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La solitudine dell’opera d’arte

By 5 Maggio 2020 No Comments

Intervista a Gloria Gatti – avvocatessa, giurista ed esperta di diritto dell’arte

di Anna Maria Antoniazza

L’art. 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 recita: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.”

La libertà di espressione è sancita anche dall’art. 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (c.d. CEDU) firmata a Roma il 4 novembre 1950 e ratificata dall’Italia con l. 4 agosto 1955, n. 848: “Ogni persona ha diritto alla libertà d’espressione. Tale diritto include la libertà d’opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza considerazione di frontiera.”


Quali sono i pericoli attuali che tale libertà sta subendo o potrebbe subire?

Il diritto d’autore è stato uno degli strumenti per affermare la libertà di espressione avendo dato agli artisti “libertà dal mecenatismo”, permettendo loro la facoltà di liberarsi da committenze, eterodirezione e censure, rivolgendosi direttamente al pubblico, anziché al papa o al signore di turno, e di trarre dalle proprie creazioni libere sostentamento, guadagno e notorietà.

Nella situazione attuale, che ha visto il mercato dell’arte spostarsi nella dimensione dell’online ci è imposto di riflettere sul fatto che la creatività potrebbe subire limitazione non già da parte di un signorotto ma da una medium digitale ove si vende e piace ciò che più facile fotografare o riprodurre in pixel, con una evidente limitazione degli infiniti mondi di espressione dell’arte che mal si conciliano con la loro una riproducibilità bidimensionale.

Muhammad Yunus, Premio Nobel per la Pace (2006) e ideatore del microcredito, ha sostenuto: “Ogni uomo è dotato di una creatività illimitata. E questa è molto più forte di tutti i mali che affliggono le nostre società e che abbiamo creato noi stessi. Il vero problema è che il sistema non permette agli individui di esprimere e mettere a frutto questa capacità di produrre idee”. Inoltre In uno suo recente articolo ha dichiarato “Non torniamo al mondo di prima. […] Inutile dire che, prima del coronavirus, il mondo non ci andava bene.” Come possono gli artisti aiutare questa missione di pace? In che modo potranno essere coinvolti attivamente e in modo strutturale a prescindere dalle singole iniziative individuali?

Pur essendo una materia in cui non ho specifiche competenze, più che parlare di un contributo al processo di pacificazione, credo che gli artisti potranno con la loro creatività, compressa in misura non irrilevante, durante questo momento d’isolamento, essere il volano che aiuti a vincere la paura diffusa di affrontare l’uscita, di riunirsi e di ritrovarsi di nuovo fisicamente vicini, restituendo all’arte una dimensione di reale fisica condivisione di godimento corale che prima del virus era stata relegata in secondo piano da una logica di profitto e di evento.

Senza dimenticarci che in passato degli artisti italiani del dopo guerra come Fontana, Burri e Dorazio, con l’intento di contribuire a realizzare un ideale collettivo di rinascita hanno raggiunto anche ricchezza, fama e un posto nei libri di storia.

La solitudine di Hopper. Da “Summer in the City” (1950) fino a “Excursion into Philosophy” (1959) e “Cape Cod Morning“, (1959). Chi meglio del pittore realista americano ha saputo cogliere la grande poetica dell’isolamento che stiamo vivendo nei nostri tempi. L’impossibilità della relazione umana, il respiro di una attesa. Una volta che tutti torneremo ad uscire, probabilmente le nostre case saranno vuote e l’unico vero protagonista sarà qualche raggio di sole come in “Sun in an Empty Room” (1963).

Che lezione possiamo prendere da Hopper? Come cambierà il sistema delle relazioni nel mondo dell’arte contemporanea?

Hopper era il poeta della sua solitudine personale e familiare che come spesso accade è divenuto simbolo di una collettiva e desolante solitudine metropolitana e di provincia.

In un momento in cui il virus è combattuto con il distanziamento sociale e uno stravagante “isolamento iperconnesso”, però, da disumane piattaforme di socializzazione digitale accessibili anche ubbidendo al mantra dello “state a casa”, la vacuità degli sguardi, la tristezza dei personaggi di Hopper e delle sue case vuote dovrebbe esserci di monito e spingerci ad abbandonare appena sarà possibile quelle pericolose derive antisociali che potrebbero portarci all’assuefazione di una vita surrogata e lontana dall’esperienza della vera bellezza.

Se la digitalizzazione dell’arte ci ha fatto compagnia durante il lockdown, ci ha fatto anche capire che poche sono le opere che possono dare emozione in absentia. È emblematico il fatto che uno dei primi musei a riaprire al pubblico sarà la Fondazione Bayeler di Basel con una mostra proprio su Edward Hopper che, secondo il direttore Sam Keller, si risveglierà dal sortilegio che l’ha addormentata come la ”Bella addormentata nel bosco“ con il “bacio” dei visitatori mettendo fine al suo sonno solitario.


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