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Quel che resta… dopo cento anni dall’impresa di Umberto Nobile-What remains… one hundred years after Umberto Nobile’s expedition

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di emigrazione e di matrimoni

Quel che resta… dopo cento anni dall’impresa di Umberto Nobile

di Marco Andreozzi

Il 2026 segna un anniversario di particolare rilievo nella storia dell’esplorazione e del progresso scientifico: il centenario della prima spedizione riconosciuta con certezza al Polo Nord. Un’impresa che porta un’impronta italiana indelebile, essendo stata compiuta a bordo del dirigibile Norge, progettato dal generale Umberto Nobile. Accanto a lui figurava Roald Amundsen, leggendario esploratore norvegese, primo a completare con successo il Passaggio a Nord-Ovest dalla Groenlandia al Canada, e a raggiungere il Polo Sud. Non è un dettaglio secondario che l’intero corpo tecnico dell’equipaggio fosse italiano. Umberto Nobile rappresenta una delle figure più eminenti dell’aeronautica mondiale del Novecento. Ingegnere, progettista ed esploratore, perfezionò il dirigibile semirigido, rendendolo più stabile, manovrabile e affidabile rispetto ai modelli precedenti: un’aeronave concepita per affrontare lunghe traversate e condizioni estreme, simbolo di un’Italia capace di coniugare ricerca, tecnologia e visione.

Quell’impresa si colloca in un contesto storico fecondo. Nel 1934, infatti, si inaugurò la Direttissima Firenze–Bologna, una delle più moderne infrastrutture ferroviarie dell’epoca, impreziosita dalla Grande Galleria dell’Appennino, lunga circa 18,5 chilometri e allora tra le più estese al mondo. La nuova linea consentì di innalzare la velocità dei treni fino a circa 180 km/h, sancendo un ulteriore primato internazionale dell’ingegneria italiana. Di lì a poco, tuttavia, il quadro mutò con le sanzioni della Società delle Nazioni successive all’invasione dell’Etiopia, ed ebbe inizio la stagione dell’autarchia fascista. Il regime rispose puntando all’autosufficienza economica, incentivando la produzione interna e sostituendo beni importati, come nel caso emblematico del caffè d’orzo all’italiana. La storia economica insegna che le sanzioni raramente producono gli effetti desiderati e più spesso accelerano i nazionalismi. Dall’altra parte, è il protezionismo fondato su dazi elevati a soffocare, nel lungo periodo, crescita reale e innovazione.

L’esperienza storica mostra come l’economia aperta risulti strutturalmente vincente. Non è un caso che l’Italia, che quest’anno ha superato il Giappone per valore complessivo delle esportazioni, abbia un interesse strategico nell’accordo UE–Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay), pur osteggiato dai governi di Austria, Francia, Irlanda, Polonia e Ungheria. Oltre alle opportunità di maggiori esportazioni, le importazioni potrebbero sostituire in parte quelle cinesi in settori chiave: materie prime e semilavorati per l’industria chimica, nonché minerali e metalli grezzi; in misura più contenuta, componenti industriali di macchinari, e tessuti primari (cotone, che in Cina viene dalla provincia degli uiguri in Xinjiang) con alcuni prodotti finiti nel tessile/abbigliamento. A ciò si aggiungono opportunità nell’agroalimentare: riso, soia, miele, semi oleosi, caffè, cacao e spezie, fondamentali per la filiera di qualità italiana. Senza dimenticare il valore storico e culturale di un rafforzamento dei legami con l’America Latina.

In questo quadro latinoamericano, rientra anche il Venezuela, anch’esso segnato da una presenza storica italiana. Un maggiore coinvolgimento dell’Italia nel confronto sulla crisi venezuelana, in coordinamento con l’amministrazione statunitense, sarebbe auspicabile, anche alla luce dell’indifendibile regime di Nicolás Maduro. Colpiscono, per contro, le dichiarazioni del presidente francese – peraltro privo di un solido consenso interno – che accusa Washington di colonialismo. Un’accusa singolare da parte di una nazione che mantiene tuttora territori d’oltremare e una presenza reiterata e spesso controversa in Africa. Posizioni di questo tipo appaiono non solo contraddittorie, ma anche dannose per il peso complessivo dell’Europa sulla scena internazionale. Infatti, la riscrittura strumentale della storia esiste in parte anche nel mondo libero. Negli Stati Uniti, ad esempio, si è diffusa l’idea che l’embargo del 1807 voluto dal presidente Jefferson e la successiva guerra contro la Gran Bretagna abbiano posto le basi dell’industrializzazione americana. In realtà, lo sviluppo tessile del primo Ottocento fu dovuto in larga misura al trasferimento tecnologico dall’Inghilterra e all’apporto di immigrati britannici, soprattutto nel New England. Analogo meccanismo si osserva oggi nella negazione del cambiamento climatico da parte di Donald Trump: di fatto, lo scioglimento dei ghiacci facilita le rotte polari e accresce il valore geostrategico della Groenlandia, di cui parla molto il presidente USA, ricca altresì di risorse gasiere, minerali rari e riserve ittiche, mentre il Passaggio a Nord-Est (Siberia) resta sotto controllo russo.

