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Donne e innovazione, l’Italia accelera ma il divario resta: quarta in Europa per startup “rosa”

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Il divario di genere, soprattutto nei settori più tecnologici e nella fase di crescita delle imprese, resta ancora evidente.

di Francesca Fontana

Crescono le inventrici italiane, aumenta il numero di startup fondate da donne e Milano si conferma capitale nazionale dell’innovazione al femminile. Ma il divario di genere, soprattutto nei settori più tecnologici e nella fase di crescita delle imprese, resta ancora evidente.

È la fotografia scattata dall’Ufficio Europeo dei brevetti, che ha pubblicato un nuovo studio sulle donne attive nelle discipline STEM – scienza, tecnologia, ingegneria e matematica – in occasione della Giornata internazionale della donna.

Il dato più significativo riguarda la quota di donne inventrici: in Italia raggiunge il 14,7% nel 2022. Un numero in crescita rispetto al 13,8% del 2017 e superiore alla media europea, ferma al 13,8%. Un progresso lento ma costante, che colloca il nostro Paese tra quelli più dinamici nel panorama continentale.

Ancora più rilevante il risultato nel mondo delle startup che depositano brevetti: l’Italia è quarta in Europa per presenza di fondatrici, con il 12,5%, dietro a Spagna, Portogallo e Irlanda. In generale, il 17% delle startup italiane fondate in team include almeno una donna, mentre il 9,1% è costituito esclusivamente da imprenditrici.

Numeri che raccontano un cambio di passo. Ma raccontano anche una difficoltà strutturale: nelle fasi più avanzate di finanziamento, la presenza femminile tende a ridursi. Le imprese co-fondate da donne incontrano maggiori ostacoli nella fase di espansione, quando servono capitali più consistenti e reti consolidate.

Tra i grandi poli europei dei brevetti, c’è una sola città italiana nella top 30: Milano, che si piazza al settimo posto in Europa per numero di domande presentate da donne nel periodo 2013-2022.

Negli ultimi dieci anni il capoluogo lombardo ha registrato un balzo significativo: il tasso di inventrici è passato dal 16,1% al 19,1%, superando di 4,4 punti percentuali la media nazionale. Milano si conferma così il principale hub italiano dell’innovazione al femminile, grazie anche al ruolo strategico delle sue università.

Nel settore Life Science, l’Università di Milano si colloca al 16° posto tra gli istituti europei per numero di laureate che depositano brevetti durante il dottorato. Nell’ingegneria, il Politecnico di Milano sale fino al sesto posto europeo nella fase post-dottorale. Si distingue anche il Politecnico di Torino, presente tra i primi venti atenei europei per attività brevettuale femminile.

Eppure il vero nodo emerge guardando i percorsi universitari. In Italia le donne rappresentano il 39,3% dei laureati nelle discipline STEM: tredicesimo posto in Europa, un dato tutt’altro che marginale.

Ma quando si passa dalla formazione al brevetto, il numero crolla. Solo il 13,2% delle dottorande in materie STEM presenta una domanda di brevetto nel periodo 2011-2020. Una percentuale in miglioramento rispetto al decennio precedente, ma ancora molto distante dalla parità.

Il divario si accentua ulteriormente nella fase successiva al dottorato: le donne che depositano brevetti europei sono appena il 15,9%, in lieve calo rispetto al passato. È qui che si consuma la frattura più evidente: tante studentesse, molte ricercatrici, poche inventrici.

Secondo lo studio, il fenomeno varia sensibilmente a seconda dei settori. Le percentuali più alte di partecipazione femminile si registrano nel farmaceutico, nel biotecnologico e nel chimico-alimentare, ambiti legati alle Life Science. All’opposto, alcuni comparti dell’ingegneria – come macchine utensili, processi di comunicazione di base ed elementi meccanici – restano territori quasi esclusivamente maschili.

Il rapporto offre una visione più ampia della sola figura dell’inventrice. Le donne rappresentano oggi il 29,2% degli avvocati specializzati in brevetti europei, una quota in crescita. Segnali positivi che mostrano un progressivo rafforzamento della presenza femminile nell’intero ecosistema dell’innovazione.

Ma la domanda resta aperta: perché tante donne si fermano prima del brevetto? Perché, a fronte di una quasi parità nelle pubblicazioni scientifiche, il passaggio verso l’imprenditorialità e la tutela della proprietà intellettuale si traduce in una dispersione di talento?

La risposta, suggerisce lo studio, è nelle barriere strutturali: accesso ai finanziamenti, reti professionali meno consolidate, stereotipi ancora radicati nei settori più tecnici.

L’Italia mostra segnali incoraggianti e si posiziona sopra la media europea. Ma la strada verso una piena parità nell’innovazione è ancora lunga. E passa non solo dalle aule universitarie, ma soprattutto dalla capacità di trasformare il sapere in brevetti, impresa e leadership tecnologica.

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