Diritti umani
Gli uomini sono tutti uguali?
Alcuni studiosi della natura sostengono che ciò che ha permesso a l’uomo di evolversi, prima ancora della scoperta del fuoco, è stata la posizione eretta.
di Nicola Lacerenza

Lo stare in piedi avrebbe consentito inizialmente all’uomo di “dominare con lo sguardo” l’ambiente in cui si trova. Oggi il guardarsi intorno più che sinonimo di dominazione è sinonimo di curiosità, eppure questa ha il pregio di essere innocua e di accontentarsi di semplici considerazioni. Avvolte anche banali. Ad esempio: perché molti dei nostri viali o parchi sono pieni di palme? Non dovrebbero essere piante desertiche? La risposta è semplice. Non esiste “la palma”, ma ce ne sono vari tipi. Quella a cui siamo abituati è una “Trachycarpus”, mentre quella “da dattero”, appunto, è una “Phoenix dactylifera”. A distinguere queste due palme non sono solo la produzione o menodei datteri, bensì il colore delle foglie. Le palme da dattero hanno delle foglie molto meno verdi delle “nostre”. Il motivo è intuitivo. L’aridità del deserto non lascia spazio ad una natura lussureggiante. Un semplice curioso potrà preferire il verde acceso delle foglie ai datteri o viceversa, oppure potrebbe mostrarsi capace di un’osservazione di inequivocabile bellezza: la natura è vita e questa rimane tale anche nelle condizioni più avverse, e in queste si reinventa.
La natura è troppo al di sopra di considerazioni di valore, estetiche. E’ pura vita e si dà sotto varie forme a seconda dell’ambiente in cui si trova. Botanica a parte, la natura riguarda anche gli uomini. Se è così, allora è lecito chiedersi: fino a che punto una condizione estrema, come il deserto, può rendere i suoi abitanti diversi da altri che invece godono di un clima più favorevole? Le civiltà che da questi deriveranno si adatteranno ad habitat diversi e, dunque, risulteranno anch’esse diverse tra loro. Alla fine, quali delle due sarà migliore dell’altra? Oppure, al netto delle differenze, queste dovranno considerarsi di egual valore, perché non sono gli uomini ad essere diversi tra loro ma l’ambiente in cui vivono? Non è un test per antropologi, ma una domanda coperta del rumore dei nostri tempi convulsi. Il mar mediterraneo sembra sempre più una linea di demarcazione tra due mondi diversi e, mai come oggi, inconciliabili. Da una parte un occidente industrializzato, tecnologico, democratico, promotore dei diritti umani e del femminismo. Dall’altro un universo islamico che, stando alle cronache ormai di tutti i giorni, sembra lontano o, peggio, refrattario a tutto questo. In paesi in cui gli uomini sono riconosciuti biologicamente uguali, tutti uguali davanti la legge e uguali davanti a Dio, questa situazione ha posto una questione importante: si è giunti difronte ad un’integrazione difficile, impossibile o ad uno “scontro tra civiltà? Accettare questa polarizzazione implica una conseguenza pericolosa: sulla costa nord del mediterraneo esiste una società di gran lunga più sviluppata di quella islamica e ciò rende la seconda incompatibile con la prima. Questo sviluppo rende l’occidente “migliore” del mondo islamico? E se le società sono fatte da uomini, allora ci saranno uomini migliori di altri? Non eravamo tutti uguali in questo mondo? Così come l’islam ha trovato la sua distorsione nel fondamentalismo, il grande sviluppo europeo non trovò il suo lato oscuro nel genocidio più terribile che il mondo abbia mai conosciuto neanche un secolo fa? Ogni cultura o civiltà, come la si voglia chiamare, ha dei momenti di ascesa e di crisi, come capita ai singoli uomini, ai quali corrispondono dei cambiamenti.
I valori di libertà, uguaglianza e democrazia non appartengono all’occidente per natura, sono stati pagati a caro prezzo. Le sofferenze patite per raggiungerli sono state il prezzo di errori che pesano tutt’ oggi sulle coscienze. Allora perché negare all’islam la possibilità di cambiare, di provare ad essere migliore anche difronte enormi difficoltà? Non paga anche l’islam il prezzo del suo presente? A gli islamici non è concesso imparare dalle macerie e dal sangue?
Si può discutere sulla regolamentazione dei profughi, di implementare la sovranità dello stato su qualunque cittadino, è doveroso farlo in tempi così bui. Quello che è fuorviante è abbandonarsi a considerazioni di valore riguardo a cose che ne sono infinitamente al di sopra. La natura è vita e conserva lo stesso valore pur nelle sue innumerevoli espressioni. Se ciò valeva per le piante, a maggior ragione vale anche per gli uomini che hanno la capacità di pensare e quindi la responsabilità di rendersene conto.