Le posizioni statunitensi su questi temi sono nitidamente fallaci nel contesto globale. La Cina attraversa una fase di lunga recessione, con i prezzi alla produzione in discesa da oltre tre anni e addirittura i prezzi al consumo in calo negli ultimi due anni, oltre ad una dipendenza eccessiva dalle esportazioni che si trasforma in una vera ‘spada di Damocle’. Il Giappone, dal canto suo, mostra una rinnovata determinazione sul piano della difesa (di Taiwan), sotto la guida di un nuovo primo ministro, prima donna a ricoprire l’incarico, in un curioso parallelismo con l’esperienza italiana. In Iran la situazione si aggrava ormai da un pò. La Russia appare logorata da una guerra che l’ha impantanata nella fertile terra nera ucraina, abitata da un popolo di forti patrioti cosacchi. In vista di eventuali negoziati seri per la fine dell’invasione russa, l’Unione Europea è chiamata a un esercizio di realismo. L’allargamento indiscriminato non è più sostenibile – fatta eccezione per Montenegro e Albania con un orizzonte al 2030 – alla luce delle difficoltà emerse anche con alcuni Stati membri dell’Est e non solo, come la Francia. La rinuncia alla prospettiva di un ingresso dell’Ucraina nell’UE e nella NATO, così come l’esclusione della dislocazione di truppe europee sul suo territorio, che è la posizione del governo italiano, può costituire un fattore critico di successo nel dialogo con Mosca per la pace. Come il dirigibile di Umberto Nobile, anche l’Europa ha bisogno di essere riprogettata: più stabile, più manovrabile, capace di affrontare lunghe traversate e condizioni estreme. Finalmente con un esercito comune, per evidenti motivi di sinergie economiche e maggiore efficacia. La storia insegna che progresso, apertura e lucidità strategica, senza egoismi e protagonismi nazionalisti, restano le vere chiavi per orientarsi nel futuro. Che in UE servano meno ‘volenterosi’ e più ingegneri?

di emigrazione e di matrimoni

What remains… one hundred years after Umberto Nobile’s expedition

by Marco Andreozzi

2026 marks a particularly significant anniversary in the history of exploration and scientific progress: the centenary of the first definitively recognized expedition to the North Pole. This feat bears an indelible Italian imprint, having been accomplished aboard the airship Norge, designed by General Umberto Nobile. Alongside him was Roald Amundsen, the legendary Norwegian explorer, the first to successfully complete the Northwest Passage from Greenland to Canada, and to reach the South Pole. It is no small detail that the entire technical crew was Italian. Umberto Nobile is one of the most eminent figures in twentieth-century world aeronautics. An engineer, designer, and explorer, he perfected the semi-rigid airship, making it more stable, maneuverable, and reliable than previous models: an airship designed to tackle long journeys and extreme conditions, a symbol of an Italy capable of combining research, technology, and vision.

That undertaking took place in a fruitful historical context. In 1934, the Florence–Bologna Direttissima was inaugurated, one of the most modern railway infrastructures of the time, enhanced by the Great Apennine Tunnel, approximately 18.5 kilometers long and then among the longest in the world. The new line allowed train speeds to be increased to approximately 180 km/h, establishing another international record for Italian engineering. Shortly thereafter, however, the situation changed with the sanctions imposed by the League of Nations following the invasion of Ethiopia, and the era of fascist autarky began. The regime responded by aiming for economic self-sufficiency, incentivizing domestic production and substituting imported goods, as in the emblematic case of barley coffee all’italiana. Economic history teaches us that sanctions rarely produce the desired effects and, more often, accelerate nationalism. On the other hand, it is protectionism based on high tariffs that, in the long run, stifles real growth and innovation.

