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La Destra di fronte al problema del raccordo con il paese reale. Il sindacato deve essere neo-corporativo

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La nuova sfida sociale: il sindacato deve essere neo-corporativo

di Sergio Bevilacqua – sociologo

La condizione del Globantropocene mediatizzato (globalizzazione, moltiplicazione dell’umanità e creazione di una gigantesca infosfera con la fusione tra web e telefonia cellulare) richiede, per la gestione della sociologia del lavoro e del benessere economico anche locale italiano del momento attuale, un notevole sforzo difensivo. Ma non come si fece inutilmente con la grande industria decotta messa a libro paga dello Stato (e degli italiani…) dagli anni 60 agli 80: occorrono idee brillanti, ora, perché gli Stati, anche importanti come il nostro, possono ben poco di fronte a giganti economici, industriali e finanziari globali.

Uno dei dispositivi opportuni è la creazione di sindacati su un nuovo modello di settore, che raccolga intanto, come nel vecchio modello corporativo, imprese e lavoratori. Il concetto di base è che, di fronte alla volatilità internazionale dei capitali e delle conseguenze sulla sociologia locale del lavoro, volatilità dovuta in extremis alla disperata necessità di mantenere la competitività del sistema impresa, che è la risposta del semplice “capitale”, il sistema sociale può trovare alternative attraverso la composizione delle forze economiche concrete, i nuovi sindacati appunto, non lasciando soli gli imprenditori nel percorso di salvaguardia del valore.

L’impianto di funzionamento di questi sindacati, è articolato al loro interno con le 3 componenti patrimonio, cioè capitale, lavoro interno, secondo le diverse modalità contrattuali precisate dall’ordinamento, e rete esterna dei fornitori e clienti (quest’ultima la novità), oggi strategica nel funzionamento di ogni business. La sua funzione, come in ogni sindacato, è quella di trattare le componenti sociali (contratti di lavoro, infrastrutture, sostegni, fiscalità) con le istituzioni, e di collaborare con ruolo importante alla gestione dei fattori competitivi, con azione di sistema aperto alle reti fornitori/clienti, l’unica possibile, con la creazione e partecipazione a monte di un tavolo strategico delle discrezionalità.

Solo questa articolazione, nella quale si riconoscano gli interessi delle parti strutturali dei business, i soggetti che lo determinano (appunto i 3 sopra), potrà fronteggiare nei limiti del possibile gli appetiti volgari dei governi e la concorrenza globale d’oggi, con ipotesi logiche di mantenimento della produzione di valore persistente a livello locale e della innovazione interstiziale, che può salvare moltissime catene del valore locali, anche nell’epoca neo-feudale del capitalismo raggiunta ormai a livello mondiale.

Come si dimostra, imprenditori e lavoratori sono solo 2 dei 3 soggetti che agiscono in ogni settore economico ormai. Il terzo, la rete delle aziende di monte e di valle, è un soggetto altrettanto vitale per i settori economici e deve essere incluso logicamente nel nuovo sindacato.

Il dialogo del nuovo sindacato è essenzialmente con i poteri pubblici e di posizionamento strategico. Queste le due funzioni classiche peraltro anche del vecchio modello sindacale corporativo: per quello è doveroso citare l’ascendenza organizzativa, ma i modi però sono nuovi, così come è nuovo il contesto competitivo e lo stadio evolutivo dell’economia mondiale.

In effetti, se pensiamo al successo del sindacato corporativo nel periodo del ventennio fascista, la spiegazione sociologica (non quella del dibattito ideologico, che lavora in superficie filosofica e non inquadra la natura economica concreta dei fenomeni sociali) anche allora era quella di una economia industriale che doveva essere protetta per svilupparsi velocemente, follower diremmo oggi, a fronte degli imponenti sistemi industriali dei Paesi dell’Occidente democratico. Francia, Gran Bretagna erano i leader dei primi decenni del XX secolo, gli esplosivi Stati Uniti d’America, in crisi per la crescita enorme, vedi appunto il 1929 a Wall Street, sulla via di diventare leader mondiali indiscussi fino ai giorni nostri, proprio sul piano industriale nella perequazione dei poteri che sarebbero avvenuti con il secondo conflitto mondiale, e la rutilante crescita della Germania nazista, che negli anni 1930 è la più grande economia del mondo, su cui basa il suo piano tardo napoleonico di dominio d’Europa e del mondo. L’Italia, con astuzie ed enormi difficoltà, si affida a un grande progetto di coesione sociale per riuscire a contare, con le dimensioni notevoli acquisite dallo Stato Unitario, per il suo peso demografico in Europa e nel mondo, ove le commisurazioni sono ormai chiaramente di tipo economico-industriale e non più demografico-strategico, come da poco prima alla notte dei tempi.

Il successo del modello industriale sia dal punto di vista della produzione del valore che da quello da quello della forza degli Stati, intuito dal partito fascista, fece allora nascere questa forma consociativa di sindacato, chiamato sindacato corporativo, decisamente innovativo sul piano sociologico, tra classi economiche schiettamente in conflitto tra loro in tutto il mondo, con il marxismo della rivoluzione comunista di classe e il suo conseguente strutturarsi in forma statale attraverso il contributo leniniano. Si può definire tale modello di sindacato una idea, per l’epoca e la temperie caratteristica, decisamente geniale. Ovviamente, passata quella temperie, passò pure il senso di quel tipo di sindacato, e, con la nuova situazione economica e istituzionale del dopoguerra, la forma corporativa fu logicamente sostituita da quella di classe. Che però oggi deve essere riconsiderata, perché la globalizzazione rischia di far tabula rasa non tanto d’iniziative non competitive, e questo nel brutale gioco economico è naturale, ma anche di moltissime opportunità interstiziali e puramente locali, che rappresentano valore puro e fonte di benessere per le comunità e per l’umanità tutta.

Questa la spiegazione di fondo delle critiche alla CGIL: un sindacato vecchio, che corrisponde a vecchie logiche di classe, che sono superate dallo stadio neo-feudale dell’economia mondiale.

È il segno chiaro della fine della lotta di classe e del materialismo storico, peraltro già chiaro a me da 2 decenni almeno, con l’evidente affermarsi della concentrazione mondiale in tutti i settori economici.

Si apre ovunque, e soprattutto in Italia, l’epoca della resistenza societaria e corporativa, con revisione profonda dei profili psicosociologici di imprenditori e lavoratori, e anche accezioni molto diverse sul piano dell’organizzazione economica e industriale: soprattutto, una apertura del concetto patrimoniale, che si sposta come attributo di sistema-rete anziché di singola persona giuridica, ovviamente nella sostanza. Ciò significa che per competere e produrre il valore opportuno alla vita dei popoli il sindacato deve acquisire come minimo una funzione d’indirizzo patrimoniale, che deve essere accolto come guideline, linea guida strategica, dai componenti del sindacato, aziende, lavoro e rete clienti/fornitori. Chi ha ampie vedute, riscontrerà in questa evoluzione del modello capitalistico da individuale a societario aperto di sistema di aziende, una passaggio a una nuova forma di capitalismo, molto più sociale, un poco come sta avvenendo, a partire dal polo opposto, per vie istituzionali e culturali nei Paesi a Socialismo reale rimasti, Cina, Corea del Nord, Cuba, in un punto naturale d’incontro, sull’ara del consolidarsi dell’enorme forza dell’economia globalizzata, oggi strapotente anche verso i Governi degli Stati.

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