Attualità
Great Resignation: fuga dal lavoro
Negli Stati Uniti, a partire dal 2021, abbiamo registrato una crescente tendenza alle dimissioni, volontarie e di massa, dal lavoro.
di Alessio Zedda
Siamo al tramonto di un’epoca che sembrava immortale: quella in cui il lavoro aveva raggiunto una centralità sociale che nulla poteva mettere in discussione. Le misure seguite all’emergenza relativa al Covid-19 hanno portato ad un crescente scollamento tra il lavoro e la realizzazione delle storie di vita individuali. L’analisi parte, come al solito, dalla rilevazione di dati statistici che risultano sorprendenti, pertanto, degni di attenzione e approfondimento. Negli Stati Uniti, a partire dal 2021, abbiamo registrato una crescente tendenza alle dimissioni, volontarie e di massa, dal lavoro. Questo fenomeno, noto come “Great Resignation” mostra una coesistenza interessante di alcuni elementi ricorrenti: in primo luogo assistiamo ad un distacco funzionale, che punta a sganciare l’identità personale dalla connotazione lavorativa, soprattutto in coloro che, appassionati al proprio mestiere, finiscono per essere sottoposti ad una pressione costante, che ne determina il progressivo esaurimento. In secondo luogo, vediamo moltiplicarsi i casi del cosiddetto “Downshifting”: ovvero una rinuncia consapevole alla carriera a favore di un ridimensionamento volontario del proprio tenore di vita, riconoscendo nel tempo libero un valore connotativo della persona, ben più della collocazione lavorativa, interpretata quale limitazione del sé. Infine, stiamo registrando una sempre maggiore diffusione del “Quiet Quitting”, una pratica in ragione della quale, il lavoratore punta a lavorare il meno possibile in modo deliberato, in funzione di un risparmio di energie da dedicare alla vita privata.

Spiegare questo fenomeno non è facile, bisogna partire dalla concomitanza temporale con le misure anti-Covid-19, i cui effetti economici sono stati ampiamente studiati, anche in modo analiticamente accurato, mentre gli effetti sociali, anche per la loro natura complessa, richiedono uno sforzo di comprensione maggiore. Quello che sappiamo, dalle prime indagini sociologiche seguite alla crisi sanitaria, è che c’è stata una variazione considerevole sulle priorità che gli individui attribuiscono ai valori che guidano le scelte di vita. Il bisogno di gestire il proprio tempo libero superando i vincoli dettati dall’organizzazione sociale convenzionale ha determinato l’emergere di nuove figure professionali anche molto particolari, come gli “Escape Coach”: figure professionali che sostengono il tentativo delle persone che desiderano cambiare vita, liberandosi di lavori che condizionano pesantemente i loro tempi di vita e che non si allineano alle aspirazioni e ai bisogni di autonomia crescente. Gli Escape Coach supportano i cosiddetti “Piani B”, prefigurando percorsi strutturati che aiutano le persone a superare una sorta di dissonanza emotiva nei confronti di una vita lavorativa che non viene quasi mai scelta, ma sempre più spesso subita.

Veniamo al nostro paese, in Italia il mercato del lavoro evidenzia una realtà complessa, in parte contraddittoria, che parte da un primo dato statistico che conferma una tendenza diffusa: nel 2022 sono aumentate le cessazioni volontarie rispetto all’anno precedente. Il profilo demografico più ricorrente per questo fenomeno risulta essere la fascia d’età tra i 35 e i 54 anni, con oltre l’80% delle cessazioni che riguarda rapporti di lavoro della durata inferiore ad un anno. Come spesso accade, nelle aree più avanzate del Nord Italia la percentuale delle dimissioni volontarie arriva ad essere ben tre volte superiore rispetto alle zone meno produttive del Meridione. L’indagine apre uno squarcio interessante anche su un tipico paradosso italiano: da un lato il bisogno di manodopera qualificata in settori come l’assistenza socio-sanitaria e il turismo, dall’altro un’elevata disoccupazione che sembra immune alle richieste del mercato, confermando un trend in via di stabilizzazione, le persone non sono più disposte ad accettare un lavoro qualsiasi pur di essere occupate.
Le persone stanno rifiutando condizioni lavorative che fino a venti anni fa erano considerate perfettamente accettabili. I motivi di questo rifiuto risiedono in fattori strutturali che riguardano sia l’offerta che la domanda: salari inadeguati, micromanaging, assenza di possibilità di carriera e orari imprevedibili. Ruolo non secondario è quello svolto dalla frammentazione sociale, con il moltiplicarsi incontrollato di forme contrattualistiche atipiche, che hanno si aumentato la flessibilità dei compiti, adattandosi alle nuove tecnologie, ma anche sbriciolato le identità collettive. L’esito di tale parcellizzazione è stata l’erosione del collegamento tra il lavoro e la riconoscibilità sociale. Quali correttivi porre per una ridefinizione dello spazio occupazionale dunque?

Quella che è sempre stata considerata una realtà inaccettabile e nociva, ovvero la flessibilità (non a caso definita quale precarietà occupazionale) si sta trasformando, negli ultimi tempi, in una insospettabile risorsa che ridefinisce lo spazio dell’attività lavorativa all’interno del proprio percorso di vita, questa ridefinizione considera la “exit volontaria” uno strumento proattivo, attraverso il quale l’individuo rifiuta la sicurezza a vantaggio della ricerca della auto-realizzazione. Le nuove generazioni, cresciute in un mondo “fluido”, privi delle certezze che sono appartenute a chi le ha precedute, stanno sviluppando reazioni sempre meno ostili e sempre più orientate alla comprensione di queste scelte di vita.
Non solo il contesto famigliare diventa sempre più sensibile alle scelte di vita individuali, ma anche le aziende si stanno orientando verso l’adozione di modelli organizzativi di tipo orizzontale, con una ricerca permanente di modulazioni flessibili e formule innovative che sono ben lontane dalla tipologia finora conosciuta. Basti pensare al ricorso al telelavoro, come strumento di potenziamento delle performance individuali, in ragione di un rinnovato interesse per le mansioni costruite per obiettivi, decisamente distanti dal classico lavoro orario, uguale per tutti, che sacrifica gli individui meritevoli e performanti, in virtù di un appiattimento improduttivo sulla rigidità degli orari. Nuove forme di rappresentanza e massiccia diffusione di strumenti di policy come reddito di base e sussidi di disoccupazione, incentivano ulteriormente questa tendenza, spingendo i lavoratori verso una scelta maggiormente affine alle proprie ambizioni personali.
