Arte & Cultura
Lu Colombo, molto più di Maracaibo: “Quella canzone mi ha resa prigioniera”
Luisa Colombo oggi racconta la sua verità: Maracaibo non fu una leggerezza estiva, ma una canzone con un’anima profonda.
di Laura Marà
Chiunque in Italia, almeno una volta, ha ballato sulle note di Maracaibo. È diventata colonna sonora di trenini improvvisati, di serate finite tra risate e bicchieri vuoti, di un’estate che sembra non passare mai. Ma dietro quel ritornello che tutti conoscono a memoria, c’è una storia molto diversa: quella di Luisa Colombo, in arte Lu Colombo, che con quella hit ha conosciuto la gloria, ma anche un lungo periodo di crisi.
Bionda, col caschetto spettinato e lo sguardo vivace, Colombo oggi racconta la sua verità: Maracaibo non fu una leggerezza estiva, ma una canzone con un’anima profonda. “Mi ispirai alla storia di Zazà, ballerina cubana che danzava in un locale chiamato Barracuda – spiega –. In realtà copriva un traffico d’armi con Cuba, era innamorata di Fidel, amante di Pedro. Quando Castro scoprì il tradimento, lei fu costretta a scappare e finì a fare la maitresse in una casa di piacere per stranieri. Rum e cocaina: una vicenda dura, raccontata con l’allegria della samba, come fanno i brasiliani con la tristezza”.
Ma tornando al testo di Maracaibo, la storia di Zazà è molto più articolata. Ballerina del Barracuda, si esibiva nuda per compiacere gli uomini, ma tra un balletto e l’altro smerciava mitragliatrici e bazooka per conto dei cubani. Lo faceva per amore di Fidel Castro, ribattezzato Miguel per evitare censure, che però la lasciava spesso sola. Così si consolava tra le braccia di Pedro, il suo amante. Una passione travolgente, fino a quando Fidel non tornò all’improvviso e, preso da un impulso omicida, sparò quattro colpi contro la ragazza. Zazà sopravvisse e fuggì per mare: tra tempeste, naufragi e persino il morso di un pescecane, si aggrappò alla vita con tenacia. Alla fine, la ritroviamo “finito il Barracuda, finito ballar nuda”, trasformata in maîtresse di un bordello per stranieri, ingrassata dai vizi di rum e cocaina, con al collo, unico ricordo della sua vita precedente, un dente di squalo. Una donna che, nonostante tutto, resta una regina.

Eppure, quel testo, per i tempi, era considerato “scomodo”. Molte case discografiche si tirarono indietro, la Rai censurò la parola “cocaina” e passò il brano solo una volta. “Coraggiosa e sola” – si definisce Colombo – tanto che il pubblico finì per associare il brano più a Raffaella Carrà o a Jerry Calà che alla sua voce.
“Hanno preso la canzone, non me”
Il successo non si trasformò in carriera. “Sentivo Maracaibo ovunque, ma non vedevo un soldo. Mi presero solo per il brano, non per la mia musica. Nell’87 lasciai tutto e mi misi a fare la restauratrice a Firenze. Lì ho trovato nuovi amici e un po’ di pace”.
Eppure la nascita di Maracaibo fu segnata da un pizzico di magia. Colombo era una studentessa di storia dell’arte con la passione per la musica – ereditata da una madre chitarrista – e con un background da grafica e fotografa. Amava Bob Dylan, i Beatles, i Rolling Stones, e le sue prime canzoni avevano titoli esotici che evocavano viaggi e avventure. Quando scrisse Maracaibo, la melodia latina le venne naturale: negli anni ’80 spopolava la dance tropicale e lei era affascinata dalle sonorità cubane e brasiliane. Quel giorno, racconta, si trovò a registrare il brano con il fonico di Steven Spielberg – quello degli effetti speciali di E.T. – e con Steve Hopkins, produttore dei Bee Gees, che suonò la chitarra. “Deve esserci stata una congiuntura astrale, quel giorno, un magma di stelle che per caso s’incrociavano: c’è qualcosa di magico, l’ho sempre creduto, in quella canzone”.
La musica non sparì mai del tutto: oltre a Maracaibo, scrisse brani come Dance all nite, finita nella colonna sonora di Vacanze di Natale ’83 senza che ne fosse nemmeno informata. Ma la fama, invece di gratificarla, la allontanò dalle scene: “Avrei voluto una carriera come quella di Fiorella Mannoia. Invece mi sono ritrovata in un mondo che non mi apparteneva, lontana da casa e dagli affetti. Non ero fatta per le luci dei grandi palchi, mi piacciono i live intimi, più vicini al pubblico. Il Festivalbar, ad esempio, lo trovai spersonalizzante”.
Il peso di un tormentone

Colombo non rinnega la sua canzone simbolo, anzi: “È un brano importante, non ha nulla di trash. Nel 2001 ne ho inciso otto versioni nuove e la canto ancora volentieri. Ma ha rappresentato più seccature che soddisfazioni. Sono rimasta prigioniera di quella canzone, e di un personaggio che non ero io”.
Negli anni non sono mancati i contraccolpi: campionamenti non autorizzati, plagi all’estero, versioni pirata del celebre “rum e cocaina”. “Un plagio spagnolo, Calinda, usava persino il suono delle mie trombe. Ma i diritti? È un discorso lungo…” sospira.
Una carriera fuori dagli schemi
Eppure, lontana dai riflettori, Colombo ha continuato a scrivere e a pubblicare musica, spesso da indipendente. Nel 2013 ha presentato al Premio Tenco un album ispirato al cantautore spagnolo Joaquín Sabina, “un po’ il Cohen iberico”. Un lavoro apprezzato, ma rimasto nell’ombra in Italia, dove per tutti lei resta “la signora di Maracaibo”.
Oggi, però, la cantante è tornata con un progetto nuovo, che guarda dritto all’attualità. Basta è il titolo del brano dedicato alla violenza contro le donne, nato da un fatto di cronaca: “Mi ispirai alla storia di una ragazza pakistana uccisa dal padre perché frequentava un italiano. Mi ricordò una novella del Boccaccio, in cui la vittima però era il garzone, non la giovane. Questa differenza culturale mi ha fatto riflettere molto”.
Un’eredità involontaria

Curiosamente, Colombo non è mai stata a Maracaibo, che si pronuncia “Maracàibo”, e non si sente la madre del tormentone estivo italiano. Ma le si deve un merito: aver aperto la strada alla musica latina nell’estate italiana, decenni prima che diventasse la norma.
E se oggi ascolta i successi radiofonici? Sorride: “Mi piacciono Mon amour di Annalisa e Che t’o dico a fa’ di Angelina Mango. Anche i The Kolors li trovo bravi. Ma molti altri sembrano tutti uguali, come se i testi li scrivesse un’intelligenza artificiale”.
Oggi Lu Colombo vive la musica senza rincorrere il successo, libera da quel peso che negli anni ’80 la schiacciò. Ma resta il paradosso: di lei, tutti ricordano solo Maracaibo. Forse però non è un male, se è vero che dopo oltre quarant’anni quel ritornello continua a far ballare generazioni intere.
