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Cinema & Teatro

Opera Pia, monologo dei nostri tempi e delle solitudini umane nel disperato tentativo di colmarle

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A Teatro Sophia è andato in scena il testo sapientemente scritto da Gianfranco Vergoni, che mette in luce quelle scomode storie di fronte alle quali spesso noi giriamo la faccia, evitando di entrare nei racconti di vita di gente semplice e sconfitta.

di Angela Celesti

Non siamo all’interno di una gabbia circolare di un circo; su quella piccola pedana sopra il proscenio non si erge una tigre, ma una donna con tutto il suo bagaglio: due buste della spesa, che sorreggono il personaggio magistralmente interpretato da Loredana Piedimonte, per la regia di Nicola Pistoia. Il testo, sapientemente scritto da Gianfranco Vergoni, mette in luce quelle scomode storie di fronte alle quali spesso noi giriamo la faccia, evitando di entrare nei racconti di vita di gente semplice e sconfitta. Appare senza indugi sulla scena il personaggio di Pia, con la sua “triste storia” e i due sacchi della spesa. Pia regge quel “peso” che non molla quasi mai e che costantemente accompagna la narrazione. La incontriamo al supermercato, habitué di sconti e offerte, disillusa ma ancora alla ricerca dell’amore, sarcastica con il suo napoletano musicale che vibra tra gli scaffali dei biscotti pseudo-salutari all’avena e le pubblicità del tre per due.

In quei 55 minuti, in quello scanno esiguo, passa la storia della sua vita. Ciò che rende unica l’interpretazione è la capacità di mutare continuamente registro, frutto della sua indiscussa bravura  e della regia quasi cinematografica che, posa dopo posa, fa entrare una folla di personaggi, interlocutori che si palesano attraverso le battute (risposte) di Pia: una donna in fila alla cassa del supermercato, Inussa, un extracomunitario arrivato con il “barcone” in fuga dal suo paese africano in guerra, la mamma di Pia, le amiche Rita, Sofia e Marina, l’amica che lei va a trovare al cimitero, l’ex marito e persino gli indisciplinati alunni della scuola dove insegna musica. La musica, come attore non protagonista, non fa solo da sottofondo ma da coperta calda per il suo nobile animo. Madame Butterfly di Puccini riecheggia insieme a Hei Jude dei Beatles e l’Elisir d’amore di Donizetti, fino a Scapricciatella di Carosone con effetto “paperino”.

Pia si guarda intorno, nell’ingenuo tentativo di aggrapparsi a un uomo, stanca della solitudine e di una vita sempre uguale, nella ricerca spasmodica di affetto, in un romanticismo che parla attraverso le parole narrate dalla scrittrice danese Karen Blixen ne La mia Africa: “Io conosco il canto dell’Africa, della giraffa e della luna nuova africana distesa sul suo dorso, degli aratri nei campi e delle facce sudate delle raccoglitrici di caffè. Ma l’Africa conosce il mio canto? […] la luna piena farà sulla ghiaia un’ombra che mi assomigli? E le aquile sulle Colline Ngong guarderanno se ci sono?”. Citate e ri-citate, le parole finali di uno dei capolavori della letteratura del ‘900, rese popolari dal film omonimo del 1985 con Meryl Streep e Robert Redford, diventano un mantra in quella sua follia di coltivare l’amore verso il giovane Inussa, una scelta da evitare per scongiurare la discesa nel baratro, dove stordita si cala.  Un’ “Opera Pia” appunto, che le fa perdere il senno e la porta quasi alla morte. Follemente trascina lo spettatore in quella storia insensata, che solo un miracolo e un escamotage riusciranno a recidere. Un amore idealizzato ma tossico e condito di lambrusco che la condurrà ad annullarsi nel continuo tentativo di voler credere ai sentimenti e alla necessaria presenza di un uomo nella propria vita! Finalmente il personaggio di Pia, con fatica e con l’amore delle persone care, ricompone quel corpo stanco, racchiuso concettualmente nelle due pesanti buste della pesa, senza mai rinunciare al suo essere idealmente legata al concetto più alto di amore verso un uomo, un popolo e una terra come nel romanzo della grandissima Karen Blixen.

Credit Photo: Grazia Menna

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