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Autolesionismo, un fenomeno in crescente diffusione

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L’autolesionismo si caratterizza per la volontà di procurarsi danni fisici che producano sanguinamento, lividi o dolore.

di Antonio Virgili – pres. Commissione Cultura Lidu onlus

Tra gli effetti prodotti negli adolescenti dalla lunga fase di distanziamento causata dall’epidemia di Covid-19 si è spesso parlato di difficoltà psicologiche, relazionali, sociali ed emotive. Ѐemerso meno il fenomeno dell’autolesionismo che pure, secondo vari dati internazionali, risulta essere aumentato, diffondendosi più di quanto si immagini anche tra preadolescenti.  L’autolesionismo si caratterizza per la volontà di procurarsi danni fisici che producano sanguinamento, lividi o dolore.  Secondo varie ricerche risulta un fenomeno diffuso soprattutto tra i più giovani ed insorge in genere nella prima adolescenza, a partire dagli 11-12 anni di età.   Secondo due studi italiani[1] realizzati nell’ultimo decennio, i dati sono preoccupanti.  Nel primo, realizzato tra giovani adulti adolescenti, il 41% dei partecipanti dichiara di essersi fatto intenzionalmente del male almeno una volta nella vita rispetto al 3,5%, che lo fa in maniera sistematica e ripetitiva.  Dal secondo studio, condotto su un campione di 953 adolescenti, emerge che poco meno della metà, ben 449 (212 maschi e 237 femmine) ragazzi di età media 16 anni, riportano di aver messo in atto condotte autolesive intenzionali almeno una volta nella vita. Dei 449 adolescenti autolesionisti, 382 sono occasionali e 67 ripetitivi, di cui 32 maschi e 35 femmine. La differenza tra autolesionisti occasionali e ripetitivi sta nel numero dei comportamenti autolesivi. Le persone che ne hanno meno di 5 vengono etichettate come occasionali mentre coloro che si ledono 5 o più volte, come ripetitivi. I valori di diffusione italiani sono simili a quelli di altri studi internazionali tra adolescenti studenti di scuole secondarie o college, secondo i quali la percentuale di diffusione varia dal 17% al 41%.   Il fatto che abitualmente si provi vergogna per il proprio comportamento e per i segni che si hanno sul corpo determina che si cerchi di nasconderli, di mantenere il segreto, per paura di non essere compresi e di essere derisi e rifiutati, spesso anche in famiglia.  Per queste ragioni è un fenomeno in parte sottostimato rispetto alla sua probabile reale diffusione.

I dati più recenti mostrano che l’autolesionismo non è più un fenomeno che riguarda prettamente il sesso femminile, ma c’è oramai una tendenza all’equidistribuzione tra i due sessi. Quello che cambia sono le modalità, il cutting, ossia il tagliarsi, rimane sempre un comportamento legato maggiormente alle ragazze. Altra caratteristica che si ricava dagli studi internazionali è che il fenomeno non risulta specifico di singole culture, quanto piuttosto prevalente in una fascia d’età, cioè l’adolescenza, a partire dagli 11 anni.

Inoltre, gli adolescenti con comportamenti autolesionistici, soprattutto se ricorrenti, mostrano con maggior frequenza altri comportamenti “a rischio” (comportamenti sessuali promiscui, abuso di alcool e droghe, abuso di farmaci, ecc.).   Infine, la diffusione di questo comportamento non riguarda solo gli adolescenti a rischio oppure quelli con disturbi di qualche tipo, sebbene quelli con disturbi (in particolare disturbi dell’umore, del comportamento alimentare, uso di sostanze, disturbi del comportamento e di personalità) manifestino più frequentemente episodi singoli (60%) o ripetuti (50%) di autolesionismo.

Circa le motivazioni e cause più frequenti di tale comportamento, prevale quale risposta ad emozioni negative accumulatesi e meno controllabili, come ad esempio stati di tensione, ansia, difficoltà interpersonali che appaiono senza soluzione e come forma di autopunizione. Tra queste situazioni critiche sono i conflitti all’interno dell’ambito familiare, bullismo e cyberbullismo, condizioni di maltrattamento ed abuso. Da notare che secondo altri studi circa il 50% delle persone che svolgono attività autolesionistiche ha subito abusi sessuali.  Ѐ un comportamento presente quando c’è difficoltà nella gestione di emozioni e impulsi negativi e/o del modo in cui si fronteggiano situazioni stressanti.  Quasi un surrogato di una strategia di “coping“, vale a dire dei meccanismi psicologici utilizzati per far fronte a contesti che presentano problemi personali ed interpersonali allo scopo di gestire, ridurre o tollerare lo stress.  L’autolesionismo, quindi, come modalità disadattativa per ottenere sollievo, indurre una sensazione positiva, distogliersi dall’intenso dolore interno.

