Attualità
Terre rare, Cina e transizione energetica: il vero nodo geopolitico del XXI secolo – Rare earths, China, and the energy transition: the true geopolitical issue of the 21st century
Terre rare, Cina e transizione energetica: il vero nodo geopolitico del XXI secolo
di Marco Andreozzi
Le cosiddette terre rare comprendono diciassette elementi chimici: i quindici lantanidi della tavola periodica, ai quali si aggiungono scandio e ittrio. Il termine, tuttavia, risulta in parte fuorviante. Questi materiali non sono realmente rari in senso geologico; ciò che li rende strategici è piuttosto la difficoltà della loro estrazione e, soprattutto, della raffinazione: processi complessi, altamente energivori e con pesanti ricadute ambientali. Eppure, senza terre rare, il mondo contemporaneo semplicemente non potrebbe funzionare e la domanda annua mondiale si avvicina ormai alle 100.000 tonnellate. Esse costituiscono infatti la spina dorsale invisibile della transizione energetica, dell’elettronica avanzata, dell’industria aerospaziale e delle tecnologie militari. Tra gli elementi più strategici figurano neodimio, disprosio, praseodimio e terbio, essenziali per la produzione di magneti permanenti ad alte prestazioni. Sono questi ultimi a rendere possibili motori per veicoli elettrici, turbine eoliche, dischi rigidi, sensori, sonar, cuffie audio e numerose applicazioni militari avanzate. Gli stessi materiali trovano impiego anche nelle leghe aeronautiche e nei sistemi elettronici di precisione.
In questo settore la Cina ha costruito, nel corso degli ultimi decenni, una posizione di predominio pressoché assoluto. Non soltanto grazie alla disponibilità delle risorse minerarie, ma soprattutto attraverso una strategia industriale di lungo periodo avviata negli anni di Deng Xiaoping: investimenti pubblici massicci, regole ambientali permissive e una progressiva acquisizione di competenze specializzate. Oggi Pechino controlla circa il 90% della capacità mondiale di raffinazione e produzione delle terre rare, oltre a quote analoghe nelle principali componenti della filiera strategica. A ciò si aggiunge il dominio globale nel fotovoltaico, con una quota compresa fra l’80 e l’85% delle vendite di moduli ed oltre il 90% sulla filiera. La dimensione geopolitica di tale supremazia è ormai evidente. Dal 2018, anno dei primi dazi ‘trumpiani’, il confronto commerciale tra Washington e Pechino si è trasformato in una competizione sistemica. La Cina — da quello stesso anno, in cui entrò nella sua fase recessiva — ha progressivamente irrigidito il controllo sugli investimenti esteri, sulle esportazioni strategiche e sulle importazioni, nel tentativo di mantenere all’interno dei propri confini l’intera catena del valore industriale. Tali misure restrittive, proseguite anche durante la presidenza Biden, si inseriscono in una più ampia politica mercantilistica che ha rafforzato la sua proiezione verso i Paesi emergenti, inclusi contesti fragili e instabili come il Sud Sudan.

