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Attualità

Economia civile ed economia non civile

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Tempo di lettura: 6 minuti

Alcune considerazioni sul significato di economia civile

Di Sergio Bevilacqua

L’articolo di Stefano Zamagni (a questo link ) considerato l’attore più vivace della cosiddetta “Economia civile”, quella economia, cioè, che mette al centro le esigenze delle popolazioni anziché il puro e semplice dato della produzione del valore e della redditività d’impresa e di settore, mi suggerisce alcune considerazioni.

In primis, Zamagni nel testo di riferimento effettua una sintesi antropologica della situazione d’incertezza attuale indotta dai grandi cambiamenti: egli li riconosce correttamente nella globalizzazione, con l’emergere di soggetti globali che stanno sopra e a latere degli Stati, e nell’antropocene, con i suoi correlati di migrazioni ed effetti ambientali. Tali indubbie rivoluzioni, avvengono però in contemporanea con altre due: l’Ipermediatizzazione (cioè, la creazione dell’immane infosfera dovuta alla fusione tra Web e telefonia cellulare) e la Ginecoforia (cioè, l’emersione della donna in tutte le società e comportamenti umani). L’effetto combinato delle quattro rivoluzioni è diverso da quello delle sole due da lui citate.

Per il resto, forza alcuni contenuti pro-domo-sua, ad esempio il concetto di sviluppo, che in Paolo VI non consiste nello scioglimento di lacci e lacciuoli soltanto, ma anche di una accezione ben più elevata e concreta, che ha a che fare con una riflessione antropologica di maggiore respiro di quella citata dall’economist-ico Zamagni: la economia è una via per incanalare l’ostilità umana, contro la quale combatte vigorosamente il cristianesimo per suo assunto filosofico e dottrinale, ben più efficiente e meno cruenta della classica forma della primitiva guerra. E ce lo insegna certo la globalizzazione, ma non da sola: l’ipermediatizzazione consente il disvelamento di moltissime opacità nelle quali si annida la scelta della violenza, e la ginecoforia, effetto dell’animo femminile, resiste alla violenza fisica della guerra, che non è cosa sua, e vede una umanità impostata sulla vita, il benessere e la cura della persona.

Purtroppo, occorre notare, oltre alla limitatezza dei riferimenti filosofici, come la assenza di sufficiente cultura di processo, conduca anche persone intelligenti e nomi illustri a sbagliare clamorosamente impianto concettuale. Ma non è tutta colpa loro. Si coglie, anche nelle citazioni superate (Vico, Hobbes e Grotius, XVII e albori del XVIII secolo, prima di Adamo Smith e di Ricardo!) e pericolose in un’epoca diluviana come quella che viviamo, la assenza di esperienza concreta, e un messaggio inconsapevolmente indirizzato a una vecchia élite intellettualoide. Inoltre, e dispiace più di tutto, la grossolana interpretazione del messaggio cristiano di pace, che sempre faticosamente cerca di elevarsi sopra le analisi semplicemente teoriche e di trovare nuove vie per una pastorale efficace ed attuale.

Ma va detto che ci sono delle complicità.

Avvalersi di un titolo accademico per fare pura ideologia, prima che segnale di piaggeria è segnale di deficit di consistenza scientifica. Ora, se essa non c’è, nella disciplina, economica ad esempio, e i dubbi sono ancora oggi giustificati, ciò non toglie che il percorso sperimentale, culla del sapere vero su questo mondo, sia stato avviato e non sia più escludibile. In particolare, in economia.

Ma… dove sono gli esperimenti, i casi clinici di Zamagni? Per fare economia civile davvero bisogna stare sul campo, dentro le aziende, tante e grandi, per decenni, e nel modo giusto, cioè clinicamente: se ci vai a pontificare perché serve la tua immagine di “Professore” sei come il Re Nudo, e alla scienza, dunque all’università, non servi, anzi la danneggi.

