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Arte & Cultura

ABRUZZO: Scanno (AQ) – L’ultima custode del costume tradizionale è Margherita Ciarletta, 94 anni

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Considerato il più rappresentativo dell’Abruzzo, l’abito tradizionale delle donne di Scanno è stato per secoli un vero e proprio emblema sociale e culturale, oltre che un segno distintivo del ruolo femminile nella comunità.

di Laura Marà

Nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo, tra montagne imponenti e il celebre lago a forma di cuore, si trova Scanno: un borgo che è diventato un simbolo della cultura pastorale abruzzese e della sua tradizione sartoriale più nota, il costume femminile scannese.

Il costume di Scanno: un simbolo identitario

Considerato il più rappresentativo dell’Abruzzo, l’abito tradizionale delle donne di Scanno è stato per secoli un vero e proprio emblema sociale e culturale, oltre che un segno distintivo del ruolo femminile nella comunità. La gonna ampia, talvolta pesante e realizzata con tessuti di lana o velluto, variava nel colore e nel materiale a seconda del ceto sociale di chi la indossava. È impreziosita da ricami dorati e coperta da un grembiule di lino bianco, spesso decorato con merletti finissimi.

Il corpetto, chiamato ju cummudene, è l’elemento centrale: all’altezza del collo è adornato in pizzo, mentre davanti si chiude con una fila di bottoni che termina nella cosiddetta buttunera. Sotto si porta una camicia bianca ricamata a mano, dalle maniche ampie che si stringono in fitte pieghe ai polsi e alle spalle. A completare l’insieme vi è il caratteristico copricapo: il cappellitte o ngappatura, che cambiava a seconda delle occasioni, distinguendo i giorni feriali da quelli festivi.

Le sue origini sono tuttora oggetto di studio: alcuni storici ipotizzano influenze orientali, legandole a pratiche antiche come quella di coprire il volto in segno di lutto (ju abbruvudature) e alla posizione deferente delle donne nei confronti degli uomini; altri ne attribuiscono la provenienza ai Longobardi. I più antichi documenti che lo menzionano risalgono ai corredi dotali tra XVI e XVIII secolo, mentre la forma attuale si è consolidata negli anni Cinquanta.

Margherita, l’ultima testimone vivente

In questo contesto, la figura di Margherita Ciarletta, prossima a compiere 94 anni, assume un valore unico. Dopo la recente scomparsa delle sorelle Adelia e Anna, è rimasta l’unica donna a indossare quotidianamente il costume. «Non ho mai pensato di cambiarlo, nemmeno per lavorare nei campi», racconta. «Mio marito, a dire il vero, non lo apprezzava nemmeno, ma non è mai stato un problema».

Il suo legame con l’abito risale al 1949, quando, diciottenne, lo scelse e non lo abbandonò più, neppure in occasioni particolari come il viaggio di nozze a Roseto degli Abruzzi o la laurea del figlio a Pisa, dove – ricorda – «i turisti fotografavano più me che la Torre».

Una vita semplice e radicata

Madre di tre figli, uno dei quali perso prematuramente, e nonna di cinque nipoti, Margherita oggi vive una quotidianità serena: si sveglia dopo le nove, trova il latte caldo preparato dal figlio e continua a cucinare i piatti della tradizione, dai maccheroni ai “cazzillitti”.

Sul futuro del costume, che potrebbe diventare patrimonio immateriale dell’umanità Unesco, è realista: «Era bellissimo e lo portavano tutte. Se oggi le ragazze non lo indossano, pazienza».

Lucida e ironica, non ama impartire lezioni: «Tanto non ti ascoltano. Il segreto per arrivare alla mia età? Solo la buona fortuna del Signore».

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