In questa prospettiva, anche la strategia europea sulla transizione energetica appare sotto una luce diversa. La continua spinta verso fotovoltaico, eolico e mobilità elettrica — quest’ultima oggi meno radicale rispetto agli anni iniziali del ‘Accordo Verde’ — può essere interpretata non soltanto come scelta ambientale, ma anche come tentativo di sostenere un delicato equilibrio economico e geopolitico globale. Un eventuale collasso della crescita cinese, infatti, potrebbe produrre conseguenze difficilmente prevedibili, incluse tensioni ancora più acute nell’area indo-pacifica e su Taiwan. Inoltre, l’attuale monopolio cinese è superabile. Le tecnologie di raffinazione possono essere replicate; ciò che finora ha frenato l’Occidente sono stati soprattutto i costi ambientali, la frammentazione industriale e l’assenza di una chiara volontà politica. Se la sicurezza economica e strategica tornerà a prevalere sulle sole logiche di mercato, sarà possibile sviluppare filiere autonome attraverso incentivi pubblici, alleanze industriali e politiche di protezione ambientale mirate.
Entro il 2030, il mondo ricco dovrà necessariamente dotarsi di una robusta industria del riciclo e del recupero delle terre rare, così da ridurre la dipendenza da Pechino e recuperare margini di sovranità tecnologica. Del resto, il commercio internazionale, quando equilibrato, rimane storicamente un gioco a somma positiva, capace di favorire cooperazione e stabilità. E se così fosse anche per il gas? La Russia rappresenta ancora circa il 12-13% delle importazioni totali di gas dell’UE nel 2025 e l’Europa (con il governo italiano) è determinata ad azzerare questa quota, come ricordato ad un recente forum fiorentino in occasione dei 50 anni dell’Unione. Presente la presidente del parlamento europeo, Metsola, che, oltre ad insistere su una politica energetica europea uniformemente votata alle rinnovabili, ha menzionato il caso della Spagna come esemplare, quasi completamente autosufficiente. Chi l’ha intervistata ha perso l’occasione per ricordare che oltre il 70% del territorio spagnolo è classificato come arido, semiarido o sub-umido secco, e la scarsa urbanizzazione è un chiaro vantaggio rispetto allo sviluppo di colossali campi fotovoltaici. L’Italia, giardino a cielo aperto di arte ed architettura in un ambiente collinoso e di pianure agricole è evidentemente in una situazione molto diversa.

La maltese Metsola, nel suo ottimo italiano, ha anche ricordato l’importanza del sistema democratico della rappresentanza come parte integrante dell’essenza europea. Vero, ma in parte anche ironico, visto che proprio le istituzioni politiche europee paiono più partitocratiche che democratiche. Però l’essenza della vita, si sa, è il paradosso: il deus ex machina del partito radicale italiano, Marco Pannella (che ci ha lasciato 10 anni fa) era colui che più si scagliava contro la “partitocrazia”, e tuttavia convintamente a favore delle istituzioni europee. Resta aperta una domanda: fino a che punto la politica europea (e italiana) può continuare ad ignorare il gas russo? “Il problema è politico”, si dice, ma riaffiora la celebre frase attribuita a Bill Clinton durante la campagna elettorale USA del 1992: “E’ l’economia, stupido”. E forse — proprio con l’Europa protagonista al posto degli oggi impresentabili Stati Uniti — la pace possibile con l’Ucraina passa anche da lì.
Rare earths, China, and the energy transition: the true geopolitical issue of the 21st century
by Marco Andreozzi
The so-called rare earths comprise seventeen chemical elements: the fifteen lanthanides of the periodic table, plus scandium and yttrium. The term, however, is somewhat misleading. These materials are not truly rare in the geological sense; what makes them strategic is rather the difficulty of their extraction and, above all, refining: complex, energy-intensive processes with significant environmental impacts. Yet, without rare earths, the contemporary world simply could not function and annual global demand is now approaching 100,000 tons. They constitute the invisible backbone of the energy transition, advanced electronics, the aerospace industry, and military technologies. Among the most strategic elements are neodymium, dysprosium, praseodymium, and terbium, essential for the production of high-performance permanent magnets. These enable electric vehicle motors, wind turbines, hard drives, sensors, sonar, audio headphones, and numerous advanced military applications. The same materials are also used in aeronautical alloys and precision electronic systems.
Over the past few decades, China has built a position of near-absolute dominance in this sector. This is due not only to the availability of mineral resources, but above all to a long-term industrial strategy initiated during the Deng Xiaoping era: massive public investment, lax environmental regulations, and the progressive acquisition of specialized expertise. Today, Beijing controls approximately 90% of the world’s rare earth refining and production capacity, as well as similar shares in the main components of the strategic supply chain. Added to this is its global leadership in photovoltaics, with a share of between 80 and 85% of solar module sales and over 90% of the supply chain. The geopolitical dimension of this supremacy is now evident. Since 2018, the year of the first Trumpian tariffs, the trade war between Washington and Beijing has transformed into a systemic competition. Since the same year, when it entered its recession, China has progressively tightened its controls on foreign investments, strategic exports, and imports, in an effort to keep the entire industrial value chain within its borders. These restrictive measures, which continued during the Biden presidency, are part of a broader mercantilist policy that has strengthened its presence in emerging countries, including fragile and unstable contexts like South Sudan.

