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Il 2019 è l’anno della riscossa dei sovranismi. Si rischia il “tutti contro tutti” tra i Paesi


Mentre le tensioni tra USA, Russia e Cina raggiungono i livelli più alti dai tempi della guerra fredda, i partiti nazionalisti guadagnano terreno in Europa. È il surriscaldamento del clima politico internazionale.

«Se vincono i sovranisti sarà la terza guerra mondiale», ha affermato l’ex premier Mario Monti pochi giorni prima delle elezioni europee del 26 maggio. Come previsto dai sondaggi, i partiti nazionalisti del vecchio continente non hanno ottenuto  la maggioranza nel Parlamento UE. Eppure il sovranismo non ha smesso di far paura. A migliaia di chilometri da Bruxelles, il nazionalismo si è già da tempo affermato nelle tre superpotenze del pianeta: USA, Cina e Russia. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, l’America è stata la principale protagonista della politica internazionale. Ma oggi, il vertiginoso sviluppo dell’economia cinese e l’ambizione di Putin di aumentare l’influenza russa in altri Paesi hanno tolto agli Stati Uniti la leadership che avevano a livello mondiale. Che il predominio americano sul  mondo fosse ormai giunto alla fine, era apparso chiaramente nel 2013 quando il  presidente cinese Xi Jinping ha annunciato di voler realizzare la “nuova via della seta”. Un programma che prevede la costruzione di infrastrutture strategiche: autostrade, aeroporti, ferrovie, porti, ospedali, scuole, dighe e centrali elettriche nei Paesi del terzo mondo ed in via di sviluppo. Il progetto è rivolto alle nazioni africane, mediorientali, sudamericane e del sudest asiatico.  Xi Jinping ha dichiarato di voler fare della Cina il cuore pulsante di un nuovo mercato internazionale, alternativo a quello rappresentato dalle potenze occidentali. Che, in alcuni settori, sono già state superate dal gigante asiatico. Il caso più eclatante è rappresentato dal campo dell’high tech.

L’anno scorso, il colosso delle telecomunicazioni cinese, Huawei, ha conquistato il mercato degli smartphone, battendo l’americana Apple. Un duro colpo per la supremazia tecnologica statunitense, a cui è seguito un altro ancor più doloroso. Huawei ha sviluppato le tecnologie di 5a generazione, meglio note come 5G,  prima delle  concorrenti USA e si stava preparando ad esportarle in alti Paesi, tra cui gli Stati Uniti ed alcune nazioni europee.  A quel punto le tensioni tra l’America e la Cina hanno raggiunto la punta massima. Donald Trump proibisce a Google, Intel, Qualcomm e a tutti i colossi high tech a stelle e strisce  di fornire componenti e supporto a  Huawei, i cui dispositivi sono stati realizzati soprattutto grazie alla tecnologia americana. Gli USA sono convinti che dietro il colosso cinese ci siano i sevizi segreti  di Pechino, i quali potrebbero utilizzare la diffusione del 5G per accedere ad informazioni riservate e condurre cyber attacchi devastanti. Ecco perché Trump ha detto “no” alla tecnologia di Huawei ed ha chiesto ai Paesi alleati di fare lo stesso. L’estromissione dell’azienda dal mercato occidentale ha generato nel gigante asiatico un sentimento anti-americano.  Di tutte le aziende della Cina, Huawei è quella che è riuscita ad imporsi sul mercato internazionale e tale risultato è motivo d’orgoglio per il popolo cinese, che vede la decisione di Trump come un tentativo di impedire l’affermazione del Paese come superpotenza. Numerosi esperti pensano che, nel giro di pochi anni, Huawei sarà in grado di produrre autonomamente le componenti ed i sistemi operativi necessari, dando origine ad una “nuova cortina  di ferro” tecnologica. Da un lato gli USA e i Paesi occidentali, dall’altro la Cina. L’unica potenza in grado di competere con l’America in ogni campo. Almeno per il momento. Ma anche nazioni con un’economia molto più modesta di quella del gigante asiatico possono ambire ad un ruolo di primo piano sulla scena politica internazionale. È il caso della Russia, il Paese più esteso del mondo con un PIL inferiore   rispetto all’Italia. 

Lo Stato ex sovietico non ha più la stessa potenza di cui godeva ai tempi dell’URSS. Eppure, negli ultimi anni, ha ampliato in modo considerevole la sua influenza al di fuori dei confini nazionali. Basta pensare al 2014, anno in cui la Russia ha invaso la Crimea, regione dell’Ucraina, annettendola al suo territorio. Ma per una politica estera di successo, i soli muscoli non bastano. E Putin lo sa bene. Ecco perché il leader russo ha ideato un tipo di guerra “a basso profilo”. Le Russia, rispetto al passato,  non partecipa più ai conflitti in maniera ufficiale, utilizzando l’esercito regolare. Ma lo fa avvalendosi di truppe mercenarie, una delle quali è nota come “Wagner Group”. Questi soldati di ventura sono reclutati nelle zone più povere della Russia e il loro addestramento si svolge a stretto contatto con i militari regolari. Ben addestrati ed armati, i mercenari offrono un vantaggio che i soldati veri e propri non hanno: possono condurre operazioni vietate dagli accordi internazionali, senza che questo comporti un incidente diplomatico. Perché così, trattandosi di truppe irregolari, la Russia può negare il suo coinvolgimento nelle azioni militari. I soldati di ventura sono uno degli strumenti con cui Putin garantisce la sopravvivenza a “regimi amici”, come quello di Bashar al-Assad, in Siria. A godere del sostegno russo è anche il dittatore venezuelano Nicolás Maduro che, senza la copertura politica e gli ingenti prestiti del Cremlino, avrebbe visto crollare il suo governo. “Puntellando” regimi falliti, la Russia è riuscita a crearsi “testa du ponte”di influenza. Prima dell’avvento di Chavez, il Venezuela era una colonia economica degli Stati Uniti.

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