Salute
Per campare 100 anni? Il giusto equilibrio
Il Vatican Longevity Summit lancia la sfida durante il congresso internazionale che ha riunito a Roma neuroscienziati, medici, bioeticisti e ricercatori da tutto il mondo.
Di Francesca Fontana
Il tempo non si ferma, ma imparare a viverlo meglio si può. Il Vatican Longevity Summit lancia la sfida durante il congresso internazionale che ha riunito a Roma neuroscienziati, medici, bioeticisti e ricercatori da tutto il mondo con un obiettivo ambizioso e terreno di ricerca e curiosità da tanti anni ormai: capire perché alcuni esseri umani riescano a superare il secolo di vita mantenendo lucidità mentale, autonomia e capacità di adattamento, mentre altri invecchiano molto più rapidamente.
Durante le due giornate ospitate all’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, non ci sono state solo le promesse della medicina del futuro o della genetica. I veri protagonisti sono stati loro: i superanziani. E soprattutto i cosiddetti “semi-supercentenari”, le persone che hanno superato i 105 anni, e i “supercentenari”, coloro che hanno oltrepassato addirittura i 110.
In Italia oggi vivono oltre 23.500 anziani che hanno superato gli “…anta” e nove su dieci sono donne. Tra loro il rapporto supera addirittura dieci donne per ogni uomo. Un dato che, secondo gli studiosi, dimostra come il sesso femminile abbia una maggiore capacità di adattamento biologico e immunitario nel corso dell’invecchiamento.
Numeri che raccontano una realtà molto studiata , ma ancora avvolta da molti domande. Il professor Calogero Caruso, immunologo e docente emerito dell’Università di Palermo, che da anni studia proprio i meccanismi biologici della longevità estrema ha provato a dare una risposta.
“La longevità dipende da un’armonia di genetica, sistema immunitario, ambiente, alimentazione”, ha spiegato Caruso al summit, sottolineando come non esista un singolo “gene della lunga vita”. La longevità sarebbe invece il risultato di un equilibrio complesso tra patrimonio genetico, relazioni sociali, stile di vita e capacità di adattamento.
Ed è proprio quest’ultima parola, adattamento, ad emergere come uno degli elementi chiave. Perché chi arriva a cento anni in buona salute non è necessariamente più forte degli altri, ma spesso è più capace di reagire agli stress della vita, alle malattie, ai cambiamenti. In fondo era stato lo stesso Darwin a mettere l’accento sulla capacità di adattamento quando si parla si sopravvivenza. E ora sembra che l’adattabilità aiuti, non solo a cavarsela meglio, ma anche a vivere di più.

Caruso parla di “esposoma”, cioè dell’insieme di tutte le esperienze e delle condizioni che accompagnano una persona durante la vita: ciò che mangiamo, l’ambiente in cui viviamo, l’inquinamento, l’accesso alle cure, ma anche la qualità delle relazioni sociali, il livello di stress, il senso di appartenenza a una comunità.
Non è un caso che nelle cosiddette Blue Zones, le aree del pianeta dove si vive più a lungo, si ritrovino sempre gli stessi elementi: alimentazione moderata, attività fisica quotidiana, ritmi meno frenetici, ma soprattutto una forte rete sociale e familiare.
Un esempio citato al summit è quello di alcuni piccoli centri del Sud Italia, come Caltabellotta, in Sicilia, dove per decenni uno stile di vita semplice, una dieta povera ma equilibrata e relazioni umane molto solide hanno favorito condizioni ideali per un invecchiamento sano.
Ma il dato forse più sorprendente riguarda il sistema immunitario. Molti semi-supercentenari studiati dal gruppo di ricerca hanno attraversato pandemie lontanissime tra loro, dall’influenza spagnola al Covid, sviluppando spesso sintomi lievi o addirittura restando asintomatici.
Non perché immuni all’invecchiamento, ma per la loro capacità di controllare meglio l’infiammazione cronica che accompagna l’età avanzata. Gli scienziati la chiamano “inflamm-ageing”: una sorta di incendio silenzioso che accelera malattie cardiovascolari, neurodegenerative e declino fisico.
Chi vive più a lungo, dunque, non ha necessariamente un organismo perfetto. Piuttosto possiede un sistema capace di regolare nel tempo le risposte immunitarie e infiammatorie.
Il summit ha posto però anche una questione etica. Lo ha messo in evidenza padre Alberto Carrara, neuroscienziato e bioeticista, promotore dell’iniziativa. Perché la longevità, ha spiegato, non può essere ridotta ad un semplice allungamento biologico della vita.
“Invecchiare non significa soltanto aggiungere anni alla vita, ma vita agli anni”, è stato il messaggio più forte emerso dal confronto.
Secondo Carrara, la salute del cervello sarà decisiva nei prossimi decenni. Mantenere attive le funzioni cognitive attraverso relazioni significative, studio, partecipazione sociale e curiosità intellettuale può favorire un migliore invecchiamento.

E il messaggio riguarda soprattutto i più giovani. Perché la longevità si costruisce molto prima della vecchiaia, attraverso lo stile di vita e le scelte quotidiane.
C’è poi il tema dell’accesso alle cure e alle nuove tecnologie. La sfida, ha ricordato il summit, è evitare che la longevità diventi un privilegio riservato a pochi. Da qui il motto dell’evento: “One Health, One Dignity, Global Human Longevity for All”.
E forse il segreto dei centenari sta proprio qui: non in una formula magica o in un farmaco miracoloso, ma in un equilibrio fragile e prezioso tra corpo, mente, relazioni umane e qualità della vita.
E’ ora di aggiornare i proverbi: chi trova il giusto equilibrio, campa cent’anni.
