Attualità
Il punto di non ritorno di Donald, Giorgia e Leone
Il Papa non appartiene al circuito della politica e rappresenta una religione, al tempo stesso trascendente per la missione di cui il Conclave lo ha investito, e immanente perché qui e ora nello scenario del mondo attuale, una religione che afferma che tutti gli uomini sono uguali e devono amarsi, fraternamente.
di Guido Barlozzetti
Il Papa è il punto limite di Donald Trump e Donald Trump il punto limite di Giorgia Meloni. Lo scambio di battute a cui abbiamo assistito non è l’ennesimo di una politica-slogan e dice del punto estremo di non ritorno a cui sono giunti il presidente degli Stati Uniti e la premier italiana.
Poco importa che Trump non se ne dia per inteso e continui ad attaccare il pontefice, “debole e pessimo nella politica estera, lo hanno eletto perché ci sono io”. E sarà anche che in questo concerto di tweet e post che ha nella Casa Bianca, uno dei motori quotidiani, ci stiamo abituando a tutto, a qualunque sparata, come certi personaggi della commedia dell’arte. Donald infatti continua a premere il grilletto dei discorsi – oltre che quello delle bombe – un elenco senza fine, i dazi, la Groenlandia, l’Europa, Zelensky… una sequela da Maciste scatenato che attacca senza freni, inutile chiedersi se trattasi di deriva analitica o della lucidità premeditata di un giocatore per il quale conta solo il deal, l’affare. Guai a chi si mette di mezzo, lui dà le carte e la partita non è alla pari, come sanno Maduro e, adesso, l’Iran. Salvo il fatto che quel paese ha migliaia di anni di storia, complessa, stratificata, drammatica, e non basta proclamare la volontà di ridurla all’età della pietra per convincerlo a piegare la testa.

Il problema nasce – e la storia cambia – quando l’attacco punta sul successore di Pietro. Il Papa, forse questo Trump non lo ha considerato, non è un avversario né un pupazzo della politica, non partecipa quotidianamente a questi botta-e-risposta estenuanti, volgari e ormai insopportabili. Non gli puoi abbaiare contro come con Kamala Harris o i pasdaran, oltretutto accompagnando le contumelie con un’immagine di Donald-Cristo che soccorre gli ammalati.
Per Trump non ci sono differenze di livelli, chiunque sia, avversario o complice, nemico o servo, con i primi il bastone agitato minacciosamente e non solo come un arnese retorico, con gli altri sorrisi e, come con Giorgia, prima fase, carezze.
Invece il Papa è una differenza, non appartiene al circuito della politica e rappresenta una religione, al tempo stesso trascendente per la missione simbolica di cui il Conclave lo ha investito, e immanente perché qui e ora, in questo tempo, nello scenario del mondo che gli è toccato. E le posizioni che assume rimandano a una tradizione bimillenaria che nasce con Betlemme, passa per la Crocifissione e la Resurrezione lasciando un messaggio evangelico, rivoluzionario, per cui, nel rapporto con Dio, tutti gli uomini sono uguali e devono amarsi, fraternamente.

Si dirà, ci sono tante altre religioni, è vero, e poi abbiamo visto il patriarca russo benedire “l’operazione speciale” di Putin in Ucraina, abbiamo visto l’estremismo islamico devastare con il terrorismo l’Occidente (che certo non può dichiararsi innocente nei confronti dei paesi dell’Islam) e abbiamo visto lo stesso Trump e la schiera delle chiese evangeliche americane proclamare l’alleanza tra Dio e tutte le imprese del presidente, compresa naturalmente quest’ultima guerra.
Resta il fatto che, passato il Medioevo della Res Publica Christiana e del Papa che incorona l’Imperatore, oggi il Papa non deve incoronare nessuno e anzi deve presidiare lo scarto tra il suo potere di intermediario tra umano e divino e quello tutto umano che può diventare smodatamente umano e comportarsi in modo totalmente autoreferenziale, senza valori e principi che non siano la forza esercitata senza remore per il bene del proprio paese, in un narcisismo in cui la volontà di Donald diventa quella degli Usa.

E che il Papa sia una differenza rispetto alle confusioni grossolane del presidente, lo ha dimostrato anche nel modo di rispondere, nelle considerazioni distanti e “superiori” che ha svolto: “Non ho paura, non sono un politico, Dio non ascolta le preghiere di chi ha le mani sporche di sangue”.

E Giorgia Meloni? Anche per lei c’è un punto limite ed è proprio il presidente Trump. Abbiamo visto in questi anni e mesi la cautela della presidente nei confronti della Casa Bianca, le reiterate ammissioni di amicizia, che non hanno escluso disaccordi, ma sempre compasso felpato. Ebbene, l’oratoria vernacolare di Trump l’ha messa in un angolo. Come poteva restare silente di fronte a un attacco così diretto nei confronti del Papa che sta a Roma, appena al di là del Tevere, in un paese che secolarizzato quanto si vuole è comunque storicamente cattolico? Doveva parlare, stanata dagli sproloqui di Donald, laddove non erano riusciti le reiterate richieste delle opposizioni. E non è paradossale che abbia usato lo stesso aggettivo con cui Leone XIV aveva condannato le onnipotenti bordate trumpiane sull’Iran: “inaccettabile”. Una volta pronunciato quell’aggettivo, la storia diventa irreversibile e, ora, ne comincia un’altra.
