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Arte & Cultura

Dancescreen in the Land 2025: la danza che abbraccia il mondo. Intervista al direttore artistico Fiorenza D’Alessandro

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Tempo di lettura: 6 minuti

Pensato da Fiorenza d’Alessandro e prodotto dall’Associazione Canova22, con il sostegno del Ministero della Cultura, Dancescreen in the Land non è un semplice calendario di spettacoli: è un attraversamento poetico di paesaggi e visioni. L’intervista a Fiorenza D’Alessandro direttore artistico dell’evento.

di Laura Marà

Come un albero secolare, le radici di Dancescreen in the Land affondano nella memoria storica, mentre i rami si distendono verso un orizzonte immaginifico che unisce corpi, cinema e paesaggio. Il pubblico non è spettatore passivo, ma viaggiatore: libero di perdersi e ritrovarsi tra installazioni, performance, workshop e proiezioni, in una danza collettiva che dilata il confine tra arte e vita.

Come nasce l’idea di Dancescreen in the Land e cosa la distingue dagli altri festival di danza contemporanea?

L’idea di Dancescreen in the Land nasce dal desiderio di far dialogare la danza con il cinema e con i luoghi che ci circondano. Non volevamo un festival confinato in spazi chiusi, ma un’esperienza che mettesse in relazione il movimento del corpo con il paesaggio naturale e archeologico, rendendo lo spettatore parte di un percorso immersivo.

Dancescreen in the Land è uno spazio di ricerca e visione, dove il movimento del corpo dialoga con lo sguardo della videocamera e con la memoria dei luoghi. A distinguerlo da altri festival è proprio questa dimensione interdisciplinare: ogni edizione non si limita a mostrare spettacoli, ma crea connessioni tra linguaggi, scenari naturali e patrimoni archeologici, trasformando la fruizione del pubblico in un’esperienza immersiva.”

In che modo la natura e i luoghi archeologici influenzano la scrittura coreografica e la fruizione del pubblico?

Il paesaggio e i siti archeologici non sono semplici cornici, ma diventano parte integrante della coreografia. Gli artisti sono chiamati a confrontarsi con spazi carichi di storia e suggestione, che inevitabilmente trasformano la loro scrittura scenica. Per il pubblico, questo significa vivere la danza non come spettacolo distante, ma come esperienza fisica e sensoriale: un dialogo diretto tra corpo, immagine e ambiente che amplifica l’emozione e stimola uno sguardo nuovo sul patrimonio. Dancescreen in the Land è un festival che promuove le idee e i contenuti che possano fare da ponte dalle radici verso il futuro della danza da qui l’idea dell’albero sul manifesto.

Che cosa cerca in un artista quando lo invita a far parte del festival?

Cerco visioni autentiche e coraggiose. Un artista che invitiamo a Dancescreen in the Land deve avere la capacità di interrogare il presente con il proprio linguaggio, ma anche di aprirsi al dialogo con contesti e discipline diverse. Non è solo questione di tecnica, ma di sensibilità: ci interessa chi sa trasformare un luogo e un’idea in un’esperienza che tocca davvero lo spettatore. Per alcuni spettacoli invece abbiamo proposto grandi coreografi del passato interpretati da giovani danzatori come con l’Accademia Nazionale di Danza, radici nella terra e rami verso l’alto, l’omaggio a Lindsay Kemp e la proposta di Monica Casadei “Pina!” dedicato alla grande Pina Bausch.

Qual è il rapporto tra i coreografi internazionali coinvolti e le radici italiane del progetto?

Il dialogo internazionale è fondamentale, ma parte sempre da una radice italiana. I coreografi stranieri che invitiamo si confrontano con i nostri paesaggi, con i siti archeologici, con la tradizione culturale che fa da sfondo al festival. Questo scambio arricchisce entrambi: gli artisti portano nuove prospettive e linguaggi, mentre il nostro territorio offre stimoli unici che si riflettono nelle loro creazioni. È un intreccio tra identità locale e visione globale.

Quanto è stato importante il sostegno del Ministero della Cultura e la rete istituzionale intorno al festival?

Il sostegno del Ministero della Cultura e delle istituzioni è stato determinante per dare solidità al progetto. Un festival che porta la danza fuori dai teatri, in luoghi naturali e archeologici, richiede una rete ampia di collaborazioni e sostegni. Questo appoggio non è solo economico, ma soprattutto un riconoscimento della valenza culturale e sociale del nostro lavoro. Senza questa rete, Dancescreen in the Land non potrebbe crescere e svilupparsi.

Dove immagina Dancescreen in the Land tra dieci anni? Ha un sogno o una collaborazione internazionale che vorrebbe realizzare nelle prossime edizioni?

Tra dieci anni immagino Dancescreen in the Land come un punto di riferimento internazionale per la danza e l’audiovisivo in dialogo con il paesaggio. Un festival capace di attrarre artisti e spettatori da tutto il mondo, ma sempre fedele al legame con i luoghi che lo hanno fatto nascere. Il sogno è creare una rete di collaborazioni internazionali che permetta di portare questo format unico in altri paesi, costruendo un ponte tra culture diverse attraverso il linguaggio universale del corpo e delle immagini.

