Attualità
Dietro lo schermo di un cellulare una nuova dipendenza: lo scrolling infinito
Dati alla mano, la stragrande parte della popolazione globale, soprattutto tra i giovani, crea una sorta di dipendenza dallo “scrolling infinito” che nella maggior parte dei casi diventa compulsivo.
di Angela Celesti
Quanti vantaggi con la tecnologia servitaci su di un piatto d’argento! E non importa se sei un abitante della Nuova Guinea o se vivi ai piedi dell’Everest, basta avere con te un cellulare e la copertura delle costellazioni di satelliti, Starlink in primis, che ti volano sulla testa, in barba ai cavi sottomarini in fibra ottica. L’uomo iperconnesso viaggia velocemente, sorvola le città, i mari, visita musei, incontra gente, legge, ride, si informa e si disinforma, si commuove, prega, si cura, medita, piange, impara le lingue, scopre il mondo quantico, la medicina, i guru della longevità, come si prepara un ordigno o si guida un aereo, osserva la guerra, quella vera senza il filtro della censura che, semmai, arriva dopo, quando i signori del potere oscurano le imprescindibili connessioni too cool. Un momento, prendo fiato e mi chiedo: dove ci porterà questo universo di informazioni, mare magnum della nostra esistenza, unico appiglio ai nostri malumori, alle nostre insoddisfazioni e tristezze nell’inutile ricerca della verità a cui agogniamo per decifrare il nostro mondo sfuggente e incodificabile?

Dati alla mano, la stragrande parte della popolazione globale, soprattutto tra i giovani, crea una sorta di dipendenza dallo “scrolling infinito” che nella maggior parte dei casi diventa compulsivo. Scrolliamo per ore senza uno scopo preciso, persi tra immagini, storie su Instagram, video casuali, foto di animali dai più teneri ai più feroci, amarcord dove ritroviamo la nostra “comfort zone”. Il potere magnetico dei social ci attrae prepotentemente, lo preferiamo alla chiacchierata con un amico o a una passeggiata per sgranchire gambe e testa. Ed ecco che gli psicologi ci svelano la risposta, a cui forse molti di noi inconsciamente sono già arrivati, e le dinamiche psicologiche ben precise. Quando siamo emotivamente fragili, il nostro cervello evita il confronto con le emozioni intense, scrollare è un’attività che non costa fatica, non richiede interazioni sociali, non ci obbliga ad affrontare ciò che ci fa soffrire, è una sorta di anestetico per il dolore emotivo senza la necessità – qui la novità – di doverlo metabolizzare! Una volta ci bastava “un goccetto”, ma si sa fa male al fegato, mentre i nuovi toccasana sono i feed che ci distraggono senza implicazioni reali relazionali, contenuti brevi e pause mentali riescono a spegnere quel fastidioso dialogo interiore negativo, facendo a meno della noiosa compagnia di chi ci giudica.
Il pollice si muove su e giù in modo meccanico regalandoci un sottofondo sfocato ai nostri pensieri. Tutto bene fino a qui, condannare lo scrolling sarebbe un po’ eccessivo, una pausa digitale può davvero aiutarci a gestire i picchi di tristezza ma, e qui sta il focus della disanima, quando spegniamo il telefono, quella sensazione di vuoto sarà poi colmata? Cadere nel loop dello scrolling è semplicemente umano, non si tratta di un fallimento, ma imparare ad ascoltarsi forse rimane l’unico modo per prendersi cura del proprio benessere emotivo, nessun feed, anche se coinvolgente riuscirà a sostituire una conversazione sincera, una passeggiata all’aria aperta, la musica giusta e il profumo del caffè nel bar sotto casa. Scrollare può essere un tiepido abbraccio virtuale, ma credetemi, nessun algoritmo potrà replicare il calore di un autentico contatto umano.
