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La violenza tra assuefazione e dipendenza-Violence between addiction and dependence

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La violenza tra assuefazione e dipendenza

di Antonio Virgili – vicepresidente Lidu onlus

Il tema della spettacolarizzazione della violenza, della sua diffusione nei mass media e degli effetti che essa produce, è oramai oggetto di riflessione in vari settori di studio.  L’attenzione verso la spettacolarizzazione in sé appare tuttavia eccessiva, così come non è corretto associare la spettacolarizzazione della violenza al solo periodo storico contemporaneo o agli ultimi due decenni.  Se l’enfasi sulla spettacolarizzazione può aver senso rispetto ad alcune delle attuali caratteristiche della infosfera, è pur vero che la comunicazione della violenza, di massa e pubblica in senso lato, ha una storia molto più lunga e profonda, e lo “spettacolo” della violenza è antico. Pubbliche esecuzioni, uccisioni e azioni violente erano spettacolarizzate ed oggetto prevalente di alcune comunicazioni già secoli addietro. Più della spettacolarizzazione, che è connaturata ai mezzi attuali (“il mezzo è il messaggio”, direbbe McLuhan) risultano attualmente più rilevanti l’assuefazione e le conseguenze della diffusa presenza della violenza nella comunicazione e nell’ambiente.  Se, in origine, la violenza esibita aveva anche la funzione di rituale sociale e di rinforzo di norme e gruppi di potere (dai roghi di streghe ed eretici alle lapidazioni per le adultere, ai nemici esposti come monito) oggi i nessi funzionali sono più articolati e indiretti.  La televisione, il telefono, il computer, gli ipertesti, sono psico-tecnologie poiché inducono il cervello ad elaborare nuovi paradigmi cognitivi che modificano la nostra percezione del mondo e che, indipendentemente dalla violenza, si prestano a scopi e funzioni diverse, producendo effetti su individui e masse.

Cosa si intende, però, per violenza e quali relazioni ha con l’aggressività? Le teorie freudiane sull’aggressività influenzano almeno parte della psicologia, anche se oggi in forme integrate con altre prospettive teoriche. La comprensione dell’aggressività come forza primaria della vita umana resta un punto di riferimento importante per clinici e ricercatori. Per Jung odio e aggressività albergano nell’inconscio individuale (l’ombra individuale) ma anche in quello collettivo (l’ombra collettiva), entrambe le “ombre” includono il male, ma non solo.  Come afferma Raggi A. (in L’Ombra, 2006) “… se si inaspriscono le torture verso gli eretici, se si rendono “civili” gli Indiani d’America contro la loro volontà, se si imbottiscono di Ritalin i bambini irrequieti, è sempre stato detto che è per il loro bene…”. Raggi si richiama al concetto junghiano di “uomini senza ombra”, i quali giustificano ogni azione negativa inappropriata avendo rinnegato e proiettato totalmente all’esterno la propria ombra.   In un ambito più generale, la violenza è descrivibile come un atto o comportamento che faccia uso della forza fisica per recare danno ad altri nella persona o nei beni o diritti. In senso lato è l’abuso della forza (rappresentata anche da sole parole o da sevizie morali, minacce, ricatti), come mezzo di costrizione o di oppressione, per obbligare altri ad agire o a cedere contro la propria volontà. Le diverse sfumature nella definizione di violenza si rapportano alle spiegazioni causali della violenza. Le principali cause individuate sono: a) quella insita nella natura biologica del genere umano come manifestazione di aggressività primordiale, genetica, comune ad altri esseri viventi; b) quella della psicologia individuale come manifestazione fondamentale delle pulsioni di morte e distruzione, dell’aggressività e di disturbi; c) quella sociale, in derivata dalle istituzioni e dai prodotti dell’attività umana, che si manifesta in forme come autoritarismo, repressione, segregazione, ecc. Di fatto, una causa non esclude l’altra, anzi vanno aggiunte ad esse quelle culturali antropologiche (valori, religioni, usi, ecc.).  Secondo altra definizione, la violenza consiste in un’alterazione del corso naturale degli eventi, quando ne derivi distruzione e/o sofferenza. L’accezione moderna del termine amplia dunque quella più ristretta e tradizionale, avente al centro l’idea di un danno fisico nei confronti di una persona. Da tempo, infatti, si parla di violenza non soltanto nel caso che venga inferta una lesione o si pratichi con la forza una limitazione della libertà individuale, ma pure quando con altre modalità, anche psicologiche, vengano inflitti danni e sofferenze di qualsiasi tipo, anche morali. Già nella legislazione tradizionale era considerata violenza l’indurre in qualcuno dati comportamenti, contrari ai suoi interessi, mediante l’intimidazione, la minaccia, il ricatto, o comunque la coartazione della sua libertà di scegliere.

