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Il Festival di Sanremo: musica, spettacolo e memoria collettiva intergenerazionale

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Sanremo: un rito collettivo identitario che, come le partite della nazionale (di una volta), incolla milioni di famiglie davanti alla TV.

di Angela Celesti

Hanno lasciato spazio allo sport le date fatidiche del Festival di Sanremo. Le Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 polarizzano l’attenzione dal 6 al 22 febbraio. Saggia decisione della RAI che non sovrappone gli eventi (seguitissimi), massimizzando gli ascolti che spalmerà su tutto il mese di febbraio. D’altra parte il Festival di Sanremo porta con sé ascolti record, inzuppati di polemiche e finti scoop che rientrano tra gli ingredienti di una delle kermesse italiane che da oltre 70 anni (dal 1951) ha raggiunto una rilevanza culturale, sociale e e mediatica che riesce a condizionare l’agenda del Paese. Un rito collettivo identitario che, come le partite della nazionale (di una volta), incolla milioni di famiglie davanti alla TV. Un appuntamento canoro che ha creato e crea una memoria collettiva intergenerazionale, che ha percorso periodi storici di fermento e cambiamenti culturali e politici, il cosiddetto “costume”, parola abusata ma che spiega bene la complessità dell’ingombrante “festivalone”, roboante nella sua essenza, enfatizzato dal grande Pippo nazionale, che più di ogni altro presentatore ne ha incarnato l’emblema.

Nel corso degli anni c’è stato qualche inopportuno tentativo di “intellettualizzarlo”, un esperimento però che non è riuscito; ciò che interessa agli italiani è assistere all’apertura di quel grande pacco, lo scartocciare compulsivo, un “emboxing” con picchi di adrenalina dal momento in cui finalmente appare il palco delle meraviglie, l’orchestra imprescindibile e udite udite, il “presentattore” adorno di bellissime giacche griffate, una a sera, che come un incantatore di serpenti paralizza il cambio canale, incollandoci al divano. Non solo musica ma una vetrina (moda, scenografie, televisione e qualche fuori programma), il nostro Made in Italy, che nonostante il decadimento sociale mondiale, brilla ancora di carati. Insomma “la settimana santa” della televisione italiana che, nonostante i suoi 70 anni, è stata capace di rinnovarsi adattandosi alle nuove forme di partecipazione digitale, si pensi al FantaSanremo e al fenomeno crossmediale con una massiccia presenza su Instagram, TikTok, X e le piattaforme streaming, Spotify, Apple Music, che hanno consacrato il Festival di Sanremo come l’evento più digitale di sempre! Il pubblico della Generazione Z capitalizza i numeri del successo, che stando alle cifre dell’anno scorso ha registrato più di 800 milioni di interazioni complessive, generando quasi 4 milioni di “post”. Un trend, l’esposizione social che gli artisti hanno utilizzato in modo strategico con contenuti dietro le quinte, piccole anticipazioni che hanno coinvolto su Tik Tok challenge i propri fan, un Real Time appetibile sia per chi lo genera sia per i milioni di followers.

Sanremo arriverà come un grande fiume dal 24 al 28 febbraio, Carlo Conti definito il “normalizzatore” tenendo a bada polemiche ed estremizzazioni, presenterà Sanremo 2026 e noi senza allacciare le cinture, assisteremo al nuovo festival, tradizionale e pop. Laura Pausini, la cantante italiana più conosciuta negli States, affiancherà il conduttore garbato e rassicurante. Novità dell’anno le co-conduzioni che saranno tutte al maschile (sino ad ora) per par condicio: Can Jaman, Achille Lauro e, fin qui, Woow! Poi la volta di due comici Lillo Petrolo e Andrea Pucci… no scusate mentre scrivo, mi giunge la notizia della sua rinuncia al Festival. Quasi come in una diretta emerge quell’ingrediente indigesto, quella deriva illiberale che purtroppo dilaga, fazioni che additano, discreditano e dividono, paroloni usati come spade in nome di ideologie e qui, paradossalmente, non c’è più nulla di comico.

Per concludere e senza polemizzare, il Festival di Sanremo per noi irriducibili italiani, che non abbiamo la mania dell’omologazione e dell’esterofilia musicale come un dictat, ma che godiamo il fenomeno culturale, rimane la kermesse quale simbolo identitario, un viaggio alle radici che, pur con qualche sbavatura, fa parte di noi. Ce lo insegnano i tanti italiani all’estero, gli italo-discendenti  che cercano di tracciare le linee  della propria genealogia oltre che viaggiando nel nostro paese, seguendo Sanremo, per unirsi a una grande festa popolare dove le luminarie sono sostituite dalle luci stratosferiche  di quel palco che, di anno in anno, si trasforma: dai velluti e i coloratissimi fiori dei primi anni ‘50 e ‘60 alle scarne scenografie degli anni ‘70 fino alle forme spaziali  dei giorni nostri e a quelle ripide scale vertiginose come un tacco 12. Tutti i presentatori e le presentatrici che si sono susseguiti fino ad ora, formano un unico volto e la musica una sola musica che fluttua nello spazio come la canzone Volare. Tutto il resto rimane fuori dal Festival: guerre, scandali e ingiustizie, presenze “non gradite” o taciute. Lascio a voi, che leggete, quel tanto di considerazione. La mia riprende le parole di Migliacci, autore della canzone più iconica di sempre che mi fa per un attimo volare felice “più in alto del sole ed ancora più su, mentre il mondo pian piano sparisce lontano laggiù”.

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