Le tre strade di Franca Viola: sottomissione, vendetta o coraggio

By 28 Maggio 2019Italia, Primo piano

Il no di Franca Viola del 1965 che cambiò nel corso degli anni la sorte delle donne italiane. Dei 22 anni di pena chiesti dal pubblico ministero, Melodia venne condannato a 11 anni per violenza carnale, violenza privata, lesioni, minacce e per il ratto a scopo di matrimonio.

La Legge 544 del Codice Penale italiano, abrogata nel 1981, recitava così: Per i delitti preveduti dal capo primo e dall’articolo 530, il matrimonio, che l’autore del reato contragga con la persona offesa, estingue il reato, anche riguardo a coloro che sono concorsi nel reato medesimo; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti.

Era la legge sul matrimonio riparatore in caso di violenza sessuale. Una legge contenuta nel Codice Penale e che, paradossalmente, non comminava alcuna pena, ma anzi legittimava un comportamento criminale, lo stupro, regalando un “uscite gratis di prigione” a chiunque lo avesse potuto e voluto commettere. Una legge che aveva la peculiarità di tutelare la società, la morale pubblica e il buon costume, evidentemente ritenuti da salvaguardare a tutti i costi anche con misure riparatorie eccezionali, quali il calpestare i diritti umani della vittima, della persona offesa. Una legge talmente “sentita” nella società italiana del tempo, che contribuiva a porre uomo e donna su due piani sfalsati, non paritari, l’uno di dominio, l’altro di sottomissione, sconfessando in definitiva sé stessa e il suo essere “uguale per tutti”. Una legge che tramutava la vittima in colpevole – colpevole di vergogna e disonore -, e alla quale non lasciava altra scelta se non quella di sottomettersi e accettare passivamente un matrimonio con il proprio aguzzino per mondare tale onta da sé e dalla propria famiglia, altrimenti additate con disprezzo e bandite dalle relazioni sociali più comuni, prima fra tutte la possibilità per la vittima di rifarsi una vita con qualcun altro. Nessuno, infatti, secondo la mentalità dell’epoca che considerava sostanzialmente la donna come un oggetto di proprietà dell’uomo, padre o marito che fosse, avrebbe acconsentito a prendere in moglie una donna “già usata” da qualcun altro.

Ebbene, come detto, questa legge fu abrogata nel 1981. Il processo di abolizione però partì molto prima, nel 1965 per la precisione, e non iniziò grazie a interpellanze parlamentari o a causa di scioperi e proteste di piazza di una moltitudine di italiani indignati per l’assurdità dell’ordinamento giuridico. Cominciò il giorno in cui una ragazzina di 17 anni, nata e cresciuta in una Sicilia conservatrice e dalla mentalità chiusa e sessista, disse no. Cominciò il giorno in cui una figlia di 17 anni trovò il supporto di suo padre e di sua madre nel farsi carico di tutto ciò che quel no avrebbe significato: dileggio, persecuzione, disprezzo, oltraggio e disonore. Cominciò il giorno in cui una donna di 17 anni si ribella al sistema e, delle tre strade che si trovò di fronte, decise di scegliere quella più difficile e ardua da percorrere, ma facendolo a testa alta. Sempre.


Franca Viola è il nome di quella donna e le tre strade che aveva davanti, dopo essere stata rapita e stuprata dall’ex fidanzato Filippo Melodia, erano tutte previste dall’ordinamento italiano.

La prima strada è quella con cui abbiamo aperto l’articolo: il matrimonio riparatore. Melodia, respinto da Franca e dalla famiglia di questa per le sue connivenze mafiose, fu tanto certo di poter fare affidamento sulla suddettalegge in vigore che rapì Franca, tenendola segregata per una settimana e violentandola, sapendo bene che, in tal modo, lei non avrebbe potuto fare altro che sposarlo,pena lo “svergognamento” sociale, e che luiavrebbe potuto contare sul perdono di tutti i suoi crimini grazie alla legge. Se Franca avesse percorso questa strada, ci sarebbe stata la cosiddetta “paciata”, l’incontro tra le due famiglie per metterle davanti al fatto compiuto, seguita dall’accettazione da parte della vittima di rimanere per il resto della vita accanto a chi l’aveva violentata. L’onore della famiglia e della ragazza sarebbe stato ripristinato, e l’onta infamante dimenticata, così come i crimini commessi da Melodia. Ebbene, Franca Viola disse no al matrimonio riparatore e alla sottomissione.

