Ambiente & Turismo
Basta vestiti nuovi al macero: l’Unione Europea dice no alla distruzione dei capi invenduti
Gli abiti nuovi rimasti nei magazzini e passati di moda, non verranno più destinati alla distruzione.
Di Francesca Fontana
Gli abiti nuovi rimasti nei magazzini e passati di moda, non verranno più destinati alla distruzione.
Questa è una misura voluta dalla Commissione europea che rappresenta uno dei tasselli della strategia per rendere più sostenibile il settore tessile, uno tra quelli a maggiore impatto ambientale. La Commissione considera infatti la distruzione degli invenduti una pratica che genera inutilmente rifiuti ed emissioni e cerca di favorire un modello più circolare, nel quale i prodotti abbiano una seconda vita anziché finire al macero.
Dietro la distruzione degli abiti non venduti, infatti, non c’era soltanto il problema dei magazzini pieni di merce. Per molte aziende, nel settore lusso, ma non solo, eliminare i prodotti spesso era considerato più conveniente che conservarli, rivenderli attraverso altri canali tipo outlet o rischiare che finissero sul mercato a prezzi troppo a buon mercato.
Il caso più emblematico esplose nel 2018, quando Burberry rivelò di avere distrutto prodotti invenduti per 28,6 milioni di sterline. La casa inglese spiegò che la pratica serviva anche a proteggere il marchio e a impedire che gli articoli fossero rivenduti o contraffatti. Subito si scatenarono le polemiche e l’azienda annunciò, pochi mesi dopo, che avrebbe abbandonato questa politica. Negli anni successivi anche altri grandi marchi hanno pian piano rivisto la gestione della merce avanzata, anticipando una tendenza che ora diventa un obbligo per tutta l’Unione europea.
Se per la moda a breve consumo la novità potrebbe portare la gente a frequentare maggiormente gli outlet, o a rivendere o regalare i capi, per il lusso la sfida è molto diversa. La scarsità dell’offerta è infatti uno degli strumenti con cui le grandi case di moda difendono il marchio e sostengono i prezzi. Il divieto europeo costringerà i grandi gruppi a ripensare la gestione delle eccedenze, tra maggiori costi di magazzino, una programmazione della produzione più accurata e un ricorso ancora più selettivo ai canali di vendita scontati.
Il regolamento introduce anche l’ obbligo di trasparenza. Le imprese dovranno rendere pubbliche le informazioni sul numero e sul peso dei prodotti invenduti che hanno distrutto nell’arco dell’anno, spiegando le ragioni dello smaltimento, quanta parte è destinata al riutilizzo, al riciclo o ad altre forme di recupero e le misure adottate per prevenire la distruzione.
Il divieto riguarda indumenti, accessori di abbigliamento, calzature, cappelli e altri copricapi. Sono previste alcune deroghe per i prodotti pericolosi, danneggiati, deteriorati, difettosi, non conformi alle norme o che violano i diritti di proprietà intellettuale, oltre ai beni che non possono essere ragionevolmente riutilizzati.
Assoutenti: «In Ue ogni anno 9% dei prodotti tessili viene distrutto»

Secondo le stime di Assoutenti, ogni anno nell’Unione europea fino al 9% dei prodotti tessili immessi sul mercato viene distrutto prima ancora di essere usato. Circa 594 mila tonnellate di tessuti finiscono al macero. Un giro che ha anche ripercussioni sul clima: le stime parlano di in 5,6 milioni di tonnellate di emissioni di CO₂. A incidere contribuisce anche il commercio on line: il tasso medio di reso degli acquisti online di abbigliamento è circa il 20%, un capo restituito ogni cinque venduti.
Secondo gli analisti, le nuove regole potrebbero accelerare anche gli investimenti nell’intelligenza artificiale e nei sistemi di previsione della domanda, per programmare con maggiore precisione la produzione e coordinare le scorte tra negozi e magazzini. In altre parole, il modo migliore per evitare di accumulare invenduti sarà produrne meno.
Resta ora da verificare come le aziende riorganizzeranno la gestione degli invenduti. Se fino a oggi la distruzione rappresentava una delle possibili soluzioni per le eccedenze di magazzino, ora il settore sarà chiamato a ripensare l’intera gestione delle collezioni. Negli anni passati gli invenduti erano una sorta di «valvola di sfogo» per le eccedenze di magazzino, d’ora in poi la competitività passerà anche dalla capacità di produrre meglio.

