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I Diritti Umani disattesi dei detenuti di Poggioreale in emergenza covid-19

By 8 Aprile 2020 No Comments

La regista Cristina Mantis racconta in un video la terribile realtà dei detenuti del carcere di Poggioreale che è ancora più evidente durante questi giorni di pandemia. Niente è cambiato dopo la condanna della Corte di Strasburgo, al contrario tutto peggiora giorno dopo giorno

Nata in Calabria Cristina Mantis vive a Roma, regista ed attrice impegnata nel sociale, ha realizzato diversi documentari che hanno girato tutto il mondo, tra cui Magna Istria, sull’esodo e le Foibe, e Redemption Song, vincitore del Riconoscimento Rai Cinema, che racconta la storia di un rifugiato che dall’Italia torna nella sua amata Africa per sollecitare una sorta di de-colonizzazione dello sguardo nella sua gente. In questa emergenza sanitaria mondiale per il coronavirus ha realizzato un lavoro che è l’estratto di IV PIANO, il documentario girato di recente nel Carcere di Poggioreale (Napoli), e precisamente nel Padiglione Roma, che svela la tragica vita dei detenuti italiani che vivono e scontano la loro pena in condizioni disumane, motivo per cui anche la Corte dei Diritti Umani di Strasburgo ha condannato il nostro Paese. L’estratto che ne vien fuori fotografa innanzitutto le condizioni di mera sopravvivenza dei detenuti del più grande carcere d’Europa, uno stato di vita degradata che non è più ammissibile.

Qual è la reale condizione dei nostri detenuti e cosa evidenzia il mini documentario messo in gioco dall’autrice e regista Cristina Mantis?

Voglio spiegare innanzitutto che il filmato che potete vedere, dal titolo ‘Poggioreale, diritto alla vita’, è un estratto di un documentario molto più lungo, che avevo preparato per raccontare qual è il vero tenore di vita dei detenuti. Naturalmente allo stato attuale tutto è peggiorato, a partire dalle plausibili paure per questa emergenza sanitaria. Uomini che vivono ammassati, uno sull’altro più che l’uno accanto all’altro, in luoghi insalubri, che indeboliscono ogni giorno di più la loro condizione di salute fisica e mentale : questa è la realtà di “vita” della maggior parte dei detenuti a Poggioreale, così come in diverse altre prigioni della penisola.
Al suo ingresso nelle carceri, il Covid 19 ha dunque impattato una situazione di estrema sofferenza. E se il suo arrivo in questo mondo, ha determinato una sospensione dei diritti basilari dei liberi cittadini a livello planetario, sta probabilmente significando il doppio dei sacrifici per i reclusi di ogni dove. Di certo qui in Italia, basti pensare già solo al taglio dei colloqui con i familiari e dell’ora d’aria, tra i pochi momenti di svago emotivamente stabilizzanti per loro, per comprendere la dimensione del malessere che rischia di montare nelle celle, con le conseguenze di atti lesivi e spesso autolesivi facilmente immaginabili.
Se aggiungiamo che questi provvedimenti sono presi per un’emergenza sanitaria che ha preso delle precauzioni da cui in gran parte i detenuti restano esclusi, è difficile non considerare la ribellione a cui abbiamo assistito come una legittima richiesta.
14 morti e quali sono le risposte?
Continua a non essere rispettato da chi lo ha emanato il dictat del distanziamento sociale, base fondante del decreto per sconfiggere il Covid 19.
Continua a non essere un diritto per i detenuti il Diritto alla Salute che ora più che mai coincide con il Diritto alla Vita. Ma questo non vale solo per i detenuti.


Ed in effetti come vivono questa realtà così piena di rischi coloro che lavorano all’interno delle Case Cisrcondariali?

La polizia penitenziaria è in ansia, per sé stessa e per le proprie famiglie, come loro anche i medici e gli infermieri delle carceri sono a rischio. E lo sono i loro familiari. E lo siamo noi tutti, se mettiamo in conto un probabile “contagio di ritorno” dal mondo dei reclusi, come da tutte quelle categorie di persone emarginate percepite come ombre. Come ogni realtà esistente in questo momento anche il carcere cessa di essere un mondo a parte, e rivela le sue connessioni con il mondo esterno come qualunque altro posto. Per tutti mancano dispositivi sanitari adeguati, scarseggiano le mascherine, raramente vengono effettuati tamponi.
Tra i detenuti c’è un alto numero di persone con deficit immunitario.
Mentre in Italia si registra una progressiva discesa del contagio dopo il picco, nel carcere forse si è solo all’inizio e con un po’ di lungimiranza si può ancora evitare che molte vite umane diventino presto cadaveri, sia tra la popolazione detenuta che tra la polizia penitenziaria e gli altri operatori.

