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Diritti umani

Melania Trump in visita in un centro di reclusione di bimbi migranti separati dalle famiglie

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Melania Trump visita un centro di reclusione per i figli dei clandestini vittime delle separazioni familiari volute da Trump e offre il suo aiuto a duemila bambini strappati ai genitori. Il commento della first lady: «Ricongiungere le famiglie il prima possibile».

Vito Nicola Lacerenza

La moglie di Donal Trump, Melania, ha incontrato i figli degli immigrati clandestini sudamericani, rinchiusi in un centro nella città texana di McAllen,  a ridosso della frontiera col Messico, attraverso cui passano ogni giorno centinaia di migranti irregolari insieme ai figli. Molte famiglie vengono intercettate al confine dalla polizia statunitense, che procede alla separazione dei genitori dai loro bambini: i primi vengono arrestati e processati per il reato di immigrazione clandestina, mentre i minori vengono rinchiusi in “centri di custodia” a tempo indeterminato, perché «quando persegui legalmente i genitori, devi portargli via i figli»- ha sostenuto Donald Trump, giustificando la sua politica migratoria, soprannominata “tolleranza zero”. Con tale misura, il presidente americano ha fatto in modo che, in sole sei settimane, 2.300 bambini fossero tolti dalle braccia delle madri e dei padri e venissero portati in apposite strutture, come quella di McAllen, dove Melania Trump ha detto ai rifugiati: «Vorrei sapere come posso aiutarvi a ricongiungere  le vostre famiglie il prima possibile». La visita della first lady è arrivata poco dopo la rinuncia del presidente americano alla politica migratoria “tolleranza zero”, che ha suscitato malumori all’interno del suo stesso partito. «Questa politica della “tolleranza zero” mi spezza il cuore»  ha detto Laura Bush, moglie dell’ex presidente degli Stati Uniti George W.Bush. Dure critiche sono giunte anche dall’ex direttore della comunicazione di Trump, Anthony Scaramucci: «Dobbiamo smetterla. Questo è un provvedimento atroce, inumano e offensivo per l’onore dell’America», il Paese in cui tuttora vengono condannati per il reato di immigrazione clandestina centinaia di migranti al giorno.

La quasi totalità di loro spera di trasferirsi negli Stati Uniti per avere una vita migliore, ma non sa né l’inglese né è al corrente dell’ “inumano” trattamento che l’attende una volta giunti a destinazione. «Quando i poliziotti americani hanno portato via mio figlio, mi hanno detto di fare riferimento al giudice J.Scott Haker, del tribunale di McAllen, per sapere quando avrei potuto rincontrare il bambino»- ha raccontato un rifugiato mentre veniva processato. Di fronte a lui c’era proprio il magistrato   J.Scott Haker, che gli ha risposto “di non avere alcuna informazione a proposito di suo figlio” e che “il dipartimento di immigrazione non chiama la corte o il giudice” per aggiornarli sulla situazione dei bambini. Il politico repubblicano Will Hurd, vicino a Trump, ha definito le separazioni familiari come uno “strumento di ricatto” per dissuadere i clandestini dall’emigrare negli USA. L’ “atroce” metodo sembra aver raggiunto il suo scopo. «Non tornerò mai più negli Stati Uniti- ha detto una rifugiata mentre veniva processata per il reato di immigrazione clandestina- mi scuso profondamente per aver infranto la legge, però ridatemi mio figlio. Voglio tornare a casa con lui. E’ tutto quello che ho». Le resa di Donald Trump di fronte le critiche dei suoi compagni di partito e la visita della first lady Melania al centro di custodia di McAllen fanno sperare nella cessazione delle  pratiche “inumane”, divenute ormai comuni in Texas. Ora   il governo americano dovrà riuscire a restituire a 2.300 famiglie i loro bambini, “il prima possibile”.

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