A woman reflection on the broken mirror.

Oggi è considerata violenza pure il mortificare con atti o commenti umilianti. Così, nell’uso attuale del termine non solo la minaccia e l’intimidazione, ma anche la suggestione e la seduzione possono in determinati casi sconfinare in forme di vera e propria violenza, sia pure psicologica, o morale. Lo stesso vandalismo (es.: graffiti su edifici, monumenti e mezzi di trasporto, il danneggiamento di cabine telefoniche, panchine o alberi) è, opportunamente, considerato una forma di violenza. In modo ancora più estensivo, in varie circostanze si parla di violenza contro l’ambiente, o contro la natura (inquinamento, disboscamenti, ecc.). In tutti questi casi, riguardanti danni morali o materiali, ciò che qualifica la violenza non è solo il danno inferto al corpo e ai possessi dell’individuo o della collettività, né la limitazione portata alla capacità di muoversi e di scegliere dell’altrui persona, quanto la connotazione di “innaturalità lesiva” attribuita a un dato evento (es.: diritto a treni ed edifici non imbrattati, a respirare aria pulita, ecc.).  Stante quanto detto, basta effettuare un giro in una qualsiasi città medio-grande, o area densamente popolata del pianeta, per osservare con facilità tante forme di violenza di diverso grado e intensità. Lo “spettacolo” urbano della violenza è costante, autonomo dai mass media, non è necessaria la spettacolarizzazione, è il contesto socio-ambientale che può presentare tassi elevati di violenza e sopraffazione, così come alcuni ambienti sociali e lavorativi.

Andando a ritroso nel tempo, in Grecia ed a Roma, la violenza della pena di morte rispondeva a tre funzioni fondamentali: affermazione dell’autorità, soddisfazione del desiderio di vendetta, e l’eliminazione del “colpevole”.  In altre parole: castigare, vendicare, espiare.   Storicamente, uno dei primi problemi di una societas che si trasforma in civitas è quello di conciliare una mentalità spontanea arcaica che considera la vendetta privata come un diritto individuale e un dovere sociale. La minaccia di vendetta era ed è, allo stesso tempo, un deterrente sociale, quale strumento potente di regolamentazione dei rapporti sociali. In alcune culture e periodi la vendetta era considerata una pratica nobile, una prova di onore e coraggio. Ancora oggi è praticata dalla criminalità organizzata Dove è vietata, l’idea che la pena vendicativa serva a dare soddisfazione sociale e conforto psicologico a chi ha subito un torto è sopravvissuta. La polifunzionalità della sanzione penale attuale include, di fatto, anche una quota antropologica vendicativa, sebbene le sanzioni abbiano progressivamente ridotto tale quota (e quella della sicurezza) a favore di rieducazione e riabilitazione. Invece, nel tempo non è venuta meno la funzione sacra ed educativa, come testimoniano le numerose situazioni di uccisioni pubbliche e talora di torture-uccisioni collettive quali la lapidazione (tuttora praticata in alcune aree a maggioranza islamica). La presenza dei mass media e dei social network ha certo diffuso ampiamente, capillarmente e ripetutamente contenuti violenti, modificando inevitabilmente la percezione dei fatti specifici e della realtà più in generale e producendo effetti ascrivibili a delle anomalie-patologie comunicative. Diversi studiosi hanno assimilato tali comunicazioni a veri e propri strumenti di potere e di manipolazione che alimentano contesti ansiogeni e ondate ripetute di insicurezza. Questi aspetti, già evidenziati da sociologi e psicologi da almeno un secolo, si intrecciano ora con la cosiddetta industria culturale, con l’IA e le sue implicazioni di produzione a scopo di profitto o manipolativo. La violenza, non solo quella reale ma anche quella artificialmente prodotta (film, immagini, ecc.), viene diffusa in modalità sempre più dettagliate e realistiche, mutando in parte raffigurazione e sostanza stessa della violenza, che diviene un potente attrattore da vendere o che aiuta a vendere merci.  Nei destinatari di tali contenuti non solo si attivano processi emulativi ma le progressive assuefazione e dipendenza spingono a cercare dosi crescenti e contenuti sempre più “attrattivi”, ovvero intensi.  In un contesto dove tra reale e virtuale il confine è permeabile e modificabile, la comunicazione anonimizzata e spesso povera di fonti fluttua diffondendo elementi attrattori, o che diventano progressivamente tali.  L’invito nascosto è talora ad una partecipazione diretta, come in rituali di massa e individuali, ai quali alcuni partecipano con l’uso di videogiochi e simulazioni violente, altri con forme di bullismo e cybercrimine, altri con la ricerca spasmodica di ulteriori dettagli violenti. Ciò avviene specialmente in quelle persone che già presentano vissuti critici o disturbi latenti. Analisi sociologiche hanno evidenziato che le vittime del cybercrimine sono soprattutto minori e il contatto con il proprio carnefice avviene principalmente online, chattando in apposite aree riservate.

