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Stretto di Hormuz, il mondo con il fiato sospeso
Stretto di Hormuz. Un passaggio obbligato tra il Golfo Persico e l’Oceano Indiano. A destra c’è l’Iran, a sinistra UAE, Qatar, Kuwait e un piccolo sbocco di Iraq. Dall’inizio di marzo è diventato: zona di operazioni belliche.
di Francesca Fontana
Fino a poco tempo fa solo pochi esperti di geopolitica internazionale o imprenditori di import export, sapevano dove fosse lo stretto di Hormuz, un braccio di mare di poche decine di chilometri che oggi tiene l’intero pianeta col fiato sospeso. Un passaggio obbligato tra il Golfo Persico e l’Oceano Indiano. A destra c’è l’Iran, a sinistra UAE, Qatar, Kuwait e un piccolo sbocco di Iraq. Dall’inizio di marzo è diventato: zona di operazioni belliche.
Un punto del pianeta in cui il traffico navale è tra i più intensi al mondo, e ora si è quasi fermato. Le petroliere restano bloccate nei porti o cambiano le rotte. Le compagnie di navigazione aspettano. Le assicurazioni moltiplicano i costi delle polizze. Mentre le tensioni tra Iran, Stati Uniti e Israele trasformano questo piccolo corridoio in una delle aree più pericolose del pianeta.
Ma non c’è da stupirsi. Da qui passa un quinto del petrolio e del gas mondiale. Ogni giorno milioni di barili attraversano quelle acque diretti verso Asia, Europa e Stati Uniti. Quando lo stretto rallenta, l’economia globale frena.
Il primo e più immediato è l’effetto sui costi dell’energia. Il prezzo del gas e del petrolio, che al solo annuncio dei bombardamenti è schizzato alle stelle.
Anche lo sblocco massiccio delle riserve ha ridato poco fiato alle quotazioni di gnl e petrolio e di conseguenza alle borse. Il punto è che attingere in maniera massiva alle riserve, all’inizio ha fatto scendere i prezzi, ma subito dopo ha fatto pensare che una mobilitazione così imponente potesse significare una sola cosa: il conflitto sarà lungo.
Le dichiarazioni altanelanti di Trump non hanno di certo contribuito a raffreddare gli animi. A questo punto la domanda è:
se la guerra, e il blocco dovesse continuare, dove arriverebbero i prezzi,
Secondo gli analisti il greggio potrebbe superare rapidamente addirittura i 150 dollari al barile. Una soglia che trasformerebbe la tensione attuale in una vera crisi energetica globale. Benzina, trasporti, elettricità: tutto potrebbe aumentare. Con l’inflazione che arriverebbe alle stelle. Ben oltre quella che abbiamo assaggiato con la guerra russo-ucraina o la pandemia.
E il problema non è solo il petrolio. La situazione ha già innescato una escalation che riguarda sia i trasporti che le assicurazion. L’Iran minaccia di colpire chiunque tenti di forzare il blocco e le polizze delle navi sono cresciute in maniera esponenziale. Molti armatori hanno scelto la prudenza: meglio fermarsi che attraversare uno dei mari più sorvegliati e militarizzati del mondo. Lo steso vale per il noleggio dei cargo e dei container.
Le conseguenze sono arrivate in Europa a velocità fulminea. Il vecchio continente, alle prese con una sicurezza energetica già molto fragile, rischia un nuovo shock. Non solo gas e greggio, ma tutto ciò che passa per lo stretto di Hormuz può subire forti rallentamenti, anche materie prime fondamentali come l’alluminio e altri metalli, con effetti diretti su industria, costruzioni e tecnologie. Non è lontano il ricordo della pandemia, quando un solo caso di covid ha paralizzato il Porto di Ningbo-Zhoushan nell’agosto 2021: il terzo porto più grande al mondo per volume di container dove fu chiuso il terminal di Meishan dopo che un singolo lavoratore è risultato positivo, bloccando il 25% della capacità e causando ritardi e vertiginosi costi di spedizione.
Sul piano militare, lo scenario è ancora più delicato. Gli Stati Uniti stanno valutando la possibilità di scorta armata per le petroliere. Ma questa volta il contesto è molto complesso. Mine marine, droni e missili costieri fanno dello stretto un teatro di quella che alcuni analisti chiamano già la nuova guerra del Golfo.
Tutte le infrastrutture petrolifere ed energetiche dell’intera regione sono potenziali bersagli. E ogni incidente potrebbe trasformarsi in un’escalation difficile da controllare.
E ora la crisi potrebbe allargarsi ulteriormente: I Guardiani della rivoluzione islamica dell’Iran hanno respinto per la prima volta due navi cinesi di proprietà della compagnia statale Cosco, che tentavano di attraversare lo Stretto di Hormuz. Lo ha indicato il sito di tracciamento marittimo MarineTraffic, i cui dati sono ripresi dal “Wall Street Journal”. Le due navi sono state costrette a invertire la rotta vicino all’isola di Larak nel sud dell’Iran. le uniche navi autorizzate ad attraversare lo stretto sarebbero quelle con carichi di beni destinati all’Iran. Vietato il transito a tutte le imbarcazioni dirette verso porti di Paesi considerati sostenitori degli Stati Uniti e di Israele.
Ma lo stretto di Hormuz non è l’unica rotta strategica sotto pressione. Il vicino Mar Rosso, già attraversato da tensioni negli ultimi anni, rischia di aggravare la paralisi dei trasporti. Navi bloccate, rotte più lunghe, costi più alti: il commercio internazionale potrebbe rallentare drasticamente.
Una situazione senza precedenti. Ma non è tutto: anche se i combattimenti dovessero finire entro breve tempo, l’effetto su prezzi, assicurazioni e forniture energetiche potrebbe avere un lungo spazio di frenata.
Tutto dipende da quel corridoio di mare stretto e fragile. Lo Stretto di Hormuz non è mai stato soltanto una frontiera geografica. Oggi è diventato il punto dove si misura la stabilità dell’economia mondiale. E dove il futuro dell’energia globale resta appeso a poche, delicate miglia marine.

