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Diritti umani

“Come i migranti immaginano l’Europa”: il convegno alla Camera dei deputati mette al centro percezioni, narrazioni e realtà del fenomeno migratorio

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Il convegno internazionale “How do Migrants Imagine Europe / Come i migranti immaginano l’Europa”, è un appuntamento importante per riflettere sul modo in cui l’Europa viene percepita da chi decide di intraprendere un viaggio migratorio. nell’articolo anche l’intervista all’On. Fabio Porta.

di Laura Marà

Il 26 maggio si è tenuto presso la Camera dei deputati a Roma il convegno internazionale “How do Migrants Imagine Europe / Come i migranti immaginano l’Europa”, un appuntamento importante per riflettere sul modo in cui l’Europa viene percepita da chi decide di intraprendere un viaggio migratorio. L’evento, moderato dal dott. Gianni Lattanzio, Segreterio Generale ICPE, ha rappresentato l’occasione per presentare i risultati del progetto europeo PERCEPTIONS, culminati nell’omonimo volume curato dalla professoressa Donatella Strangio.

Il convegno si è aperto con l’intervento dell’onorevole Fabio Porta, deputato della Commissione Affari Esteri, che ha sottolineato quanto sia urgente e necessario affrontare i temi della migrazione e dell’identità europea con strumenti di comprensione approfondita, fondati su ricerca scientifica e responsabilità civica. Porta ha ringraziato la prof.ssa Strangio per l’instancabile impegno nella diffusione di conoscenza su questi argomenti, evidenziando come il libro Perceptions offra una prospettiva inedita e preziosa per chi opera nel settore e per i cittadini interessati a capire meglio uno dei fenomeni più rilevanti del nostro tempo.

Nel suo discorso, l’onorevole ha ricordato che parlare di migrazione oggi significa confrontarsi con una realtà globale, in trasformazione, che coinvolge milioni di persone. Il volume – frutto di una collaborazione internazionale tra università, centri di ricerca, organizzazioni civili e forze dell’ordine di sedici paesi – esplora come i migranti costruiscono le loro aspettative, quali immagini dell’Europa li spingono a partire, e quanto queste immagini si discostino o si scontrino con la realtà all’arrivo.

Il convegno ha inoltre messo in evidenza l’approccio innovativo del progetto, che considera le percezioni dei migranti non come errori da correggere, ma come “conoscenze situate”, radicate nei contesti di partenza e nei vissuti personali. Solo ascoltando queste narrazioni – ha concluso Porta – sarà possibile formulare politiche migratorie più umane, efficaci e rispettose della dignità di chi migra.

Tra gli interventi più significativi spicca quello della linguista Isabella Chiari, docente presso il Dipartimento di Lettere e Culture Moderne dell’Università La Sapienza di Roma. La prof.ssa Chiari ha offerto una prospettiva essenziale, spesso trascurata nei dibattiti sulla migrazione: quella del linguaggio come strumento chiave nella costruzione delle percezioni e delle rappresentazioni dell’Europa da parte dei migranti.

Secondo Chiari, il volume Perceptions colma una lacuna importante nel panorama degli studi migratori, proponendo una riflessione “a specchio”, che ribalta il consueto punto di vista europeo. L’attenzione, infatti, si sposta su ciò che i migranti vedono e immaginano dell’Europa prima, durante e dopo il loro viaggio. È una visione che si forma attraverso narrazioni e rappresentazioni linguistiche, non solo nei testi ufficiali ma anche nei racconti personali, nel passaparola, nei social network, nei media.

Il linguaggio – ha spiegato la prof.ssa Chiari – non è una semplice traduzione tecnica dei bisogni o dei diritti, ma è il mezzo attraverso cui si plasmano le immagini mentali, le aspettative e le decisioni concrete. Le parole trasformano le necessità in rappresentazioni, orientano i comportamenti e modulano la percezione del futuro. In questo senso, i diritti umani sono anche diritti linguistici: comprendere un’informazione nella propria lingua madre, in modo chiaro e accessibile, è un requisito fondamentale per esercitare consapevolmente i propri diritti.

Chiari ha posto l’accento sulla discrepanza comunicativa che spesso si crea tra le istituzioni europee e i migranti. Da un lato, esiste un linguaggio tecnico e burocratico, spesso incomprensibile anche per mediatori e operatori sul campo; dall’altro, vi è un universo linguistico informale, fatto di reti familiari, sociali e digitali, che diventa la fonte primaria e spesso più affidabile di informazione per chi decide di migrare.

È in questo spazio di intersezione e confusione informativa che si genera un cortocircuito: i migranti si trovano a navigare tra fonti contraddittorie, informazioni frammentate o idealizzate, con il rischio di assumere decisioni sulla base di percezioni distorte o incomplete. Le stereotipizzazioni, ha sottolineato Chiari, operano in entrambe le direzioni: l’Europa stereotipizza i migranti, ma anche i migranti stereotipizzano l’Europa – spesso in termini eccessivamente positivi o negativi, senza spazio per una narrazione sfumata.

Per questo, la docente ha auspicato la costruzione di una comunicazione più realistica, accessibile e partecipativa, che sappia parlare non solo dei migranti, ma con i migranti. Un linguaggio inclusivo, calibrato non solo nella lingua ma anche nel tono e nella forma, capace di riconoscere la pluralità delle voci e delle esperienze.

Infine, Chiari ha invitato le istituzioni a rompere il muro della sfiducia e ad entrare nei circuiti informali con strumenti credibili, coinvolgendo mediatori culturali e linguistici, rappresentanti delle comunità e testimoni diretti. Solo così sarà possibile trasformare la comunicazione da monologo verticale a dialogo orizzontale, e costruire politiche più efficaci e rispettose della realtà vissuta da chi affronta la migrazione.