La seconda strada percorribile avrebbe visto il padre di Franca, Bernardo, protagonista. Il Codice Penale italiano, nell’articolo 567 (abrogato anch’esso nel 1981) permetteva, in alternativa al matrimonio riparatore, di lavare con il sangue l’onta subita. Bernardo avrebbe quindi potuto uccidere Melodia, commettendo il cosiddetto “delitto d’onore” per ripulire il disonore sceso sulla figlia e sulla propria famiglia al momento dello stupro. La pena, in questo caso, era dai 3 ai 7 anni, che per un omicidio intenzionale non è praticamente nulla. Un’altra legge, quindi, che non puniva realmente, non come avrebbe dovuto per lo meno, ma legittimava un crimine, l’omicidio, concedendo una pena fortemente attenuata al suo esecutore.Ebbene, Franca Viola e suo padre Bernardo dissero no al delitto d’onore e alla vendetta.

È vero le due leggi in questione, in qualche modo, si compensavano, dando i mezzi, sia alla vittima che all’aguzzino, di risolvere la questione in un modo o nell’altro. Ma oggi ci appare lampante quanto sia evidente la distorsione di valori e diritti che si nascondeva dietro a queste leggi. È la giustizia che calpesta sé stessa.

Eppure, esisteva anche una terza opzione, che nessuno, a quel tempo, prendeva mai seriamente in considerazione, soprattutto in una Sicilia retrograda e contadina, controllata dalla mafia e da una mentalità sessista di stampo fascista. Fu questa la strada intrapresa da Franca, da suo padre Bernardo e dalla madre Vita: rivolgersi alle forze dell’ordine, denunciando Melodia e i suoi complici di rapimento, violenza carnale, percosse, minacce. Il risultato fu che i carabinieri fecero irruzione nell’abitazione dove Franca era tenuta prigioniera e arrestarono i rapitori.

Già, la terza opzione che a noi oggi pare tanto scontata, laggiù, nella Sicilia di quegli anni, non lo era affatto. Quella strada infatti significava mettersi contro il sistema, contro abitudini radicate, contro la mentalità di una terra e di una nazione intera. Significava cercare di camminare, da quel giorno in avanti, a testa alta, senza badare a chi avrebbe tolto loro il saluto, alle amicizie che sarebbero evaporate, alla vergogna, al disonore, al bando e all’esilio sociale, continuando a essere “colpevoli” di disonore per tutti. Significava percorrere il proprio cammino, certi della propria integrità di uomini e donne, certi che la legge, per quanto sbagliata, un giorno avrebbe dato loro ragione.

E così fu, almeno in parte. Dei 22 anni di pena chiesti dal pubblico ministero, Melodia venne condannato a 11 anni per violenza carnale, violenza privata, lesioni, minacce e per il ratto a scopo di matrimonio. La legge sul matrimonio riparatore venne consideratacome attenuante, un controsenso impensabile considerato che la condanna stessa, oltre che la volontà di Franca, la escludevano.

Una vittoria a metà, forse, per Franca, che segnò però l’inizio di una nuova vita. Tre anni più tardi convolò a nozze con il compaesano Giuseppe Ruisi, che coraggiosamente insistette nel volerla sposare, nonostante la fama di “svergognata” e il timore di possibili rappresaglie da parte della famiglia di Melodia.

Non ci fu però alcuna rappresaglia e la coppia poté vivere tranquillamente la propria vita, crescendo due figli che in seguito diedero loro due nipoti. Filippo Melodia, d’altro canto morì per un colpo di lupara poco tempo dopo la sua uscita dal carcere. Due destini ben diversi, dunque, che rappresentano bene le strade scelte dai protagonisti di questa vicenda e rendono a Franca quella giustizia che risultò in parte manchevole al processo. Eppure, dopo quel processo, il vero cambiamento non fu tanto nella vita di Franca, ma riguardò la vita di tutte le donne in Italia e l’intera società.


Franca fu la prima a dire no. Un no che è stato il primo passo verso l’emancipazione della donna in Italia. Un no che ha smosso politici e governi, decretando infine l’abolizione dei due articoli di legge, quello sul matrimonio riparatore e quello sul delitto d’onore, che consideravano i rispettivi crimini dal solo punto di vista dell’oltraggio alla morale e non come reati alla persona. Un no che ha riportato aguzzini e vittime nelle giuste posizioni, senza possibilità di fraintendimenti. Un no che ha trasformato una ragazza di 17 anni in un Grande Ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica italiana, un’onorificenza tra le più importanti in Italia. Un no che è diventato simbolo di dignità, di parità tra uomo e donna, di coraggio e di cambiamento.

Quel no di Franca Viola non ha cambiato solo l’ordinamento giuridico italiano, ma ha cambiato gli italiani, uomini e donne. Quindi, grazie Franca per aver detto no.

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