All’università, per la scienza economica, ci si dovrebbe arrivare dopo essere stati a lungo sul campo, non nelle aule universitarie… Ed è così, mutatis mutandis, tutte le altre SCIENZE UMANE O SOCIALI: per la sociologia, la psicologia, l’antropologia, la linguistica, la storia, per l’economia appunto, e altre che vengano in mente.

Lo sa benissimo chi ha vissuto con i veri soggetti che compongono l’umanità, cioè esseri umani animati e società umane, dotati tutti di fisiologia, anche se non di analogo organismo e organizzazione; e il detto “Chi sa fa, chi non sa insegna”, molto discutibile nei campi delle scienze cosiddette esatte e anche entro certi limiti nella Storia, è verissimo nelle scienze umane di tipo clinico, come la psicologia, l’economia e la sociologia…

Perché sono scienze umane cliniche?

Perché hanno un “soggetto”, diversi “soggetti”, come tema di studio, cioè entità dotate di discrezionalità autonoma, “vivi” e attivi, anche se, in diversi gradi e non in modo univoco, interattivi con altri soggetti e con l’ambiente. Il Soggetto Umano, la Persona, è il tema della Psicologia, il Soggetto Organizzativo in senso etimologico (cioè, le Società umane) è l’oggetto della Sociologia, il Soggetto economico (cioè, legato al processo di creazione di Valore) è quello dell’Economia, il Soggetto Specie Umana (cioè, le sue macro-suddivisioni biologiche e culturali) quello dell’Antropologia.

Il Sapere in questi casi richiede la clinica, perché la semplice logica, informazione e cultura libresca non è sufficiente. “Chi sa fa, chi non sa insegna” è dunque un motto che si addice genericamente allo stato accademico delle suddette discipline, e anche all’Economia appunto come alle altre Scienze Sociali o Umane.

Accade quindi che le Business School abbiano in parte sanato il deficit, portando anche prassi ed esperienza sui Troni Accademici dell’Economia, ma anche riducendola; nessuno più discute la natura clinica della Psicologia; mentre i vecchi intellettuali teorici, “filosofi” per essere generosi, la fanno ancora da padroni sui Troni, ormai mezzi marci, della Sociologia, che ha già rivelato la sua dimensione clinica, che fa paura perché così non è serva né di potere né di carriera, ma vera risorsa per l’uno e per l’altra.

È chiaro che il circuito perverso tra Potere e Sapere, così positivamente infranto dalla Rivoluzione Scientifica, cerca sempre di riaffermarsi, soprattutto nei campi non sorretti dalla epistemologia delle cosiddette Scienze Esatte.

Ed ecco apparire posizioni di facciata, fiumi di parole sensatissime ma campate per aria, prive di referenzialità (il Referente di De Saussure) in un dialogo tra parole e loro significati, che oggi sono ottimamente realizzabili anche da un deficitario con l’intelligenza artificiale di ChatGPT, che può surrogare la teorica sua.

La dimensione clinica con i suoi feedback, con i suoi riscontri, il rapporto diretto con i Soggetti di cui sopra, meglio se per progetti di cambiamento, è condizione fondamentale del sapere nelle Scienze Sociali e Umane. Addirittura, nella Religione non c’è pastorale senza missionariato, e ben sappiamo quante sfumature di prassi siano opportune, e quanto, nei fatti, le Chiese siano intrise di prassi.

La dimensione clinica è fondamento di una epistemologia per le Scienze Umane e sociali che, come ipotesi di ricerca e dopo 40 anni e 1000 casi sul campo, ho sintetizzato nella formula  EGEE: Euristica, cioè la identificazione di un oggetto per la conoscenza; Gnoseologia, cioè raccolta e sistematizzazione del sapere raccolto; Epistemologia, classificazione del sapere raccolto su diversi gradi di generalizzazione e valore assoluto; Ermeneutica, revisione del sapere alla luce della sua evoluzione dovuta alla natura discrezionale espressa dai Soggetti studiati.