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L’evento:

Dal 21 agosto al 18 ottobre 2025, la danza contemporanea si libera dalle quinte del teatro e si intreccia con paesaggi naturali, vestigia archeologiche e visioni cinematografiche. Dancescreen in the Land, giunto alla sua quarta edizione è un viaggio sensoriale e poetico, un’esperienza che restituisce alla danza il suo lato più originario e selvaggio. Un appuntamento che si conferma tra i più sofisticati e visionari del panorama culturale italiano.

Tre i palcoscenici che faranno da cornice: il borgo sospeso sul lago di Bracciano, il fascino millenario del Parco Archeologico dell’Appia Antica, e l’aura industrial-chic della Fornace del Canova a Roma.

Bracciano: quando l’acqua diventa mito

21 – 24 agosto | Borgo Acqua Paola e Piazza Belvedere

Il festival si apre il 21 agosto con le colline e il lago di Bracciano come quinte naturali. La Compagnia Excursus, guidata da Ricky Bonavita, debutta con QUADRI 2025: un mosaico di emozioni, relazioni e contrasti. Al tramonto, Acqua Madre – Prequel della Compagnia ResExtensa trasforma la luce calante in rito ancestrale, sotto la guida di Elisa Barucchieri.

Il 22 agosto, in Piazza Belvedere, si accende la magia di Fata – La danza degli elementi, un inno agli archetipi di fuoco, aria, terra e acqua, dove danza e arte circense si fondono in visioni mitologiche.

Il 23 agosto, la forza delle donne risuona in Acqua Madre – Canti di onde e acque, un rito collettivo che celebra il femminile come sorgente di memoria e resistenza.

Dal 22 al 24 agosto, il workshop Creation in the Land porterà a Bracciano la potenza creativa dei danzatori della compagnia di Hofesh Shechter, tra i più iconici della scena contemporanea. Il 24 agosto, restituzione pubblica e, subito dopo, Anatomia di un movimento del Luna Dance Theater, con la coreografa Simona Ficosecco, che esplora il corpo come archivio vivente di memorie e tensioni.

Appia Antica: camminare dentro la storia

5 – 7 settembre | Chiesa di San Nicola dei Caetani – Parco Archeologico dell’Appia Antica

Nella Roma più poetica e stratificata, la danza incontra la pietra antica. Ogni giornata inizia con le passeggiate d’autore curate dalla dott.ssa Lavinia Venturi, in cui la memoria diventa paesaggio.

Il 5 settembre, il percorso Appia: paesaggio e memoria conduce dentro la Chiesa di S. Nicola dei Caetani: qui il Collettivo O e il Luna Dance Theater rendono omaggio a Mario Giacomelli con L’Approdo, un intreccio struggente tra danza e fotografia.

Il 6 settembre, la passeggiata Eroi e miti d’Appia apre a Il gesto e la memoria: un’opera corale che vede protagonisti i giovani talenti dell’Accademia Nazionale di Danza, con coreografie firmate da maestri come Sasha Waltz, John Neumeier, Sonia Rodriguez e Nacho Duato.

Il 7 settembre, con Sibille e mari perduti, il mito incontra il Mediterraneo: la Compagnia ArtGarage e la coreografa Emma Cianchi danno vita a Il mare che ci unisce, un’opera ispirata al mistero eterno della Sibilla cumana.

Fornace del Canova: la cattedrale industriale della contemporaneità

9 settembre – 18 ottobre | Via Canova 22 – Roma

La Fornace del Canova, un tempo luogo di lavoro e oggi hub culturale, è il cuore pulsante del festival: una cattedrale laica dove passato e futuro si guardano negli occhi.

  • 9–14 settembre: Lindsay Kemp For you – Un sogno verso l’Oriente, un omaggio visionario al maestro del teatrodanza, con Daniela Maccari e David Haughton.
  • 19–20 settembre: PINA!, la dedica di Monica Casadei a Pina Bausch, tra il linguaggio fisico della danza e l’occhio cinematografico di Wim Wenders.
  • 26–27 settembre: LIMEN di Federica Dauri, un viaggio immersivo sulla soglia come condizione esistenziale.
  • 28 settembre: Own Work / Atelier Cinema, spazio ai giovani coreografi Giorgia Lucida, Sofia Gori, Loris Iiritano.
  • 3 ottobre: Il cuore del maestro di Francesca Pesce, un atto d’amore attraverso il gesto.
  • 5 ottobre: Not Just Right Dance di Marco Munno, esplorazione dei paradossi del vivere contemporaneo.
  • 9–11 ottobre: All of us, produzione Canova22 e APS Magica, dove danza e installazioni si fondono in un racconto emotivo.
  • 16–18 ottobre: chiusura con Sensori Sensati di Michele Pogliani, performance interattiva in cui i corpi diventano strumenti musicali. Anteprima il 15 ottobre nella galleria La Nuova Pesa di Simona Marchini.

Canova22: l’estetica di un sogno condiviso

Nata dentro l’antica fornace di Antonio Canova, l’Associazione Canova22 è oggi un laboratorio di arti performative, visive e tecnologiche, guidato da Fiorenza d’Alessandro e Franz Prati.

Con uno sguardo privilegiato sulla videodanza, ha collezionato premi e riconoscimenti internazionali:

  • Virgins (2020) – Best Experimental Short al MICMX
  • Psich&Amore (2022) – Primo premio alla Quinzena de Dança e Almada
  • The Altar of Cigadas (2024) – Best Short Experimental al David Film Festival in Turchia

Una visione che unisce corpo e paesaggio, memoria e tecnologia, tradizione e avanguardia.

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