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Cinema & Teatro

Il dolore messo a nudo nello spettacolo ‘Torna tra nove mesi’  di Evelina Nazzari

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Fisica oltre che psicologica la scomposizione dell’io, un doppelgänger pirandelliano a cui la protagonista si aggrappa nel tentativo di raccontarsi, di portare alla luce il dolore per la perdita drammatica del suo unico figlio.

di Angela Celesti

È difficile ricucire una storia che è a pezzi, come un Frankestein all’incontrario, ma bisogna trovare un varco dietro quel muro invisibile che separa lo spettatore. Ciò che appare, entrando nella sala semibuia del TeatroSophia per assistere al monologo-dialogo Torna tra nove mesi di Evelina Nazzari è un pavimento pieno di brandelli di carta stropicciata, un baule-gabbia al centro della scena e un enorme manichino sospeso che ti aspetta incompiuto nel fondopalco.

Ciò che succederà da lì in avanti è un vero e proprio dramma, senza mediazioni, portato in scena nella crudezza necessaria, vera architrave di uno spettacolo scritto e voluto dalla straordinaria attrice Evelina Nazzari interpretato insieme a Maddalena Recino, suo alter ego, l’espediente drammaturgico più potente per esplorare la psiche umana. Fisica oltre che psicologica la scomposizione dell’io, un doppelgänger pirandelliano a cui la protagonista si aggrappa nel tentativo di raccontarsi, di portare alla luce il dolore per la perdita drammatica del suo unico figlio. Shakespeare è stato colui che forse ha descritto, in riferimento alla sua storia personale, quel tipo di dolore nel teatro (nelle parole di Costanza nel King John: “Grief fills the room up of my absent child” – Il dolore riempie la stanza del mio bambino assente), un lutto devastante, la perdita di suo figlio undicenne Hamnet, nel 1596, che a detta di molti studiosi, ha influenzato anche la sua produzione dell’Amleto.

Ineccepibile la recitazione delle due attrici  che si alternano, ritmicamente in un controcampo che talvolta si unisce, svelandosi e contrapponenendosi come lo Yin e lo Yang che fluisce costantemente, ora con la dolcezza  e con il dolore silenzioso e rassegnato – come nella Pietà di Michelangelo –  ora con la spudoratezza, la rabbia quasi volgare e cruda, di quella parte di sé che si cerca di celare, per buona educazione, per schemi culturali e forse per non offendere chi, quel dolore non sa cosa sia. Precisa come una lama la scrittura drammaturgica, fatta di monologhi e di rari dialoghi in sincrono, densi e lirici, coadiuvata dalla rigorosa regia di Angelo Libri e dalle scene e i costumi di Lodovica Cantono di Ceva.

 

Lo spettacolo si protrae senza interruzioni; ora l’una ora l’altra, come in una partita di tennis, le donne, coperte anch’esse da stropicciati pezzi di carta, catturano l’attenzione di chi ascolta. L’una trasgressiva nella spudoratezza di chi ha il coraggio di uscire dal comfort del teatro, l’altra dignitosa nella compostezza del dolore, nel tentativo di cogliere i brandelli di una vita perduta. Evelina Nazzari, infatti, sceglie la strada più difficile: quella di rientrare nel dramma, nuda, senza orpelli se non quelli più fragili, sospesi nella precarietà di minuscoli pezzi di carta, con qualche frammento di un ricordo che, ritrovato in quel baule, si frantuma come candidi coriandoli.

Il teatro ha svolto la sua funzione e, dall’alto dei suoi 2500 anni, si inchina davanti a questa vicenda umana, restituendo a Evelina Nazzari quel dolore terreno e umano che, nonostante gli sforzi immensi, non è potuto arrivare fino in fondo con la stessa intensità drammatica vissuta. Noi spettatori però, al di là della parete teatrale, abbiamo capito quel che basta ed espresso con lunghissimi applausi la condivisione intima e “anatomica” del dolore.

Da sottolineare, come in una nota, l’assenza della dimensione trascendente, quasi a voler andare senza paracadute, e forse “disordinatamente” incontro alla vita!

Foto di Maria Paola Pala

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