Ed ecco che si capiscono molto meglio i fenomeni della società, dopo le prassi reiterate che confermano o graduano la supposta certezza delle tesi teoriche. Solo allora si dovrebbe avere il diritto di parlare di Sociologia, e così di Economia.

Perché un altro errore grossolano è quello d’intendere i processi economici come fossero processi chimici o fisici, cioè potenzialmente avulsi dall’entropia informativa e dalla imprevedibilità di molti fattori. I processi di creazione di Valore, oggetto dell’economia in accezione mediana, si avvalgono sempre di Soggetti organizzativi, da cui sempre dipende il risultato: così nel Globale, tra Stati e nella ordinaria competizione presente in tutti i settori dell’economia.

Dirlo per intuizione è meglio che non dirlo, ma col fatto economico ha ben poco a che vedere: è Pensiero Politico puro, ideologia magari azzeccata, ma nulla di scientifico davvero. Filosofia, senza nulla togliere ad essa, ma anche stigmatizzandone limiti e ruolo.

Condivido chi non entra ancora nel dibattito “multipolare sì, multipolare no”. Che ci siano movimenti dei vecchi sistemi per riprendere slancio è certo, e anche con le forme più arretrate e antipatiche, come le guerre. Il multipolarismo è un dato di fatto, ma non ingenuamente geopolitico: la geografia è abbastanza superata oggigiorno, con l’affermazione di poteri globali, ipermediatizzaizone e antropocene. Il multipolarismo è avvenuto già con il superamento di organizzazioni economiche, aziendali, su quelle istituzionali, statali.

In questa ottica si muove flessibilmente l’Occidente.

Invece il vecchiume politico, Russia soprattutto, e non per ignoranza, per puro interesse, cerca un nuovo patto tra popolo e territorio, come se fosse attuale e corretto… Ma, ripeto, è solo fumo negli occhi: la sanno benissimo Putin e i suoi oligarchi che è retroguardia e non avanguardia, una manovra su cui agganciare cervelli semplici e vecchi. Mentre la vera partita sono i miliardi di dollari collegati al prezzo del petrolio, per i quali “conviene” (a lui e agli oligarchi) anche fare guerre, anche consumare sangue russo (e ucraino…), anche se meglio non moscovita e sanpietroburghese, sarebbe sconveniente… Bell’umanitarismo!

Bella invenzione il multipolarismo retrò, con idee vetuste di valute collegate all’oro (ma siamo al Medioevo?), con obiezione all’industria (per chi non ce l’ha e non ce l’avrà…), aggregazioni tra sistemi a bassa democrazia, e soprattutto senza sufficiente forza per controbattere alla grande coesione, respiro globale e istituzioni democratiche dell’Occidente NATO. Come tutte le azioni macro-politiche sbagliate, provoca danni. Ed ecco il forte consolidamento dell’alleanza NATO, l’allargamento della NATO a Svezia e Finlandia… presto forse anche all’Ucraina che scalpita, afflitta com’è dalla guerra iniqua di Putin.

Ottimo successo russo! Ma per favore… quale multipolarismo! Lo sa bene Xi Jinping, che dà un colpo al cerchio e uno alla botte, con le sue corporation globali e la sua già potentissima industria: un Paese che non ha perso tempo in orgette berlusconiane come il quasi dittatore russo (per legge da qualche lustro) Vladimir Putin.

Il multipolarismo è un dato di fatto, ma NON è geopolitico. Esso è nei fatti: ci sono gli Stati, le alleanze, il potere economico apolide, che è molto più forte di quello di Stati e Federazioni, il potere di orientamento delle coscienze, ancora efficiente grazie a Chiese antiche e temprate e anche moderne ed effimere…

Perché continuare a dare spazio nella comunicazione e cattedre nelle università a intellettuali teorici, in discipline che sono oramai schiettamente cliniche? Se non sono presenti specifici elementi curricolari di campo, ciò induce errori nell’insegnamento…

Ecco una domanda sensata ai Rettori delle Università, non solo italiane.

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