Social Network

Diritti umani

Il tramonto della sinistra libertaria

Pubblicato

-

Tempo di lettura: 5 minuti

Il nemico giurato della sinistra contemporanea diventa  l’Occidente, con il carico di valori che essa stessa ha contribuito a diffondere, attraverso battaglie di libertà collettiva che erano orientare alla costruzione di un futuro progressista e libertario.

di Alessio Zedda – sociologo

Un tempo, non troppo lontano, esisteva una larga partecipazione civica e un movimentismo cui dobbiamo molto. Era una sinistra che voleva abbattere gli steccati del pregiudizio, svincolare la società dal giogo del tradizionalismo e liberare il singolo individuo dall’oscurantismo conservativo incapace di immaginare il futuro. Era la sinistra figlia dell’illuminismo, cresciuta nella dialettica e nel dubbio metodico, che alimentava riflessioni decisive sull’universalismo e sui diritti. Quella sinistra, oggi, sembra appartenere ad un passato remoto, che ha sostituito il cosmopolitismo con gli steccati dell’identità ideologica, ha sacrificato la libertà a vantaggio di una “pedagogia del senso di colpa” e trasformato le pratiche di espressione del sé in una sorta di inquisizione laica.

In questa ossessione dei particolarismi, la prima vittima è stato il linguaggio, con lo slittamento delle istanze politiche dai diritti sociali alle mere questioni nominalistiche, che non lavorano per unire le persone che vivono una condizione simile ma, al contrario, stanno procedendo a sezionare la fluida realtà umana. Questa frammentazione civile si consolida in categorie sempre più microscopiche, con l’obiettivo, incredibilmente infantile, di creare mini-mondi isolati uno dall’altro, differenziati fino a ridurre lo spazio sociale in un pulviscolo di diritti sempre più “singolari”, asettici e politicamente corretti. Nell’era del globalismo di fatto, alimentato da un progresso tecnologico che trova, nella comunicazione, il proprio acceleratore permanente, il vortice di particolarismi sostenuto dalla sinistra politica e istituzionale riesce a spostare il limite sempre più in là, con il paradosso di sostituire i confini tra le nazioni con quelli, ben più invalicabili, delle identità personali. Il tribunale permanente sceglie di abolire il confronto, delegittimando, sull’altare di pretese ideologiche spacciate per leggi naturali, il dialogo aperto tra le diverse sensibilità esistenti.

Sul piano concreto, la traduzione operativa di questa perversione filosofica è la tendenza a trasformare fenomeni isolati e statisticamente minoritari, fatte salve le maliziose distorsioni dei numeri per rafforzare l’inesistente correlazione voluta, in una colpa biologica. Il maschio, in quanto maschio e senza ulteriori specificazioni, assume una responsabilità storica che va ben oltre le azioni dell’individuo singolo. Non esiste nessun approfondimento scientificamente rilevante in merito all’indagine delle motivazioni reali che spiegano un fenomeno sociale, ben più complesso del recinto stretto e storicamente situato dell’ideologismo spicciolo. Seguendo il vecchio schema manicheo, derivato da un già sperimentato e fallimentare materialismo storico, si tende a costruire una retorica che divide nettamente il contesto sociale in oppressi ed oppressori, costringendo la realtà in un letto di Procuste, affinché gli elementi che confutano i presupposti di una nuova dottrina sostitutiva, alla disperata ricerca di adepti ciechi del nuovo catechismo del politicamente corretto.

Questa sinistra ha definitivamente abbandonato il tema delle libertà individuali alla destra, in nome di un antioccidentalismo che si traduce in nuove forme di socialità forzata, con la pretesa di dettare non solo le regole del linguaggio, ma anche quelle del pensiero e persino dei sentimenti, in una sorta di ingegneria sociale che punisce il dissenso con l’ostracismo comunitario. Il nemico giurato della sinistra contemporanea diventa allora l’Occidente, con il carico di valori che essa stessa ha contribuito a diffondere, attraverso battaglie di libertà collettiva che erano orientare alla costruzione di un futuro progressista e libertario. Le conseguenze di questo vortice ideologico rischiano di essere catastrofiche, dall’alienazione del consenso popolare, che non si riconosce in battaglie grammaticali fondate su un impianto ideologico vuoto e liberticida, all’inaridimento culturale, che sacrifica la differenza in nome di un’omologazione che pesa parola per parola anche l’arte, la letteratura e l’emozione.