Non solo, social network, chat, tweet, sono in parte usati come mezzi di propaganda e pure di reclutamento di criminalità e terrorismo, con migliaia di account attivi in rete. Violenza e terrorismo si associano assumendo le sembianze di super-eroi, di paladini di cause estreme, di difensori di valori, di sfregio al potere o alla cultura esistenti, o si camuffano da sostenitori dei deboli e dei poveri. Diffondono linguaggi, parole e simboli estremi, producendo vittime ma anche nuovi potenziali carnefici, enfatizzando la violenza come strumento lecito o indicandola come unica via possibile. Si alimenta così una cultura della violenza che si erge a baluardo di presunti valori diversi da quelli prevalenti, sia in termini generali che rispetto ai sottogruppi di appartenenza, come tante piccole tribù con le proprie subculture, rituali e modelli di comportamento. Si usa a tal fine una comunicazione ampiamente emotiva, rituale e apparentemente dotata di sacralità suggestiva, tutti elementi che ne potenziano gli effetti persuasivi, siano essi cognitivi o anche motivazionali e comportamentali. Le manifestazioni di radicalizzazione politica e religiosa, come accaduto per i terroristi reclutati da ISIS e altri gruppi, attingono a tali ambiti. Come tipico della suggestione, la componente razionale ed oggettiva può ridursi al minimo o essere assente.  Le deformazioni si diffondono poi in molti ambiti, anche quelli relazionali di coppia. Secondo una ricerca condotta in Italia nel 2024, su oltre 1.500 adolescenti tra i 14 e i 19 anni, c’è una visione spesso distorta dei comportamenti relativi a violenza di genere e dinamiche di potere che, anziché essere riconosciuti come violenti, vengono giustificati come “normali” o addirittura “romantici” in una coppia. Ne deriva pure una colpevolizzazione della vittima che alimenta la giustificazione della violenza e il mancato riconoscimento del danno, ciò vale sia nelle interazioni diadiche e amicali che in quelle di raggio maggiore (es.: la violenza di azioni terroristiche giustificate da motivazioni religiose, culturali, etniche).  Allo stesso tempo, il desiderio di ridurre l’ansia e la violenza presenti, porta a giustificare altre modalità e forme di violenza, persino istituzionali. Ciò conferma che la violenza, tranne casi di patologie individuali specifiche, risulta l’effetto di un’interazione tra elementi biologici, psicologici, sociologici, culturali e ambientali.

Tornando alla comunicazione, nei mezzi di comunicazione due generi di contenuti sono sicuramente attrattori e spesso oggetto di censure, quelli collegati ad Eros (sessuali) ed a Tanathos (violenti). Specularmente, lo stesso tende ad accadere in ambito sociale e relazionale. In un immaginario braccio di ferro tra Eros e Tanathos il secondo oramai prevale quasi sempre ed è accettato quasi come normale. In realtà Eros e Tanathos sono più contigui e intrecciati di quanto si pensi sia dal punto di vista dei meccanismi cerebrali che attivano sia del richiamo antropologico ad una aura di sacralità irrazionale. Ciò è palese quando si cerchi di spiegare l’attrazione verso la violenza, descrivendo due meccanismi cerebrali-percettivi che possono, nel tempo, cronicizzarsi: l’effetto della negatività e la asimmetria positivo-negativo. Essi consistono nella maggiore attenzione che viene rivolta ai contenuti negativi-violenti, ciò sia perché attivano le aree cerebrali collegate alla vigilanza e sopravvivenza sia per lo sbilanciamento prodotto in alcuni ormoni e neurotrasmettitori.  I messaggi veicolati attraverso la violenza si assimilano e fondono con quest’ultima, si autoalimentano con la passività o curiosità dell’osservatore, con l’attivazione e poi con l’assuefazione progressiva, che si trasforma in uno stato ordinario normale.