Quali potrebbero essere le soluzioni ad una tale disattesa dei diritti umani?

Soluzioni appropriate all’inadeguatezza dei provvedimenti attuali possono trovarsi nella rielaborazione del sistema vigente delle misure alternative, in cui la scarcerazione di chi ha una pena per reati minori, dei detenuti over 65, così come quella di chi è afflitto da gravi patologie, dovrebbe essere presa in seria considerazione. Così come la valutazione attenta di quei casi in cui le basse difese immunitarie, determinate da alcune patologie o connesse all’uso di droghe, comporti un allarmante pericolo di vita per il recluso.
Ma gli arresti domiciliari in un periodo in cui siamo tutti confinati nelle nostre case sembrano forse un’equiparazione ingiusta. Un premio immeritato. Dimenticando che non si tratta qui d’indulto, ma di rispettare un decreto che giustamente impone la distanza sociale e che, ingiustamente, celle sovraffollate con scarsi servizi igienici non possono garantire. Come può definirsi un decreto che contraddice sé stesso in un’emergenza sanitaria assoluta, se non l’aguzzino foriero di morte, fino a quando continua con la sua ottusità?
O dato il numero esorbitante di detenuti si spera, forse, ad emergenza passata, di ritrovarsi magicamente le celle con un numero regolamentare di ospiti?
Fare di necessità virtù potrebbe invece significare cogliere questa come l’occasione, mancata da troppo tempo, per riconsiderare l’impianto dell’intero sistema penitenziario. Questo virus che si insinua dappertutto sarà capace di infilarsi nella matrice extra cellulare e determinare un salto quantico alle cellule disumane di qualcuno? Senza addentrarci in meandri metafisici, resta la dignità del detenuto e il suo Diritto alla Vita. Inoltre, come i loro cari, anche i familiari dei detenuti sono stati consegnati in questo tempo a un doppio incubo e non possono rassegnarsi a questa manifesta illegalità con cui rischiano di perderli.

Crede  possibile che in questa crisi sanitaria esista un modo per ottemperare a quanto prevede l’art.27 della nostra Costituzione, tenuto conto che il nostro Paese ha già subìto una pesante condanna dalla Corte di Strasburgo

Io ho filmato questo tentativo proprio all’interno del “sovraffollato e famigerato” carcere di Poggioreale, dove nel Padiglione Roma ho incontrato una squadra composta da operatori, polizia penitenziaria, vertici istituzionali, privato sociale e detenuti, tutti caparbiamente protesi alla realizzazione del Progetto IV PIANO, che lotta per i diritti dei detenuti e mira, riuscendoci, alla loro emancipazione già all’interno della prigione. Un articolato programma che prende le mosse dal concetto di pena, che non discute la necessità giuridica di doverla pagare, ma che vuole essere semplicemente in linea con il cuore dell’articolo 27 secondo cui “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
Se, in un momento storico in cui l’umanità è pericolosamente a rischio sul proprio precipizio, esistono progetti che si muovono in controtendenza dando ottimi risultati, chi ci governa avrebbe il dovere di tenerne conto, partendo con il togliere esseri umani da quelle latrine.
Anche perché frequentandole si ha la percezione che ci sia spesso un altro “dentro” di cui parlare, territori dell’anima da esplorare e da vivere, quando ci s’imbatte in valori spesso più saldi di quelli che si trovano fuori.
Connettiamoci ad un lumicino superstite nella speranza che non ci siano altre terribili condanne per la nostra umanità: un decreto che uccide mentre tradisce la Costituzione facendo distinzione tra libero cittadino e detenuto, non si è scritto da solo.

ll diritto alla vita può essere leso quando lo Stato non fornisce misure idonee a tutelare il diritto alla salute (sent. Corte Edu 30 agosto 2016, Aydoğdu c. Turchia).


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