È intervenuta anche la professoressa Rut Bamejo, docente presso l’Università Rey Juan Carlos di Madrid, che ha condiviso alcune riflessioni emerse durante il progetto, condotto insieme alla collega Isabel Bazzaga. Pur avendo alle spalle vent’anni di ricerca sulle politiche migratorie, Bamejo ha sottolineato come l’indagine abbia continuato a sorprenderla, rivelando la complessità e la varietà delle esperienze migratorie. Ha ribadito l’urgenza di rafforzare la ricerca sul tema, evidenziando quanto le percezioni pubbliche sulle migrazioni siano spesso basate su stereotipi, piuttosto che su dati concreti. Un altro aspetto centrale del suo intervento ha riguardato le profonde disuguaglianze di benessere tra i paesi di origine e quelli di arrivo, che spingono molte persone a intraprendere viaggi pericolosi, spesso senza piena consapevolezza dei contesti normativi e delle reali condizioni di vita nei paesi di destinazione. Ha inoltre evidenziato l’influenza decisiva delle reti familiari e comunitarie già presenti in Europa, che spesso guidano le scelte migratorie più delle politiche ufficiali o delle informazioni istituzionali. Infine, ha invitato a considerare come i percorsi migratori non seguano sempre una logica puramente razionale, ma siano frutto di una molteplicità di fattori emotivi, relazionali e contingenti che solo la ricerca qualitativa è in grado di cogliere appieno.

Informazione, cultura e politiche per una società più consapevole

A chiudere il convegno sono intervenute tre voci autorevoli, ciascuna delle quali ha contribuito a restituire la complessità del fenomeno migratorio con uno sguardo profondo e multidisciplinare.

La professoressa Elena Ambrosetti, demografa e docente alla Sapienza, ha sottolineato l’arricchimento personale e professionale offerto dal progetto, che ha permesso non solo di analizzare le migrazioni da più punti di vista – migranti, operatori, stakeholder, social media – ma anche di approfondire metodologie nuove come l’analisi dei social o le interviste dirette ai migranti. Ha raccontato con sorpresa come molti giovani migranti, intervistati durante la ricerca, abbiano confermato un dato noto nelle indagini IOM: il loro obiettivo iniziale non era l’Europa, ma la Libia, dove sono poi rimasti intrappolati fino a dover ripiegare sull’Italia come unica via possibile.

Ambrosetti ha inoltre ribadito il ruolo cruciale dell’informazione, non solo verso le nuove generazioni ma anche verso la società civile e gli stessi stakeholder, troppo spesso vittime di narrazioni semplicistiche. Ha evidenziato la necessità di formare adeguatamente chi lavora con i migranti, affinché disponga degli strumenti teorici e pratici per comprendere la complessità del fenomeno. In questa direzione si muove anche il Master in Migrazioni, che dirige insieme alla collega Donatella Strangio.

 

Proprio la professoressa Donatella Strangio, storica dell’economia e co-autrice del volume, ha posto l’accento sul valore della cultura e della ricerca come strumenti per superare l’informazione fredda e accademica, costruendo un ponte diretto con la società civile. Ha ricordato le numerose iniziative in cui l’università è uscita dalle proprie mura, come il progetto dedicato alle Sorelle Mirabal, e ha presentato con orgoglio la collana editoriale dedicata alle migrazioni, arrivata in soli due anni al decimo volume. Una produzione scientifica rigorosa ma anche divulgativa, che nasce proprio per colmare i vuoti informativi sul tema.

Strangio ha poi richiamato l’importanza di considerare la migrazione anche come trasmissione di saperi e sviluppo dei territori, attraverso una prospettiva storica che include anche la migrazione italiana verso le Americhe. Ha sottolineato, infine, il legame tra migrazioni e il problema dello spopolamento interno italiano, suggerendo di esplorare la possibilità che i migranti contribuiscano a ripopolare borghi e aree rurali oggi abbandonate – una proposta che potrebbe trovare spazio anche nelle audizioni presso la nuova Commissione d’inchiesta sulla crisi demografica istituita dalla Camera dei Deputati.

A concludere l’incontro è stata Silvia Costa, giornalista e politica italiana, ex europarlamentare, che ha proposto di portare i risultati del progetto anche a Bruxelles, sottolineandone la rilevanza transnazionale. Costa ha parlato con passione della necessità di dare voce ai migranti, spesso raccontati ma raramente ascoltati, e dell’importanza di lavorare sul piano comunicativo e simbolico per trasformare la narrazione dominante. Ha ricordato le sue esperienze con l’Osservatorio CNEL e con il primo tavolo delle donne immigrate a Palazzo Chigi, esempi virtuosi di ascolto attivo e di partecipazione.

Ha criticato la deriva emergenziale della comunicazione istituzionale, che riduce la complessità del fenomeno migratorio a un’emergenza cronica, e ha ribadito la necessità di rafforzare le politiche di integrazione, anche attraverso strumenti concreti come la cittadinanza e l’ampliamento dei canali di ingresso legale. Costa ha concluso con un appello a sostenere la ricerca sul tema anche nei futuri bandi Horizon Europe, per dare continuità a un lavoro prezioso e necessario.

Il convegno si è chiuso con un sentito ringraziamento al team di ricerca e alle relatrici, sottolineando come l’incontro tra discipline, esperienze e approcci diversi rappresenti oggi più che mai la chiave per comprendere e affrontare una delle sfide centrali del nostro tempo.

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