Diritti umani
L’anomalia statistica che sfida il sistema: Umberto Barbieri e il diritto allo studio dei ricercatori con disabilità
Dalla XX Conferenza dei Ricercatori Italiani nel Mondo emerge una riflessione sul rapporto tra merito, disabilità, ricerca scientifica e Intelligenza Artificiale. Il ricercatore italiano si racconta e denuncia una disparità nel sistema universitario. A seguire, l’intervista esclusiva a Umberto Barbieri.
di Laura Marà
Da venti anni la Conferenza dei Ricercatori Italiani nel Mondo rappresenta uno dei principali momenti di confronto sul futuro della ricerca scientifica italiana, sulle collaborazioni internazionali e sul fenomeno della mobilità dei ricercatori. Un’occasione per discutere di innovazione, politiche accademiche e prospettive della comunità scientifica italiana nel mondo.
Tra gli interventi che hanno maggiormente catturato l’attenzione del pubblico vi è stato quello di Umberto Barbieri, giovane ricercatore italiano impegnato nel campo dell’Intelligenza Artificiale applicata alla psicologia quantitativa e ai processi di apprendimento, oggi attivo presso il Politecnico di Hong Kong.
Il suo non è stato soltanto un intervento dedicato alla ricerca. È diventato anche una riflessione sul significato concreto del diritto allo studio, sul valore del merito e sulle difficoltà che le persone con disabilità continuano a incontrare nel raggiungere i più alti livelli della formazione universitaria.
Più che raccontare la propria esperienza personale, Barbieri ha scelto di porre una domanda che riguarda l’intero sistema accademico italiano: quanti talenti si perdono lungo il percorso perché le condizioni necessarie per valorizzarli non vengono create?
Intervista a Umberto Barbieri
«Il problema non è essere un’eccezione. Il problema è chiedersi dove siano finite tutte le altre.»
A cura di Laura Marà
Durante la Conferenza lei si è definito un’«anomalia statistica». È un’espressione molto forte. Quando ha preso coscienza di rappresentare un’eccezione all’interno del sistema universitario italiano?

«Per anni, a conferenze ed eventi, ho notato che ospitarmi metteva regolarmente in difficoltà l’organizzazione. All’inizio pensavo: possibile che siano tutti così impreparati? Poi ho capito che non erano impreparati, erano non abituati: casi come il mio ne incontrano di rado.
E a quel punto ho fatto ciò che un ricercatore sa fare: sono andato a contare.
Nell’unica rilevazione nazionale mai realizzata, quella dell’ANVUR sul 2019-2020, gli studenti con disabilità certificata erano l’1,2% degli iscritti alla laurea triennale e lo 0,3% al dottorato: 94 persone in tutta Italia, circa un quarto delle 370 attese a parità di presenza.
Lì ho capito.
Per me “un’anomalia statistica” non è un’etichetta, ma una domanda di ricerca: dove finiscono gli altri, e perché? E perché nessuno lo vede?»
Nel suo intervento ha richiamato l’articolo 34 della Costituzione. Secondo lei, oggi il diritto allo studio viene realmente garantito ai giovani con disabilità oppure esiste ancora una distanza significativa tra il principio costituzionale e la realtà?
«Quel diritto oggi non viene negato apertamente: viene reso non verificabile.
L’Italia ha contato gli studenti universitari con disabilità una volta sola, per il 2019-2020, e non ha più ripetuto la rilevazione.
Le indagini nazionali su laureati e dottori di ricerca non registrano la disabilità; nessuna fonte collega istruzione, disabilità e salute.
La catena è semplice: se non verifichi non puoi monitorare, e se non monitori non puoi supportare.
L’ho vissuto personalmente: per il mio periodo di ricerca servivano procedure che nella maggior parte dei centri, anche fuori dall’Italia, semplicemente non esistevano.
La buona notizia è che colmare questo vuoto costa pochissimo: contare ogni anno per livello di corso, dottorato incluso; inserire la disabilità nelle indagini su laureati e dottori; pubblicare un indicatore di rappresentanza.»
Oggi lei lavora in un contesto internazionale. Quali differenze ha riscontrato tra il mondo della ricerca italiana e quello che vive quotidianamente all’estero in termini di opportunità, inclusione e valorizzazione del merito?
«Premetto che parlo della mia esperienza, per definizione parziale.
La differenza che ho toccato con mano è l’ordine delle domande.
Alla Hong Kong Polytechnic University, con il professor Emmanuele Chersoni, la prima domanda è stata: “Sai fare questa cosa?”.
Ho sostenuto un colloquio in cui dovevo dimostrare di meritare l’opportunità.
Solo dopo, accertato il merito, si è passati alla logistica: oggi svolgo con loro un periodo di ricerca di sei mesi lavorando da Roma.
In altri contesti, anche europei, l’ordine si inverte: prima ci si chiede “Possiamo ospitarlo? Possiamo gestirlo?”, e se la risposta è no, quanto vali diventa irrilevante.»
Negli ultimi anni l’Intelligenza Artificiale viene spesso descritta come una minaccia. Lei, invece, la studia ogni giorno. Quali opportunità ritiene che il grande pubblico tenda ancora a sottovalutare? Crede che possa diventare anche uno strumento di inclusione per le persone con disabilità?
«Sui rischi il dibattito c’è già: modelli che ti danno ragione a prescindere, risposte inventate. Quello che si sottovaluta è il resto.
Nell’educazione stiamo vivendo un vero e proprio rinascimento. Per la prima volta possiamo costruire sistemi capaci di adattarsi realmente al singolo studente.
Il paradosso è che il collo di bottiglia non è la tecnologia, ma la nostra capacità di misurare ciò che essa produce. Come nei romanzi di Douglas Adams, abbiamo la risposta e ci manca ancora la domanda.
