistico sono ancora così vive e presenti sul territorio europeo, quale futuro per questo continente? In mancanza di una vera risposta politica di coesione a farla da padrone restano la moneta unica e le lobby finanziarie e bancarie, queste ultime sì unite e complici nel gestire al meglio i propri interessi, che non sono quelli della popolazione, ma della stessa finanza che si autoalimenta a svantaggio dei cittadini europei.

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