Historical experience shows that an open economy is structurally successful. It is no coincidence that Italy, which this year surpassed Japan in total export value, has a strategic interest in the EU-Mercosur agreement (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay), despite opposition from the governments of Austria, France, Ireland, Poland, and Hungary. In addition to the opportunities for increased exports, imports could partially replace China in key sectors: raw materials and semi-finished products for the chemical industry, as well as minerals and raw metals; to a lesser extent, industrial machinery components, and primary fabrics (cotton, which in China comes from the Uyghur province of Xinjiang) with some finished textile/clothing products. Added to this are opportunities in the agri-food sector: rice, soybeans, honey, oilseeds, coffee, cocoa, and spices, all crucial to the Italian quality supply chain. Nor should we forget the historical and cultural value of strengthening ties with Latin America.

Venezuela, also marked by a historic Italian presence, fits in this America Latina context. Greater Italian involvement in the Venezuelan crisis, in coordination with the US administration, would be desirable, especially given the indefensible regime of Nicolás Maduro. On the other hand, the statements of the French president—who lacks a solid domestic consensus—accusing Washington of colonialism are striking. This is a singular accusation coming from a nation that still maintains overseas territories and a recurring often controversial presence in Africa. Positions of this kind appear not only contradictory, but also damaging to Europe’s overall influence on the international stage. De facto, the instrumental rewriting of history exists to some extent even in the free world. In the United States, for example, the idea has spread that the 1807 embargo ordered by president Jefferson and the subsequent war against Great Britain laid the foundations for American industrialization. In reality, the textile development of the early nineteenth century was largely due to technology transfer from England and the influx of British immigrants, especially to New England. A similar mechanism can be observed today in the trumpeting of climate change denial: in fact, melting ice facilitates polar routes and increases the geostrategic value of Greenland, much talked about by the US president. Greenland is also rich in gas resources, rare minerals, and fish stocks, while the Northeast Passage (Siberia) remains under Russian control.

US positions on these issues are clearly flawed in the global context. China has been experiencing a long recession, with producer prices declining for over three years and, indeed, consumer prices declining in the last two years, in addition to an excessive dependence on exports that is becoming a veritable ‘sword of Damocles’. Japan, for its part, is showing renewed determination on the defense front (of Taiwan), under the leadership of a new prime minister, the first woman to hold the post, in a curious parallel to the Italian experience. The situation in Iran has been worsening for some time now. Russia appears worn out by a war that has left it mired in the fertile black land of Ukraine, inhabited by a people of staunch Cossack patriots. In view of possible serious negotiations to end the Russian invasion, the European Union is called upon to exercise realism. Indiscriminate enlargement is no longer sustainable—with the exception of Montenegro and Albania, with a view to 2030—in light of the difficulties that have emerged with some Eastern European member states and beyond, such as France. Renouncing the prospect of Ukraine’s accession to the EU and NATO, as well as excluding the deployment of European troops on its soil, which is the position of the Italian government, could be a critical factor in the success of dialogue with Moscow for peace. Like Umberto Nobile’s airship, Europe too needs to be redesigned: more stable, more maneuverable, capable of navigating long journeys and extreme conditions. With a common army eventually, for obvious reasons of economic synergies and greater effectiveness. History teaches us that progress, openness, and strategic clarity, free from nationalistic selfishness and prominence-mania, remain the true keys to navigating the future. Might it be the case that the EU needs fewer ‘willing’ people and more engineers?

Marco Andreozzi, è Dottore in Ingegneria Meccanica, Economia/Amministrazione (Politecnico di Torino). Tecnologo industriale e specialista del settore energetico, proviene da esperienze professionali in cinque multinazionali in Italia e paesi extra-europei, e come direttore generale da un quarto di secolo; nomade digitale dal 2004 al 2019, e’ sinologo, parla correntemente il mandarino e in Cina e’ stato docente a contratto.

Marco Andreozzi, is a Doctor in Mechanical Engineering, Economics/Administration (Polytechnic of Turin). Industrial technologist and specialist in the energy sector, he comes from professional practices in five corporates in Italy and non-European countries, and as managing director for a quarter of a century; digital nomad from 2004 to 2019, he is a sinologist, speaks fluent Mandarin and was a visiting professor in China.

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