Social Network

Arte & Cultura

Eduardo Palumbo. Un grande interprete del segno e della forma

Pubblicato

-

Tempo di lettura: 3 minuti

A una settimana dall’anniversario della morte di Eduardo Palumbo (Roma 20 Agosto 2018) non posso fare a meno di ricordare e segnalare questo grande interprete della pittura che definire solo moderna e contemporanea rischia di non tributargli il giusto merito.

di Antonio Fugazzotto

A una settimana dall’anniversario della morte di Eduardo Palumbo (Roma 20 Agosto 2018) non posso fare a meno di ricordare e segnalare questo grande interprete della pittura che definire solo moderna e contemporanea rischia di non tributargli il giusto merito. Infatti interpretare e cogliere la portata pittorica di questo autentico maestro vuol dire oggi, e soprattutto oggi, assaporare un eclettismo quanto mai evidente e soprattutto carico di svariati apporti culturali. Le immagini, le linee e i tratti, gli stessi colori e persino le tecniche di Palumbo dei suoi ultimi anni di produzione, sono il risultato di una sensibilità artistica formatasi con l’apporto di un attento studio di tutti movimenti d’avanguardia, che hanno interessato e coinvolto la sua sensibilità, dai futuristi in poi. Ma venendo al tragitto artistico di questo pittore napoletano, notiamo che una volta trasferitosi a Roma ancora giovane, si mette al lavoro sotto la prepotente influenza degli espressionisti e produce lavori dal colore prepotente, ammaliante   ma anche dal tratto molto personale.

Più tardi inizia una fase di allontanamento dalla realtà dei soggetti che vanno verso un astrattismo sempre più carico di simbolismo dove il colore è ancora presente anche se le linee (le sue linee) cominciano a caratterizzarsi per diventare elemento espressivo di primo piano nell’esplosione pittorica degli anni ’70. E’ questo un periodo in cui le tele di Eduardo Palumbo acquistano un vigore direi quasi “cinetico” non lontano dal dinamismo di Boccioni nella sua “Carica dei lancieri) dagli aneliti pittorici in movimento di Carlo Carrà nel suo celebre (Le nuotatrici). Ma quel sole, spesso protagonista, fornisce una magnifica occasione pittorica ed espressiva. Da quei luminosi raggi solari nasceranno, attraverso una traslazione, delle linee e delle forme che porteranno verso la conquista della nitida e tersa collocazione spaziale. Una zona pittorica dove quei fasci, che “usciti dal quadro”, costruiranno quelle forme geometriche in cui il colore diventa chiaro portavoce non già della asettica attività cerebrale ma di uno spirito poetico. Un preponderante spirito poetico misurato che si pone difronte alla natura ed ai suoi spazi cercando di definirne, catturandoli, gli aspetti cromatici più eclatanti.

Va detto che Palumbo è un attento osservatore della luce e ciò gli fa scoprire che è proprio la luce che riesce a creare, a modificare e a distruggere. Egli fornisce semplicemente la materia (la tela bianca, immacolata), affinché la luce operi, affinché essa costruisca il dipinto. C’è poi Il periodo delle tele bianche tattili che conserva l’ineccepibile rigore del passato e che pone Palumbo in un rapporto critico con il colore. E’ ora necessario stabilire nuovi parametri pittorici: il colore non può e non deve essere necessariamente vincente nei confronti della linea e del tratto. Ma deve porsi nel giusto equilibrio con essi (Le emergenze), forse può convivere con essi (Ispirazione da Debussy, Ravel, Haydn) o può esso stesso diventare tratto instaurando una struttura pittorica che si espone alla casualità delle immagini (Primo mattino 1987) recuperando però in pieno quanto a slancio e ritmo cromatico.

A mio avviso Palumbo riesce a far della pittura astratta o casuale un interessante veicolo al servizio della sua spiritualità e misticismo, perché se è vero come dice Wittenstein che “fuori della logica tutto è caso”, sta proprio nella libertà cromatica dei tratti e dei segni quella forza espressiva e penetrante di Palumbo che lo pone in un inquietante ma stimolante rapporto con il proprio mondo fantastico.

Advertisement