La perdita di questo orizzonte libertario ha trasformato la sinistra in un luogo arido, nel quale la politica distribuisce divieti e prescrizioni, generando colpe da distribuire su ogni individualità non allineata al catechismo ideologico delle sentinelle del nuovo puritanesimo. Vengono passate in rassegna le battute dei comici, le opere letterarie che hanno fatto la storia culturale del nostro paese, in una folle rilettura interessata del cinema e del teatro, costringendo la sensibilità individuale nella tirannia del gruppo e costruendo recinti sempre più stretti, nei quali tutti restano intrappolati, per primi coloro che li hanno costruiti. Accade così che il luogo dello Stato di Diritto, avamposto dei diritti umani nel mondo, il tanto vituperato Occidente, diventa anche il luogo del rovesciamento dialettico, con una bussola epistemologica che vira senza esitazioni verso l’antioccidentalismo viscerale, servito sul piatto immangiabile del puritanesimo linguistico. Un puritanesimo che usa disinvoltamente termini quali rieducazione o decostruzione.

Il contesto storico nel quale avviene questa mutazione, se possibile, complica ulteriormente il quadro, con un mondo incandescente, nel quale vecchi e nuovi autoritarismi non temono di esporsi (ed esprimersi) alla luce del sole, la sinistra si rifugia nelle sillabe, si perde tra le vocali, balbetta di inclusione e scalpita per decostruire e ricostruire una nuova disciplina sociale, omologando la realtà complessa nel proprio schema semplificato, dove la lingua italiana adotta il neutro più autoritario che può. Modificare i suffissi illude la sinistra di sanare d’imperio discriminazioni e disparità sociali, attraverso la censura di coloro che al fascismo lessicale oppongono un orgoglioso italiano. Eppure la forma sembra vincere sulla sostanza, mentre sicurezza e libertà nel mondo del lavoro stentano a trovare solidità, la sinistra annega nell’intersezionalità.

L’Occidente e le radici che lo hanno storicamente costruito come baluardo del diritto e della democrazia si configurano come il male primario, l’origine perversa d’ogni criticità di genere. L’Occidente è il colpevole designato, è l’alibi perfetto per l’autoflagellazione collettiva, nella quale i valori liberali, la laicità dello Stato e l’adozione della metodologia scientifica si trasforma nell’infame etichetta di “arroganza coloniale”. Il cortocircuito è deflagrante. Si parte dal relativismo culturale, in nome del quale si chiudono gli occhi di fronte agli integralismi religiosi che schiacciano popoli attraverso un fascismo teocratico che la sinistra accetta e difende, persino in piazza se c’è da attaccare l’egemonia euroamericana, l’odiato Occidente insomma. Tutto è cultura, e questo è l’ennesimo paradosso, pertanto anche formule di oppressione devono essere rispettate, pena il crimine di divenire eurocentrici.

Sotto i colpi di questo martellante ritornello che “decostruisce” l’identità europea, raccogliamo le macerie di un continente alla deriva, un mondo disarmato dalla sua stessa apertura verso un pluralismo sacrosanto, certo, ma che deve trovare la sua singolarità irriducibile nel rispetto dei diritti umani prima ancora che dei valori occidentali, in buona sostanza mutuati da lotte secolari nelle quali la sinistra ha decisamente svolto un ruolo da protagonista. Continuiamo a discutere delle desinenze, nel confortevole Occidente, mentre le minoranze che provengono da opposti sistemi politici e culturali si fanno beffe della nostra libertà individuale così sacra da ignorarla fuori dai nostri confini. La sinistra rinuncia dunque alla sua missione storica, all’anelito universale dell’emancipazione della specie umana, in nome del quale ha contribuito alla trasformazione della nostra società e alle conquiste civili che hanno consentito la fine degli assolutismi e il respingimento dei regimi autoritari.

Advertisement