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Le “prefiche”, le donne pagate per piangere ai funerali, esistono ancora in Basilicata?

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Le “piagnone”, meglio note come prefiche, erano le donne che vendevano il loro pianto straziante per i funerali, oggi sembrano scomparse. Ma queste professioniste del lutto, fino a non molto tempo fa, erano comuni in Basilicata, ma ora il mondo è cambiato, e con questo anche il modo di guardare alla morte.

di Nicola Lacerenza

 

Tutte vestite di nero a struggersi in lacrime ai piedi di una bara, strappandosi i capelli e gridando preghiere e lodi al defunto, strappandosi i capelli e graffiandosi la faccia, non è mai stata espressione di sincera disperazione, bensì di un vero e proprio mestiere. In Basilicata, una terra che ha conosciuto nella sua lunga storia la fame più nera, fino a pochi anni fa, si sono vendute anche le lacrime e lo strazio. Queste “mercanti della sofferenza”, ereditate da un paganesimo risalente all’antico Egitto e poi diffuso nella Magna Grecia, erano le “prefiche”. Donne che avevano il compito di rendere tragico ciò che già lo era di per sé, la veglia al defunto. “Piangere il morto”, in maniera gestuale più viva, era di fondamentale importanza, al punto che esisteva un vero e proprio mercato e, chi voleva celebrare il funerale in forma più maestosa e appariscente, si impegnava ad ingaggiare le prefiche più “quotate” e, in questo mercato speciale, c’era una diversità di prezzo: le più capaci, erano anche le più costose.

Vere professioniste del lutto, queste donne incarnavano nel proprio struggimento una paura della morte che i lucani di un tempo combattevano con un “rispetto reverenziale”. «Io non piango per qualcuno che muore, non l’ho fatto manco per un genitore che morendo mi ha insegnato a pensare. No, non lo faccio per un altro che muore» – cantava Franco Califano. A volte, però, non si possono comandare le lacrime quando queste sono considerate utili. A cosa? Ad allontanare la morte dalla comunità. Le prefiche erano solo una parte, se pur importante, di un rito funebre che andava ben al di là della funzione religiosa. Rompere i piatti per terra e tirare un secchio d’acqua non appena il feretro avesse varcato la soglia di casa erano modi per allontanare gli “spiriti” e la sfortuna. Dopo le prefiche, ogni parente, a turno, era tenuto a mostrare il proprio pianto davanti la bara. Perché il morto “si deve piangere”, anche dopo il funerale.

Per mesi gli uomini dovevano lasciarsi crescere la barba e le donne indossare vestiti che fossero neri. L’esteriorizzazione del lutto, serviva a ricordare a tutti che “polvere siamo e polvere ritorneremo” e che a morire ci voleva davvero poco. Le prefiche in Basilicata hanno trovato lavoro fino agli anni ’50 del secolo scorso, quando diffusa era l’ignoranza e la povertà. Erano i tempi delle grandi epidemie, il divario tra queste e il progresso medico-scientifico era ancora troppo grande. Non restava che pregare. Le superstizioni, allora, rappresentavano l’unico modo per interpretare gli eventi, soprattutto quelli tragici. I decessi improvvisi come quelli da ictus, infarto, oppure la famigerata SIDS (sindrome della morte improvvisa del lattante), di cui solo recentemente si sono scoperte le cause, erano inspiegabili in un mondo ancora così legato ad antiche tradizioni e credenze   pagane.

All’epoca si trattava semplicemente di sfortuna, di cattiva sorte. Ricordarsi della propria fragilità terrena era l’unico modo per rendere onore al fatidico giorno e sperare che questo arrivasse il più tardi possibile. I lucani, come il resto degli uomini, non sono diventati immortali, ma le prefiche e il loro mondo non ci sono più. Il progresso tecnologico e culturale ha soppiantato alcune credenze. Oggi, se succede qualcosa è per una causa, non per uno spirito maligno e le cause si indagano scientificamente, non si esorcizzano. In un modo globalizzato i grandi stilisti decidono qual è “l’abito adatto ad ogni occasione”. Le riviste di moda sanno se “il 2017 è l’anno dell’uomo con la barba” oppure no. Non è più la tradizione a decidere cosa mettersi. Nonostante tutto, tenere a mente che i giorni dell’uomo non sono infiniti, può aiutare a vivere meglio. «Ricordare che morirò presto – ha detto Steve Jobs- è lo strumento migliore  che ho trovato per aiutarmi a prendere le grandi decisioni nella vita. Perché quasi tutto, le aspettative esterne, l’orgoglio, la paura, il ridicolo o il fallimento, tutto questo svanisce di fronte alla morte, lasciando solo ciò che è veramente importante. Ricordare che morirai presto è la miglior maniera che conosco per evitare l’errore di pensare che hai qualcosa da perdere».

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