From this perspective, Europe’s energy transition strategy also appears in a different light. The continued push toward photovoltaic, wind, and electric mobility—the latter less radical today than in the initial years of the “Green Deal”—can be interpreted not only as an environmental choice, but also as an attempt to sustain a delicate global economic and geopolitical balance. A potential collapse in Chinese growth, in fact, could produce unpredictable consequences, including even more acute tensions in the Indo-Pacific region and over Taiwan. Furthermore, China’s current monopoly can be overcome. Refining technologies can be replicated; What has held the West back so far have been primarily environmental costs, industrial fragmentation, and the lack of clear political will. If economic and strategic security once again prevails over market forces alone, it will be possible to develop autonomous supply chains through public incentives, industrial alliances, and targeted environmental protection policies.
By 2030, the rich world will need to establish a robust rare earth recycling and recovery industry, reducing their dependence on Beijing and regaining technological sovereignty. Moreover, international trade, when balanced, has historically remained a win-win game, capable of fostering cooperation and stability. What if this were also true for gas? Russia still represents approximately 12-13% of total EU gas imports in 2025, and Europe (and the Italian government) is determined to eliminate this share, as noted at a recent forum in Florence on the occasion of the Union’s 50th anniversary. The President of the European Parliament, Metsola, was present. In addition to insisting on a European energy policy uniformly focused on renewables, she cited the case of Spain as exemplary, almost completely self-sufficient. Her interviewer missed the opportunity to point out that over 70% of Spain’s territory is classified as arid, semi-arid, or dry sub-humid, and its low level of urbanization is a clear advantage over the development of colossal photovoltaic farms. Italy, an open-air garden of art and architecture, in a hilly and agriculture-valleys landscape, is clearly in a very different situation.

Malta’s Metsola, in her excellent Italian, also recalled the importance of the democratic system of representation as an integral part of Europe’s essence. True, but also partly ironic, given that European political institutions themselves appear more party-cratic than democratic. However the essence of life, as we know, is paradox: the deus ex machina of the Italian Radical Party, Marco Pannella (who left us 10 years ago) was the one who most strongly opposed “party-cracy politics”, and yet staunchly in favor of a governance by the European institutions. A question remains unanswered: To what extent can European (and Italian) politics continue to ignore Russian gas? “The problem is political,” it is said, but the famous phrase attributed to Bill Clinton during the 1992 USA election campaign resurfaces: “It’s the economy, stupid.” And perhaps—precisely with Europe taking center stage instead of the currently unpresentable United States—a possible peace with Ukraine also depends on that.

Marco Andreozzi, è Dottore in Ingegneria Meccanica, Economia/Amministrazione (Politecnico di Torino). Tecnologo industriale e specialista del settore energetico, proviene da esperienze professionali in cinque multinazionali in Italia e paesi extra-europei, e come direttore generale da un quarto di secolo; nomade digitale dal 2004 al 2019, e’ sinologo, parla correntemente il mandarino e in Cina e’ stato docente a contratto.
Marco Andreozzi, is a Doctor in Mechanical Engineering, Economics/Administration (Polytechnic of Turin). Industrial technologist and specialist in the energy sector, he comes from professional practices in five corporates in Italy and non-European countries, and as managing director for a quarter of a century; digital nomad from 2004 to 2019, he is a sinologist, speaks fluent Mandarin and was a visiting professor in China.
