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Cinema & Teatro

Cinquant’anni fa ci lasciava Luchino Visconti

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La morte di Luchino Visconti segnò un profondo vuoto che lasciò tutti all’improvviso più soli. Dopo tanti anni da quella scomparsa, ricordandolo, proviamo, anche se sfumati, gli stessi sentimenti.

di Antonio Fugazzotto

Cinquant’anni fa moriva Luchino Visconti. Allora la scomparsa di un grande protagonista del cinema e del teatro rappresentò un vero vulnus. Colpì per la profonda tristezza che quel grande vuoto provocava nel popolato mondo fatto di spettatori e di critici. Un profondo vuoto che lasciò tutti all’improvviso più soli. Dopo tanti anni da quella scomparsa, ricordandolo, proviamo, anche se sfumati, gli stessi sentimenti. Con lui se ne era andata una stagione importante del cinema italiano. Una parte del palcoscenico, direbbe Chaplin, si era ritirata dietro una quinta. La domanda oggi è la solita. Cosa ha lasciato quel gigante della nostra cinematografia? Dove rintracciamo quegli squarci di raffinata cultura? Dov’è quel cinema fatto di professionalità e mestieri conditi con sapienza di scelte scenografiche, di storie, di storia, di racconto, di sceneggiatura? In chi possiamo individuare l’eredità di un autentico maestro nell’utilizzare ed inventare i mezzi più espressivi per incantare quel pubblico che affollava le sale cinematografiche? Luchino Visconti come regista, sceneggiatore e scenografo da “Ossessione” del 1943 a “L’Innocente” (non terminato) del 1976, è passato dal neorealismo al genere storico letterario realizzando un singolare impasto di tradizione e di innovazione, di eleganza signorile e cruda realtà, di compostezza e controversie sociali.

Oggi, per rispondere a quelle domande, qua e là troviamo solo disparati tratti e scollegati segni di quel grande cinema, ma forse è giusto così. I tempi cambiano. Le tecniche espressive devono fare i conti con le tecnologie sempre più protagoniste e presenti nel cinema di oggi. Certo viene nostalgia e rimpianto se pensiamo a quell’autentico capolavoro di Luchino Visconti del 1963 Il Gattopardo, tratto dall’opera letteraria di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Il talento di Claudia Cardinale, il fascino di Alain Delon e il magnetismo di Burt Lancaster, sotto la sua magistrale guida, diventano simboli straordinari e testimoni di una Sicilia in profondo mutamento storico   in cui la nobiltà stantia, ammuffita e ancora legata al latifondo, sta lasciando il posto ad una borghesia fortemente rampante. Ma la grandezza di Luchino Visconti sta nel saper raccontare questo mondo attraverso affascinanti e magnetici simboli letterari ben descritti e raccontati alla maniera della novella siciliana che rasenta lo stile verista di Giovanni Verga. Un seducente racconto cinematografico dove I tre protagonisti si muovono come pupi poco siciliani e molto più machiavellici.

Va sottolineato lo splendore del ballo finale cui Visconti assegna, a differenza dell’opera letteraria, un ruolo più importante in quel salone di Palermo nel palazzo che segnava l’apoteosi della magnificenza della dimora della nobile e aristocratica famiglia Valguarnera Gangi. Un salone che fa da sontuosa e magnifica cornice al famoso ballo in cui la raffinata eleganza dei costumi costituisce un raro esempio di ricercatezza cinematografica grazie soprattutto alla ricerca filologica della moda dell’epoca. Una cornice di rara bellezza che dava spazio a movenze eleganti, musica e ballo di straordinaria raffinatezza che rispecchiano, insieme alla scenografia, la psicologia dei personaggi. Psicologia fatta di sguardi, di emozione e malinconia per un mondo in evanescenza, psicologia che la macchina da presa sa far scaturire dall’insieme di un ambiente in cui la magia della scena crea quell’effetto di bellezza estetica che ha fatto di quella pellicola, dopo più di sessanta anni, un esempio ancora insuperabile.

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