Meno comuni i comportamenti di semplice imitazione di altri giovani frequentati, cioè i fenomeni di emulazione tra pari, tuttavia numerosi adolescenti dicono di “aver imparato come farlo” da amici o via web,    Molto importante considerare il più generale contesto sociologico e culturale in cui avvengono tali comportamenti poiché la stessa definizione di autolesionismo risulta ampia se si includono, oltre ai comportamenti esplicitamente finalizzati al farsi male, ferirsi o provocarsi bruciature, anche modalità quali l’interferire con il processo di cicatrizzazione delle ferite, il mangiarsi o stuzzicarsi le pellicine in maniera ripetitiva fino a farsi uscire sistematicamente sangue o grattarsi la pelle sino a sanguinare. Tra le forme di autolesionismo moderato compulsivo si possono includere alcuni comportamenti quotidiani, come la tricotillomania (tirarsi i capelli), l’onicofagia (mangiarsi le unghie), inserire oggetti nella pelle, ovvero forme di discontrollo degli impulsi.   Questi ultimi aspetti si collegano all’autolesionismo identitario, ovvero al costituirsi di sottoculture e gruppi di “cutters” e alla diffusione crescente di piercing, cioè l’inserimento di oggetti nella pelle, pratiche originariamente tribali. Nel caso del piercing ci sono motivazioni spesso legate alla moda, al conformismo o alla sessualità, ma anche al costituirsi di subculture vissute, imitate o solo prese a riferimento, che adottano modalità del tutto analoghe all’autolesionismo (piercing, scarificazione, tatuaggi, body modification) presenti, in diversa misura, ad esempio nelle Goth, Emo, Punk, ed altre.    

La molteplicità dei contesti e delle connessioni tra autolesionismo, adolescenza (ma è presente anche in fasi successive di vita), contesti familiari e relazionali fortemente critici, disturbi psicologici e psichiatrici, subculture di nicchia, ha suggerito di differenziare il comportamento autolesionistico in almeno tre gruppi di gravità: A. lieve e superficiale; B. moderato; C. grave, o maggiore, sino all’automutilazione.   Altri autori distinguono un autolesionismo “lieve”, non di rado culturalmente accettato, ed uno “deviante”, più patologico.

E vanno pure differenziate le forme acute temporanee e quelle croniche.  Anche le sue funzioni, o i possibili significati, sono stati articolati, in riferimento alle associazioni più frequenti, con: disregolazioni emotive e pulsionali, personalità borderline, desiderio di regolare la disforia e controllare le emozioni, autopunirsi o purificarsi, comunicare quanto non si riesce a comunicare e trasformare in dolore fisico-corporeo il dolore psichico.   In questa breve ricognizione va inserito anche quello che una volta si immaginava un legame frequente e forte, quello tra autolesionismo e suicidio.  Come si è detto, tale comportamento, nella maggior parte dei casi, non ha una connessione diretta con tendenze suicidarie, specialmente in alcune delle modalità e forme lievi riportate.  Nondimeno va ricordato che anche il suicidio è purtroppo in aumento tra i giovani, e non solo.

Secondo l’Istituto Superiore di Sanità il suicidio è una delle tre principali cause di morte fra gli individui di età compresa tra i 15 e i 44 anni, in entrambi i sessi.  Più del 90% dei casi totali di suicidio sono associati a disturbi mentali, soprattutto depressione e abuso di sostanze. Tuttavia, alla base ci sono numerosi fattori socioculturali: in generale, i suicidi si verificano specialmente in momenti di crisi socioeconomica, familiare o individuale.  Con il distanziamento dovuto alla fase epidemica acuta, oltre agli episodi di autolesionismo (quasi un ricoverato al giorno nel 2020) sono aumentati i casi di suicidio di oltre il 30%.

Il suicidio costituisce la seconda causa di morte nei giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni.  Gli eventi hanno dimostrato che la causa di tale crescente diffuso malessere giovanile è stata sociale e di impoverimento nelle relazioni interpersonali, di alterazione dei ritmi e delle modalità di vita sociale imposte dall’epidemia.  Quella socialità sempre più messa in crisi dalle relazioni virtuali, dalla tendenza alla superficialità ed alla competizione, dal prevalere dell’apparire sull’essere.

[1] Manca M., Cerutti R., Presaghi F. (2014). Clinical specificity of acute versus chronic self-injury: measurement and evaluation of Repetitive Non Suicidal Self-Injury, in Psychiatry Research, 215: 11-119.      Cerutti, R., Manca M., Presaghi F., Gratz K.L. (2011). Prevalence and clinical correlates of deliberate self-harm among a community sample of Italian adolescents, in Journal of Adolescence, 34 (2): 337-347.

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