Sull’inclusione preferisco evitare la risposta facile. Questi strumenti li utilizzo ogni giorno nel mio lavoro e conosco bene il loro potenziale. Proprio perché sono potenti possono includere oppure escludere con la stessa efficienza.
Un sistema progettato male non si limita a non aiutarti: automatizza l’esclusione.
Tutto dipende da come queste tecnologie vengono progettate, governate e utilizzate.»
Molti giovani ricercatori italiani si trovano davanti a un bivio: restare oppure partire. Quale consiglio darebbe a chi sogna una carriera nella ricerca?
«Sono un dottorando: i consigli preferisco riceverli piuttosto che darli.
Però una cosa credo di averla capita.
“Restare o partire” è la domanda sbagliata.
Quella giusta è: dove si può risolvere il tuo problema di ricerca?
Esistono settori, e l’Intelligenza Artificiale è uno di questi, nei quali gran parte degli investimenti e delle infrastrutture di calcolo oggi si trova fuori dall’Europa.
In questi casi non scegli tu: sceglie il settore.
Per questo il consiglio è scegliere il problema, non il luogo, e restare flessibili sugli strumenti: una collaborazione internazionale, un periodo all’estero oppure un trasferimento vero e proprio.
Io stesso rappresento la dimostrazione che questo bivio è spesso falso: il mio periodo di ricerca presso la Hong Kong Polytechnic University lo sto svolgendo da Roma.
Reti come la Conferenza dei Ricercatori Italiani nel Mondo, che Vincenzo Arcobelli anima da anni, servono proprio a questo: creare connessioni e moltiplicare le possibilità tra il restare e il partire.»
Guardando al suo percorso personale, c’è stato un momento in cui ha pensato di rinunciare? E cosa le ha dato la forza di proseguire?

«Più di uno, e probabilmente non saranno gli ultimi.
Ma il punto interessante è che non è mai la ricerca scientifica a farti dubitare. È tutto quello che le ruota attorno. La precarietà, che riguarda praticamente ogni giovane ricercatore.
E la logistica, che nel mio caso pesa ancora di più.
Presentare un lavoro a una conferenza significa affrontare uno sforzo doppio o triplo rispetto a molti altri colleghi. A tenermi dentro sono la curiosità e una certa testardaggine. Però voglio essere onesto: la testardaggine è un tratto del carattere, non una politica pubblica.
Un sistema che si regge sulla tenacia dei singoli non seleziona i più bravi. Seleziona i più resistenti.
È anche per questo che continuo a insistere tanto sui dati: perché arrivare in fondo non debba dipendere da quanto una persona riesca a resistere agli ostacoli.»
Qual è il progetto di ricerca che oggi la entusiasma maggiormente e che ritiene possa avere un impatto concreto sulla società nei prossimi anni?
«Sono di parte, ma non ho dubbi: la misurazione dell’apprendimento.
È ciò su cui stiamo lavorando all’Università Pegaso, all’interno del CASE – Centro per gli Studi Avanzati nell’Educazione.
Sviluppiamo sistemi di tutoraggio intelligente che uniscono pedagogia, psicologia e Intelligenza Artificiale: modelli capaci di ricostruire ciò che uno studente sa davvero e di adattare il percorso formativo di conseguenza.
L’obiettivo è andare oltre il voto. Un voto è informazione compressa al punto da diventare quasi inutile. Un 28 non dice che cosa sai realmente, quali competenze hai acquisito, che cosa ti manca o da dove dovresti ripartire. Lo stesso numero può nascondere lacune completamente diverse tra uno studente e l’altro.
Il punto, però, è la scala. Migliorare l’apprendimento non significa lavorare su un singolo studente, ma su un’intera società. Ogni progresso, dalla medicina alla fisica, nasce sempre da qualcuno che ha imparato bene.
Se un giorno fosse possibile imparare una lingua in un mese o padroneggiare l’anatomia in poche settimane, non cambierebbe soltanto una carriera: cambierebbe ciò che la prossima generazione sarà in grado di realizzare.
L’istruzione è l’unico settore in cui ogni miglioramento produce effetti positivi su tutti gli altri.»
Una questione che riguarda l’intero Paese
Il percorso di Umberto Barbieri racconta certamente una storia personale, ma il messaggio emerso durante la XX Conferenza dei Ricercatori Italiani nel Mondo va ben oltre la vicenda del singolo ricercatore.
Le sue parole riportano al centro del dibattito un tema che riguarda il futuro dell’università italiana, della ricerca scientifica e delle politiche per l’inclusione: il talento può davvero essere considerato tale se il sistema non offre a tutti le stesse opportunità per esprimerlo?
La domanda assume un significato ancora più profondo quando viene accompagnata dai numeri. Se gli studenti con disabilità risultano ancora fortemente sottorappresentati nei percorsi di dottorato, il rischio è che il Paese continui a perdere competenze preziose prima ancora che possano contribuire allo sviluppo della società.
Al tempo stesso, la ricerca condotta da Barbieri dimostra come l’Intelligenza Artificiale, se progettata con criteri scientifici, etici e pedagogici, possa trasformarsi in uno strumento capace non solo di innovare la didattica, ma anche di rendere l’apprendimento più personalizzato e realmente accessibile.
L’intervento del ricercatore non offre risposte semplici né propone soluzioni immediate. Invita, piuttosto, a cambiare prospettiva: passare dalla celebrazione delle eccezioni alla costruzione di un sistema nel quale il merito non debba più dipendere dalla capacità individuale di superare ostacoli evitabili.
Perché, come emerge dalle sue parole, il vero interrogativo non è come abbia fatto una singola persona a diventare un’«anomalia statistica», ma quante altre abbiano rinunciato prima di poter dimostrare il proprio valore.
