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Arte & Cultura

“Le domande dell’Arte” un libro di Gaetano Marinò

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Tempo di lettura: 6 minuti

La recensione del saggio dell’artista Gaetano Marinò dal titolo “Le domande dell’Arte. L’arte delle domande”.

di Antonio Fugazzotto

Dell’arte e per l’arte si può dire, parlare all’infinito. Si può spaziare, si può affermare tutto e l’inverso di tutto. Si può sparlare, fare voli pindarici. Non ci sono regole precise, non ci sono steccati. Avete mai provato a meditare su un fatto, su un elemento che spesso contraddistingue l’arte e la sua storia? Sulle   correnti, i movimenti, i periodi, gli “ismi” (neoclassicismo, impressionismo, espressionismo, cubismo, futurismo, surrealismo) solo per citarne alcuni?

Per ovviare a questa tendenza a questo dilagare di critiche opinioni argomentazioni che possano ondivagare senza che ci sia una disciplinata e, perché no, accademica cultura dell’arte e forse anche una letteratura. Per mettere ordine, possiamo dire, da sempre esiste una tendenza degli studiosi e dei critici già dall’arte classica che  riscontriamo nella storica stabilità delle valutazioni artistiche trasmesseci da Plinio, Dionigi di Alicarnasso, Cicerone, Quintiliano. Non critici d’arte in senso moderno ma ad esempio  la “lettura” del monumento, di una statua, di un capitello  da un centinaio d’anni forma, come eredità positivistica, il punto di partenza della moderna critica d’arte, che era esercitata diligentemente anche dai Greci, che esprimevano, per ogni opera, giudizi di raffinata sensibilità e precisi orientamenti di gusto. Una tendenza che quindi viene da lontano, un tentativo di  far di un gruppo di artisti un gregge da poter dirigere dentro un recinto per poi più facilmente delinearne i tratti comuni, lo stile, il linguaggio ma anche il messaggio? Bene se vi siete fatti questa domanda avrete però anche individuato una tendenza di molti degli artisti a evadere dal recinto per guardare oltre, per non porre alcun limite all’anelito inarrestabile di libertà espressiva.

Tutti spesso si sono saputi differenziare da sé stessi, incamminarsi verso sentieri espressivi che si chiamano ricerca e sperimentazione. C’è chi dal figurativo introspettivo che già si divide in periodi; “blu” essenzialmente monocolore tenue prima e “rosa” con vivacità cromatica poi, approda al geniale lido del cubismo dichiarando al mondo che la realtà del soggetto oggettivamente non esiste. E attuando cesure con le tradizionali rappresentazioni prospettiche, propone una visione segmentata, parcellizzata e geometrica della realtà. Oggetti, persone e paesaggi vengono così scomposti in forme essenziali, come cubi, sfere e cilindri, che permettono di rappresentare diverse angolazioni simultaneamente. Sto parlando senz’altro di Pablo Picasso che, pur nella sua voglia di evadere dagli schemi dei cosiddetti movimenti, ne rappresenta come altri un po’ un’eccezione.

Ne è un eccezione perché geniale inventore ( insieme a Georges Braque) e inquieto interprete   di quella rivoluzione che costituiva un vero e proprio scardinamento delle consuetudini pittorico-artistiche già avvenuto con i post impressionisti e i Fauves. Ma anche il cubismo vide nei due artisti la preponderante voglia di evoluzione.  Una vera e propria smania di passare dal cromatismo essenziale ad uno stile, tutto orientato alla sintesi con cui si presentavano i soggetti all’interno di grandi tele con prospettive multiple e in cui il colore assumeva però un ruolo forte. Le forme, pur nella loro frammentazione e scomposizione, diventavano più grandi e decorative e le superfici delle tele addirittura accoglievano materiali estranei incollati sulla tela in combinazione apparentemente casuale con le aree dipinte. Si potrebbe parlare a lungo di questo tema, ma a questo punto detto e premesso tutto ciò passo a Gaetano Marinò. Voi vi chiederete perché solo dopo questa lunga riflessione? Ecco ho già raggiunto il mio primo originale, dovete ammettere, obiettivo, che è quello di stimolare in voi domande. Se rileggete sopra vedrete che anche io ho posto domande, interrogativi… Chiedere, domandare. Lecito si potrebbe dire. Qualcuno sostiene che “la stupidità deriva dall’avere una risposta per ogni cosa. La saggezza deriva dall’avere per ogni cosa una domanda”. Qualche altro La cosa importante è non smettere mai di domandare. La curiosità ha il suo motivo di esistere. Non si può fare altro che restare stupiti quando si contemplano i misteri dell’eternità, della vita, della struttura meravigliosa della realtà. È sufficiente se si cerca di comprendere soltanto un poco di questo mistero tutti i giorni. Non perdere mai una sacra curiosità.”

