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Emissioni climalteranti e commercio internazionale — Greenhouse gases and International trade

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di emigrazione e di matrimoni

Emissioni climalteranti e commercio internazionale

di Marco Andreozzi

Il 25 aprile scorso il Consiglio d’Europa approva il meccanismo di adeguamento del carbonio alla frontiera (CBAM), riforma del sistema di scambio quote di emissione (ETS) in atto nell’Unione dal primo gennaio 2013 e inquadrato nel Fit For 55. L’Europa è stata la prima a limitare la quantità di emissioni di gas serra rilasciate da determinati settori industriali energivori, quali raffinerie, acciaierie e produttori di ferro, metalli, alluminio, cemento, calce, vetro, ceramica, pasta di legno, carta, cartone, acidi, prodotti chimici organici, aviazione civile. Le quote ETS sono acquistabili su un mercato di scambio dedicato, con l’opportunità di un certo numero a titolo gratuito per prevenire delocalizzazioni in Paesi con legislazioni ambientali meno rigorose di quelle dell’Unione.

Il macchinoso sistema è controverso perché peggiora la competitività delle imprese europee e disincentiva di fatto investimenti più ecologici. Il CBAM si basa sull’acquisto di certificati da parte di importatori registrati presso le relative autorità nazionali, considerando il prezzo medio settimanale d’asta delle quote ETS in €/tonnellata di CO2 equivalente (al 26 maggio erano 86,47 €/ton). La quota CBAM si ricava da: intensità delle emissioni (CO2 eq. per unità di produzione) moltiplicato per la quantità di merce e per la differenza di costo del carbonio tra l’UE e il Paese d’origine (se già pagato). Se questa differenza è negativa o nulla, la quota è inapplicabile. Naturalmente, il sistema funziona solo con i Paesi che abbiano in piedi sistemi di crediti del carbonio come quello europeo. Essi sono Cina e Corea del Sud, mentre esiste un accordo di collegamento tra ETS di Unione Europea e Svizzera. Altri sistemi nazionali o regionali in essere o in sviluppo riguardano Canada, Giappone, Nuova Zelanda e USA (California).

Il CBAM afferisce inizialmente i settori di cemento, ferro e acciaio, alluminio, fertilizzanti, elettricità e idrogeno, ad alto rischio di delocalizzazione, e le quote gratuite saranno gradualmente eliminate a partire dal 2026, quando lo stesso diventerà operativo. Entro quell’anno, la Commissione Europea valuterà l’opportunità di estendere l’ambito di applicazione anche a valle della catena del valore per coprire le emissioni indirette relative all’energia utilizzata per produrre il bene. Visto che il CBAM è inquadrato entro il perimetro dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), questo ne giustifica una certa complessità rispetto, ad esempio, a una semplice tassa sul carbonio, che porterebbe efficienti riduzioni di emissioni-serra. Va però constatato che quella tassa colpirebbe di fatto solo i Paesi emergenti e in via di sviluppo, i cui mix energetici sono più climalteranti e inquinanti.

Però esiste anche l’accordo di Parigi sul clima, il cui obiettivo generale è contenere l’aumento della temperatura media globale sotto 2°C entro la fine del secolo. Se è ritenuto valido, dovrebbe essere legittimo implementare una tassa sul carbonio applicabile solo e soltanto per l’importazione di quei beni volti a produrre energie rinnovabili, per batterie al litio, auto elettriche e affini. La Cina, quasi monopolista nei citati settori, ha un mix ufficiale di energia primaria (fonti presenti in natura prima di qualsiasi trasformazione) dove il 75% viene da carbone e petrolio. Per l’Italia è il 40%. Un dazio europeo correlato a ‘peso’ climalterante e percentuale d’impiego comparato di ciascuna fonte fossile risulterebbe ancor più efficace proprio nel ridurre le emissioni di gas serra.

di emigrazione e di matrimoni

Greenhouse gases and International trade

by Marco Andreozzi

On 25 April, the Council of Europe approved the carbon border adjustment mechanism (CBAM), a reform of the emission trading system (ETS) in place in the Union since 1 January 2013 and framed in the Fit For 55. Europe was the first to limit the amount of greenhouse gas emissions released in certain energy-intensive industrial sectors, such as refineries, steel mills and producers of iron, metals, aluminium, cement, lime, glass, ceramics, wood pulp, paper, cardboard, acids, organic chemicals, civil aviation. ETS quotas can be purchased in a dedicated exchange market, with the opportunity of a certain number free of charge to prevent relocations to countries with less stringent environmental legislation than that of the Union.

The cumbersome system is controversial because it worsens the competitiveness of European companies and actually discourages greener investments. The CBAM is based on the purchase of certificates by importers registered with the relevant national authorities, considering the average weekly auction price of ETS allowances in €/ton of CO2 equivalent (on 26 May it was €86.47/ton) . The CBAM quota is obtained from: intensity of emissions (CO2 eq. per unit of production) multiplied by the quantity of goods and by the difference in carbon cost between the EU and the country of origin (if already been paid). If this difference is negative or zero, the fee is inapplicable. Obviously, the system only works with countries that have carbon credit systems in place such as the European one. They are China and South Korea, while there is an ETS link agreement between the European Union and Switzerland. Other existing or developing national or regional systems concern Canada, Japan, New Zealand and the USA (California).

The CBAM will initially cover the sectors of cement, iron and steel, aluminium, fertilizers, electricity and hydrogen, with a high risk of relocation, and the free quotas will be phased out starting from 2026, when the scheme will become operational. Within that year, the European Commission will evaluate the opportunity to extend the scope of application also downstream the value chain to cover indirect emissions related to the energy used to produce the goods. As the CBAM is framed within the perimeter of the World Trade Organization (WTO), this justifies a certain complexity compared to, e.g., a simple carbon tax, which would lead to efficient reductions in greenhouse-gas emissions. However, it should be noted that such a tax would in fact only affect emerging and developing countries, whose energy mixes are more climate-adverse and polluting.

But there is also the Paris Agreement on climate, the general objective of which is to contain the increase in global average temperature below 2°C by the end of the century. If it is considered valid, it should be legitimate to implement a carbon tax applicable only and just for imports of those goods aimed at producing renewable energy, for lithium batteries, electric cars and the like. China, almost a monopolist in the aforementioned sectors, has an official mix of primary energy (sources existing in nature before any transformation) where 75% comes from coal and oil. For Italy it is 40%. A European tariff correlated to the climate-change ‘weight’ and to the percentage of comparative use of each fossil source would be even more effective precisely in reducing greenhouse-gas emissions.

Marco Andreozzi, è Dottore in Ingegneria Meccanica, Economia/Amministrazione (Politecnico di Torino), tecnologo industriale e specialista del settore energetico, proviene da esperienze professionali in cinque multinazionali in Italia e paesi extra-europei, e come direttore generale; nomade digitale dal 2004, e sinologo, parla correttamente il mandarino.
Marco Andreozzi, is Doctor of mechanical engineering (polytechnic of Turin – Italy), industrial technologist and energy sector specialist, comes from professional experiences in five global corporates in Italy and extra-European countries, and as business leader; digital nomad since 2004, and China-hand, he is fluent in Mandarin.

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