Attualità
Angelo Izzo è tornato!Il “Mostro del Circeo” confessa un nuovo omicidio
L’ultima tragica confessione di Izzo si inserisce in una serie di delitti che hanno puntato ciclicamente negli anni il faro mediatico su un uomo perennemente alla ricerca di un riconoscimento, costantemente impegnato a manipolare l’autorità con l’unico scopo di rivivere e far ricordare a tutti le sue “grandi gesta”
di Luca Rinaldi

Grandi occhi a palla e sorriso intrigante, un volto asciutto con appena un accenno di barba e una riccia chioma a incorniciare il tutto. Questo l’affascinante volto che, il 19 settembre del 1975, riuscì a strappare un appuntamento galante a due giovani romane, di 17 e 19 anni,della borgata Montagnola, perun incontro davanti al cinema Ambassade.
Quello era il volto di Angelo Izzo, un ventenne cresciuto a ridosso dei Parioli, a contatto con l’alta borghesia romana, un ragazzo già allora noto alle forze dell’ordine come autore di furti, rapine e stupri, militante nell’estrema destra armata e ora noto solamente con il soprannome di “Mostro del Circeo”.
Oggi il volto di Izzo è ingrassato, barba e riccioli sono spariti, sostituiti da una testa rasata e un abbondante e flaccido doppio mento. Il sorriso smagliante della gioventù si è trasformato in un ghigno beffardo e bramoso di riconoscimentoper quelli che considera dei successi o dei segreti che solo lui è ancora in grado di svelare. Di quel giovane Izzo sono rimasti solo gli occhi a palla, ancora grandi ma contornati orada un paio di occhiali con montatura nera, come se quel semplice accessorio possa porsi come schermo e nasconderne lo sguardo spiritato, desideroso di ricordare ogni istante, di rivivere ogni momento passato in quella villa del Circeo più di quarant’anni fa e bramoso di parlarne ancora e ancora.
Già, quarant’anni fa e ancora se ne parla… di ciò che spinse Angelo Izzo, con gli amici Gianni Guido e Andrea Ghira, a trasformare un semplice appuntamento al cinema in un massacro nella villa estiva del Ghira al Circeo. Forse fu la pretesa superiorità sociale dei tre, tutti di buone e facoltose famiglie, a permettere loro di progettare e mettere in atto un piano degno di un film splatter. Furono 35 ore di torture, di violenze, di sevizie e di stupri quelle vissute da Donatella Colasanti e Rosaria Lopez, adescate e segregate al Circeo e infine uccise. Così fu per la Lopez, almeno, perché i tre criminali, nell’estasi del massacro, non si resero conto che la Colasanti era ancora viva: si fingeva morta per non incorrere in altro dolore, in altre umiliazioni, per sopravvivere all’inferno.
A dimostrazione dell’incoscienza o della follia dei tre, c’è l’indifferenza con cui caricarono i due corpi nel bagagliaio dell’auto e si fermarono,come se nulla fosse accaduto, a mangiare in un ristorante, lasciando auto e ragazze per strada, dove un metronotte di passaggio riuscì a udire le grida d’aiuto della donna ferita e a chiamare i Carabinieri.
Seguirono la denuncia della Colasanti e le condanne all’ergastolo per Izzo e compagni, in contumacia,per Ghira,perché riuscì a darsi alla fuga. Di lui, uno dei 30 latitanti italiani più ricercati del tempo, si sa solo che fuggì in Spagna e si arruolò nella legione straniera da cui venne espulso nel 1994 per abuso di stupefacenti, sostanze che alla fine ne causarono anche la morte,sempre in quell’anno. Gianni Guido nel 1980 ottenne invece una riduzione dell’ergastolo a 30 anni, ma l’anno successivo riuscì comunque a evadere, arrivando fino in Argentina e a Panama. La fuga durò fino al 1994 quando fu nuovamente arrestato ed estradato in Italia, dove scontò tutta la sua pena, uscendoregolarmente di prigione nel 2009.
Se queste due storie sembrano mirabolanti e degne di un film d’azione, ancor di più lo fu quella di Angelo Izzo, anche se qui il ci spostiamo sul genere horror. Ottenuta la semilibertà nel 2004, Izzo fu rimesso in circolazione e l’anno successivo ne approfittò per uccidere altre due donne, la 49enne Maria Carmela Linciano e la 14enne Valentina Maiorano, moglie e figlia di un pentito della Sacra Corona Unita conosciuto da Izzo in carcere. Gli omicidi di Ferrazzano, così sono ricordati, furono il suo definitivo biglietto di sola andata per il carcere. Di lui, chiuso in una cella, non si sentì più parlarefino al 2010 quando si sposòin prigione con l’ex inviata de Il Giornale, Donatella Papi, un’amica d’infanzia con cui aveva continuato a scambiarsi lettere negli anni.
Questo il resoconto, in breve, della storiasalita agli onori della cronaca. Questo il resoconto fino a un paio di mesi fa, quando Angelo Izzo decide di tornare a far parlare di sé, confessando un altro omicidio, precedente, a sua detta, al massacro del Circeo. Ai magistrati Izzo ha riferito che, con Guido e Ghira, rapirono in precedenza un’altra ragazza nel Cadore, la portarono sul Trasimeno e lì la uccisero. Da accertamenti effettuati dalla Procura, la ragazza in questione risulterebbe essere Rossella Corazzin, che scomparve nell’agosto del 1975, un mese prima del massacro al Circeo.
Ciò che non è chiaro per gli inquirenti è se Izzo, uomo dalla personalità narcisistica e manipolatoria, abbia detto il vero. Un tale soggetto farebbe letteralmente di tutto per attirare su di sé l’attenzione, e Izzo negli anni ha dimostrato di essere un maestro in questo: tentate evasioni, rivelazioni alle forze dell’ordine relative alle stragi che negli anni ’70 scuotevano la penisola (vedi Piazza della Loggia, Piazza Fontana e la strage di Bologna), i due nuovi omicidi nel 2005 e, ancora, nel 2010 con l’annuncio del suo matrimonio in carcere.
A ben vedere tutti eventi che hanno puntato ciclicamente negli anni il faro mediatico su un uomo perennemente alla ricerca di un riconoscimento, costantemente impegnato a manipolare l’autorità con l’unico scopo di rivivere e far ricordare a tutti le sue “grandi gesta”.
E oggi Izzo si ripete, auto-accusandosi per un delitto ormai quasi dimenticato, riaprendo una ferita che non si è mai cicatrizzata del tutto ma che si pensava appartenere ormai al passato. E lo fa parlando davanti ai magistrati, le massime cariche dell’autorità, quasi a sfidarli ancora e costringerli a guardare ancora una volta verso il centro della scena, verso di lui, il protagonista.
