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Meloni, Confindustria e il nuovo atomo europeo: perché il nucleare torna al centro dell’agenda economica

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Il nucleare è tornato al centro del dibattito europeo. Spinto dalla crisi energetica, dalla guerra in Ucraina e dagli obiettivi climatici, il tema divide governi, economisti, ambientalisti e opinione pubblica. E anche l’Italia, dopo quasi quarant’anni di stop, si interroga su un possibile ritorno dell’atomo.

di Laura Marà

L’Assemblea di Confindustria 2026, il messaggio del governo è stato diretto. La Premier Meloni ha collegato in un’unica traiettoria tre temi che fino a pochi anni fa sarebbero stati trattati separatamente: burocrazia, energia e politica industriale.

Nel cuore del discorso c’è una svolta potenziale: la conferma dell’intenzione di presentare una legge delega sul nucleare entro l’estate, con l’obiettivo di riaprire il dibattito sulla produzione di energia atomica in Italia.

Non si parla di un ritorno nostalgico alle centrali del passato, ma di una nuova infrastruttura tecnologica basata su SMR (Small Modular Reactors), i cosiddetti mini reattori modulari.

Il messaggio è chiaro: il nucleare in Italia non viene presentato come battaglia ideologica, ma come strumento per ridurre il costo dell’energia e aumentare la competitività industriale.

Un’Europa divisa tra due modelli energetici

In Europa alcuni Paesi hanno costruito gran parte del proprio sistema elettrico sul nucleare. La Francia è il caso emblematico: per decenni oltre la metà della sua elettricità è stata prodotta dai reattori nucleari, rendendola una delle economie industriali meno dipendenti dal gas nella produzione elettrica.

Anche Finlandia, Slovacchia, Svezia, Belgio, Ungheria, Repubblica Ceca e Bulgaria continuano a utilizzare in misura significativa questa tecnologia.

Sul fronte opposto si trovano i Paesi che hanno scelto di rinunciare all’atomo oppure non lo hanno mai adottato. L’Italia ha abbandonato il nucleare dopo il referendum del 1987, all’indomani del disastro di Chernobyl, e ha confermato la scelta con il referendum del 2011 dopo Fukushima. La Germania, invece, ha completato nel 2023 la chiusura delle sue ultime centrali, puntando su rinnovabili, efficienza energetica e reti.

Due modelli opposti, entrambi con vantaggi e criticità.

La posizione del governo Meloni

L’esecutivo italiano sostiene che il nucleare possa contribuire a tre obiettivi strategici: ridurre le emissioni di CO₂, diminuire la dipendenza energetica dall’estero e garantire una produzione elettrica stabile a supporto delle fonti rinnovabili.

L’argomento è diventato particolarmente forte dopo l’impennata dei prezzi del gas causata dalla crisi russo-ucraina.

L’Italia, storicamente molto dipendente dalle importazioni energetiche, ha sperimentato in prima persona quanto possa essere fragile un sistema basato su combustibili acquistati all’estero.

Da qui l’idea di riaprire il dossier nucleare.

Non significa, però, che nuove centrali sorgeranno nel breve periodo. Un eventuale ritorno richiederebbe interventi legislativi, autorizzazioni, investimenti industriali e tempi di realizzazione che gli esperti stimano nell’ordine di uno o più decenni.

I limiti: costi enormi, tempi lunghi e smaltimento scorie

Ma il nucleare ha anche costi elevati, non solo economici.

Le centrali moderne richiedono investimenti giganteschi: spesso decine di miliardi di euro tra progettazione, costruzione, sicurezza e infrastrutture.

I casi europei più recenti mostrano bene la complessità del settore.

L’impianto di Olkiluoto 3 in Finlandia ha accumulato lunghi ritardi e forti aumenti di spesa. Problemi simili hanno interessato il progetto di Flamanville in Francia.

La seconda criticità è il tempo.

Una centrale nucleare non si costruisce in pochi anni. Tra procedure autorizzative, dibattiti politici, progettazione e cantieri possono trascorrere dieci, quindici o vent’anni.

Per questo molti osservatori ritengono che il nucleare non possa rappresentare una risposta immediata alle emergenze energetiche attuali.

Resta poi il nodo delle scorie radioattive.

I rifiuti ad alta attività devono essere gestiti e custoditi in condizioni di sicurezza per periodi molto lunghi. È uno dei temi che storicamente alimentano la diffidenza di parte dell’opinione pubblica.

Infine, anche se le tecnologie moderne sono molto più avanzate rispetto al passato, permane il tema della sicurezza. Incidenti come Chernobyl e Fukushima continuano a influenzare il dibattito globale.

L’illusione dell’autosufficienza totale

Il nucleare non elimina completamente la dipendenza dall’estero.

Riduce certamente il bisogno di gas e petrolio, ma introduce altre forme di dipendenza.

L’uranio utilizzato come combustibile proviene in larga parte da Paesi come Kazakhstan, Canada e Australia. Inoltre, la filiera tecnologica nucleare mondiale è dominata da un numero limitato di attori industriali, tra cui Francia, Stati Uniti, Corea del Sud, Russia e Cina.

Per un Paese come l’Italia, che oggi non dispone di una filiera nucleare completa pienamente operativa, questo rappresenterebbe una sfida industriale rilevante.

In altre parole, il nucleare può aumentare la sicurezza energetica, ma non equivale automaticamente all’indipendenza totale.

L’alternativa al nucleare: le energie rinnovabili

Le energie rinnovabili stanno diventando sempre più centrali nella strategia energetica europea e rappresentano, per molti analisti, l’alternativa più concreta al ritorno del nucleare in Italia. La loro forza principale sta nella rapidità di sviluppo: impianti fotovoltaici ed eolici possono essere realizzati in tempi relativamente brevi e con costi iniziali molto inferiori rispetto alle centrali nucleari, che richiedono investimenti miliardari e iter autorizzativi spesso lunghi decenni. Inoltre, le rinnovabili permettono una produzione diffusa e locale dell’energia, riducendo la dipendenza dalle importazioni di gas e combustibili fossili e aumentando la resilienza del sistema energetico rispetto alle crisi geopolitiche e all’oscillazione del costo dell’energia. Un altro elemento decisivo è la maggiore flessibilità: mentre il nucleare richiede infrastrutture centralizzate e complesse, le rinnovabili possono essere integrate progressivamente nella rete e scalate in base alla domanda. Anche dal punto di vista industriale, il loro sviluppo favorisce nuove filiere tecnologiche legate a batterie, accumulo energetico e smart grid, con ricadute occupazionali e innovazione diffusa. Per questi motivi, molti governi europei considerano le rinnovabili non solo una scelta ambientale, ma anche una strategia più rapida, economica e adattabile rispetto al nucleare per affrontare la transizione energetica.

Quale strada per l’Italia?

Il dibattito italiano si muove oggi tra due visioni.

Da un lato c’è chi vede nel nucleare una tecnologia necessaria per accompagnare la transizione energetica, ridurre le emissioni e limitare la vulnerabilità ai mercati del gas.

Dall’altro lato c’è chi considera più conveniente accelerare sulle rinnovabili, sui sistemi di accumulo, sull’efficienza energetica e sull’ammodernamento delle reti.

La domanda rimane aperta: conviene investire miliardi in una tecnologia costosa e lenta ma stabile, oppure puntare tutto su un sistema basato principalmente su fonti rinnovabili sempre più economiche?

L’Europa, per ora, sembra aver scelto di percorrere entrambe le strade contemporaneamente.

E l’Italia, dopo anni di assenza dal dibattito atomico, potrebbe presto essere chiamata a decidere quale modello seguire.

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