Bimbo siriano di 2 anni in pericolo di vita dalla Giordania in Italia

By 9 gennaio 2017Diritti umani
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Grazie all’impegno di Aurelia Passaseo dell’associazione Ciatdm e di Unhcr un bimbo proveniente da un campo profughi in Giordania affetto da una grave malattia ed in pericolo di vita, è ora in Italia al Gemelli di Roma sotto stretto controllo e cura dei nostri medici

Sei settimane per un miracolo. Quelle trascorse tra il drammatico appello arrivato via email alla presidente di un’associazione che si occupa di difesa dei minori (“aiutami, sta morendo sotto i miei occhi”) e il viaggio della speranza che ha portato dalla Giordania in Italia un bambino siriano di 2 anni in serio pericolo di vita. Ora Mohammed (il nome è di fantasia), status di “rifugiato esterno” ufficialmente riconosciuto dall’Onu, è in un lettino del “Gemelli”, affidato alle cure dei medici chiamati a capire quale malattia gli abbia progressivamente mangiato energie fino a farlo pesare appena 7 chili e a sopravvivere attaccato alle flebo. E un giorno, se e quando tutto sarà andato per il verso giusto, qualcuno gli racconterà come Ciatdm, Unhcr e un manipolo di operatori umanitari abbiano impedito che andasse ad allungare l’elenco di una delle tante vittime indirette di una guerra infinita.


Tutto comincia, come detto, quando Aurelia Passaseo, presidente del Coordinamento internazionale delle associazioni a tutela dei diritti dei minori (Ciatdm), trova nella posta del suo pc l’sos firmato da Liliana Vernengo, presidente del Comitato Nour. Il bimbo – racconta la donna – vive in un campo profughi in Giordania con il papà, la mamma e le due sorelle.

Sindrome di Kawasaki”, è la prima diagnosi. Ma dopo le dimissioni – e una fattura salatissima pagata dal Comitato con l’aiuto di un’associazione tedesca ricorsa al crowdfunding – il bimbo sta ancora peggio e c’è bisogno di un nuovo ricovero: i sanitari ipotizzano un tumore al colon, ma la biopsia per fortuna lo esclude. Ancora febbre, vomito, diarrea: i troppi antibiotici gli procurano una grave candidiasi all’ esofago. “Non c’era tempo da perdere”, spiega Passaseo, sgomenta davanti alle immagini del bimbo ridotto ormai pelle e ossa, “tanto fragile da non poter neppure essere preso in braccio per non esporlo al rischio di fratture”.

La presidente del Ciatdm contatta Cristina Franchini, dell’alto commissariato per i rifugiati, e Simone Sollazzo, consigliere comunale M5S di Milano, e gira loro foto, video, referti medici. Non lo sa ancora, può solo sperarlo, ma il miracolo sta già prendendo corpo sull’asse Roma-Amman e nel giro di poco più di un mese si materializza in un volo umanitario: a Fiumicino, dall’aereo scendono Mohammed, steso su una lettiga, e il papà, che ancora non crede ai suoi occhi. E’ un’ambulanza a portarli di corsa in ospedale. Sono i giorni che precedono Natale. Gli esami escludono l’hiv da trasfusioni, sembra sfumare l’incubo leucemia e prende sempre più corpo l’ipotesi che il piccolo soffra di una malattia rara. Potrebbe essere necessario un trapianto, ma non è stato ancora deciso.

“E’ presto per dirlo, ma sembra già stare leggermente meglio”, racconta emozionata Simona Pisani, operatrice umanitaria che collabora con il Comitato Nour. “Gli abbiamo procurato degli abiti pesanti, perché quando è arrivato aveva solo delle canotte estive, dei giochi, un peluche. E lui, che fin qui ha sopportato tutto con grande pazienza, che piange solo quando cerca la mamma, l’altro giorno ha fatto i capricci, per la prima volta. Voleva un biscotto, che naturalmente non può ancora mangiare. Tutti l’abbiamo interpretato come un segno di speranza”.


Fonte: Agi.it

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