Quest’ultima straordinaria riflessione di Albert Einstein mi conduce direttamente al mondo artistico di Gaetano Marinò. E alla sua fantasmagorica, esilarante, straordinaria spinta indomita di interrogarsi e di scovare i misteri insiti nella creatività che poi è pura passione. Ma è anche incontenibile impeto che spinge gli artisti a cercare in tutti i modi di aprire sé stessi all’interlocutore che si pone in osservazione più o meno attenta della sua creatura pittorica. Interrogarsi dicevo. Ecco risiede proprio qui la genialità dell’intuizione letteraria e artistica dell’autore di questo libro. Ed è quella di cercare risposte al suo indomito desiderio espressivo attraverso stimolazioni e domande rivolte a suoi ipotetici colleghi. Non sono “interviste impossibili” come quelle che un fortunato programma di Radio Rai di qualche anno fa rivolgeva ai grandi personaggi della Storia. A tal proposito ne ricordo una rivolta al sovrano azteco Montezuma interpretato da Carmelo Bene, con la partecipazione di Italo Calvino nel ruolo dell’intervistatore.

Una serie di domande che fecero da straordinario pungolo per tipiche risposte atte a illustrare quella leggendaria personalità del sovrano che più che un guerriero si mostrò nella sua vera fisionomia. Una figura carismatica di sacerdote   studioso   e soprattutto estroso: nei suoi palazzi ospitava enormi voliere con uccelli provenienti da tutte le Americhe, aveva persino realizzato un grande giardino, orto botanico, dove coltivava piante medicinali e officinali ante litteram. Possiamo dire che attraverso queste domande ci è stato consegnato un Sovrano Azteco che, avvertito da segni straordinari come una cometa che apparve in cielo in pieno giorno, agli inizi del ‘500 sentiva nell’aria la fine del grande impero azteco per l’approssimarsi della conquista degli spagnoli. Un’ intervista che ci consegna più che un conquistatore uno studioso di astrologia, un naturalista, un amante delle sculture (soprattutto rettili) e disegni raffiguranti divinità e astri. Come abbiamo visto è fondamentale chiedere. Dare adito e spazio all’esigenza di sapere. Si scoprono reconditi slanci, si fa colta investigazione.

Questo fa Gaetano Marinò nel suo libro “Le domande dell’arte”. Scrutare nell’universo creativo ed emozionale degli artisti attraverso quella curiosità di cui parlava Einstein. Quella portentosa curiosità che sfiora dimensioni di sacralità se diretta ad investigare i misteri della vita e della struttura meravigliosa della realtà. Ma la realtà per un creativo e studioso come Gaetano Marinò, come per Picasso e come per ogni artista, non esiste se non come  frutto di osservazione emozionale e di percezione sensoriale. Egli persegue con convinzione lo stesso obiettivo raggiunto da Italo Calvino con Montezuma, cioè quello di penetrare nei reconditi cunicoli dell’arte contemporanea e non solo.  Egli cerca di addentrarsi attraverso una gentile e portentosa maieutica nel misterioso e fantasmagorico labirinto che aleggia negli animi degli artisti. Nei gusti e nelle tendenze che ne indirizzano gli stili e nelle influenze che li possono rendere appetibili ad un mercato sempre più incomprensibile e forse anche spesso riottoso.

Tra le varie tematiche poste nel libro, una ha colpito la mia attenzione maggiormente ed è “I tempi dell’arte”. Da qui scaturiscono domande come “Che rapporto ha col tempo?”, “Cos’è la memoria?” Il tempo, la memoria. Concetti che costituiscono la linfa del nostro vivere. Non c’è nulla di più soggettivo del tempo. Qualcuno ha detto che il tempo in realtà non esiste. L’artista si eleva, vola alto e assume un ruolo di protagonista nel rapporto con esso. E’ un po’ come la realtà che egli plasma e modella attraverso i suoi colori, luci, ombre, figure, concetti, spazi, prospettiva. Egli è un demiurgo. Ha un potere incredibile. Il tempo e la memoria sono indissolubili, sono la portentosa ispirazione di Salvador Dalì che, nel suo famoso quadro “La persistenza della memoria” riflette filosoficamente sulla relatività del tempo e ne raffigura l’intreccio con la memoria tra surrealismo e stravaganza.

L’autore di questo libro, proponendo quesiti inquietanti al lettore, in realtà chiede innanzi tutto a sé stesso di indagare sul mistero angosciante di questo intreccio. Gaetano Marinò è colui che, e ciò va sottolineato con vigore, ha saputo individuare una strada, un tragitto ideale, un movimento di pura avanguardia che ha denominato “Fantalogica” che pone all’attenzione dell’arte contemporanea il suo apporto che nasce da un altro intreccio, cioè quello sulla tela tra curva e linea, tra fantasia, estro e funzione mentale. Un connubio stretto, come era quello tra tempo e memoria, tra illuminismo e romanticismo, tra   Voltaire e   Schopenhauer.

Ma di una cosa egli è consapevole ed è quella di sapersi porre nel giusto atteggiamento di chi, come da artista sensibile e aperto qual è,  si predispone per cercare di mettere al servizio totale della creatività artistica la sua innata e sapiente capacità di maneggiare pennelli e colori.

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