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Ragazzini sempre online. L’Europa dice no

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L’esecutivo Ue ritiene che le verifiche per impedire l’accesso ai bambini sotto i 13 anni non danno risultati soddisfacenti.

di Francesca Fontana

Scontro al calor bianco tra Meta ed Europa sulla tutela dei minori online. Secondo Bruxelles i controlli sull’età non sono efficaci.

Nel mirino Facebook e Instagram, entrambi targati Meta. L’esecutivo Ue ritiene che le verifiche per impedire l’accesso ai bambini sotto i 13 anni non danno risultati soddisfacenti.

Secondo le conclusioni preliminari dell’indagine avviata per il Digital Services Act, Bruxelles sostiene che i due social non abbiano adottato misure adeguate per identificare, valutare e mitigare i rischi legati alla presenza di utenti troppo giovani. Il limite di età è stato fissato a 13 anni, ma la Commissione mette in luce che le barriere attuali sono facilmente aggirabili. Qualsiasi ragazzino con qualche abilità informatica, riesce e beffarsi dei limiti.

Immediata la replica di Meta che respinge con forza le accuse. La  nota ufficiale dell’azienda guidata da Mark Zuckerberg afferma che Facebook e Instagram sono progettati per utenti sopra i 13 anni e che esistono già strumenti per individuare e rimuovere gli account non conformi. “Non concordiamo con questi risultati preliminari”, ribadisce la società, sottolineando che sono stati fatti investimenti sempre più avanzati per mettere in campo le tecnologie adatte a controllare chi cerca di accedere, e nuovi strumenti verranno attivati a breve.

Ma per la Commissione europea non basta: il sistema di segnalazione per i giovani utenti sarebbe troppo complicato e poco intuitivo. Troppi passaggi prima di poter inviare un alert. E poi, anche quando un account viene identificato come appartenente a un under 13, gli interventi sono poco incisivi e il minore riesce a continuare ad utilizzare la piattaforma senza evidenti restrizioni. Come dire che, se anche i controlli ci sono e gli accessi non autorizzati vengono segnalati, basta insistere e forzare un po’ il sistema e si riesce ad entrare. E alla fine, anche chi viene colto con le mani nel sacco non riceve nessuna punizione.

I dati raccolti in Europa indicano che tra il 10% e il 12% dei bambini sotto i 13 anni accede comunque ai social di Meta, una valutazione del rischio “incompleta e arbitraria” da parte dell’azienda. Non solo: secondo l’esecutivo UE, Meta non avrebbe considerato che secondo alcuni studi, sono i più piccoli ad essere particolarmente vulnerabili agli effetti negativi dei social.

Tutto è ancora da decidere, ma se le violazioni dovessero essere confermate, Meta rischia sanzioni pesanti, fino al 6% del fatturato annuo globale. Nel frattempo, la società ha la possibilità di difendersi formalmente, esaminare i documenti dell’indagine e proporre correttivi per adeguarsi alle norme europee.

Il caso si inserisce in un contesto più ampio di crescente attenzione verso l’impatto dei social sulla salute mentale, soprattutto dei giovani. Secondo il rapporto Censis, nel 2025, quasi quattro italiani su dieci hanno sentito il bisogno di ridurre l’uso dei social, mentre una parte significativa anche tra i più adulti, riconosce di avere una dipendenza vera e propria.

Gli esperti parlano di “intossicazione digitale”. L’antidoto sarebbe la riscoperta di momenti di pausa e disconnessione fino ad arrivare alla vera a propria noia. Proprio questa secondo molti studiosi del cervello, aiuta la rigenerazione delle connessioni neurali. Strategie semplici, prima di aprire un social e chiedersi perché lo si sta facendo, evitare di portarlo a tavola, limitare le notifiche o stabilire orari precisi per usare il cellulare .

Nel confronto tra istituzioni e big tech, dunque, non è in gioco solo una questione normativa, ma un tema cruciale per il futuro: garantire che l’ecosistema digitale sia realmente sicuro, soprattutto per i più giovani.

Giuseppe Lavenia, psicologo, president dell’Associazione nazionale dipendenze tecnologiche “Di.Te” e insegnante di psicologia del lavoro e delle organizzazioni all’Università Politecnica delle Marche spiega: “Per capire se si è di fronte a una vera propria dipendenza non basta monitorare per quante ore si usa lo smartphone, ma va osservato quello che succede quando si prova a farne a meno. Se ci si rende conto di prendere in mano lo smartphone senza pensarci, per riempire ogni vuoto, e se si prova irritazione o noia quando lo si lascia, allora non è più solo un’abitudine”. Secondo Lavenia, “oggi la noia è diventata insopportabile, eppure è uno spazio fondamentale, perché stimola la capacità di pensare, di sentire e di creare”.

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