Il cosiddetto fascino della violenza corrisponde, oltre alle dimensioni antropologica e sociologica, a quella neurologica. Come si è scoperto, nel cervello dei bulli esposti ad atti di prevaricazione e violenza, si attivano le aree del piacere. Ovvero l’attivazione dei circuiti nervosi che regolano i comportamenti aggressivi e che fanno parte di una rete neurale che media i comportamenti sociali. Due delle molteplici aree che comprendono tale rete sono l’amigdala e la corteccia orbito-frontale. L’altra anomalia implicata nell’aggressività e nella violenza riguarda l’iperattività del sistema limbico, compresa l’amigdala, in risposta a stimoli negativi, in particolare stimoli che provocano rabbia.  Altre ricerche si sono focalizzate sull’individuazione di possibili percorsi biochimici correlati alla violenza, le ricerche con maggiori riscontri scientifici hanno mostrato il ruolo dai neurotrasmettitori associati al comportamento aggressivo, in particolare serotonina e dopamina.  Nel comportamento violento, oltre ai fattori genetici e ormonali, sono infatti coinvolti i neurotrasmettitori (o mediatori chimici) fra i quali la serotonina (uno dei più potenti modulatori corporei, con elevato effetto sul cervello) e la dopamina (controllo delle funzioni cognitive – attenzione, memoria e apprendimento – e motorie).

Vari studi hanno esplorato la funzionalità serotoninergica nell’interazione sociale violenta sia in animali che in esseri umani e la maggior parte dei risultati indica una relazione inversa tra livello di serotonina e aggressività, in particolare per quella impulsiva o reattiva, nelle diverse specie, anche se i risultati sono meno lineari per gli esseri umani. Ѐ nota l’influenza della serotonina nell’inibizione degli impulsi, nella regolazione emozionale e nel funzionamento sociale. Un basso livello di serotonina, nel liquido cerebrospinale, può fungere da rivelatore (marcatore biologico) di possibili condotte impulsive ed aggressive. In alcuni studi sperimentali si è osservato che bassi livelli di serotonina nel cervello producono una riduzione del funzionamento della corteccia orbito-frontale durante la prestazione di un compito di inibizione motoria. La corteccia orbito-frontale, fra le diverse aree della corteccia frontale, riveste un ruolo particolarmente importante nella pianificazione e nella regolazione del comportamento in generale (livello motorio); la sua ridotta funzionalità è associata a disturbi del controllo emotivo (es., instabilità dell’umore) e comportamentale (es., impulsività, iperattività, ipersessualità, ecc.). Ancora un punto di contiguità tra sessualità e aggressività.

Circa l’altro neurotrasmettitore, la dopamina, essa è un importante modulatore chimico della funzionalità neurale ed è stata osservata una iperproduzione di tale mediatore in adolescenti, cresciuti in un ambiente familiare violento, che presentano seri disturbi della condotta. Stessa considerazione viene fatta per persone che esibiscono condotte antisociali, le quali evidenzierebbero un elevato rilascio, sino a quattro volte superiore alla norma, di tale neurotrasmettitore. I circuiti dopaminergici sono i principali neurotrasmettitori del cervello emotivo e, in particolare, dei processi emozionali del piacere e della ricompensa. Infatti, la gravità di un disturbo della condotta sembra essere riconducibile ad una disinibizione del sistema di ricompensa, che normalmente si attiva nel momento in cui una persona persegue un obiettivo e soddisfa un bisogno. Ciò si estrinseca, a livello metabolico encefalico, in incremento di specifici neurotrasmettitori responsabili delle sensazioni soggettive di piacere (dopamina) o dell’attenuazione di stimoli dolorifici (serotonina). Ne consegue che il cervello delle persone, che presentano alti livelli di dopamina, ricerca il piacere ad ogni costo (es., psicopatia, abuso di droghe o di alcol), senza considerarne le conseguenze. Pertanto, i comportamenti ad alto rischio, per questi soggetti, non sono solo eccitanti ma possono rappresentare una “droga irrinunciabile”.

I citati modulatori chimici (serotonina e dopamina), così come tutti i neurotrasmettitori, vengono regolati da molti geni responsabili della loro sintesi, del trasporto, della ricezione e del loro riassorbimento. L’alterazione del livello di tali modulatori produce un cambiamento cognitivo, emotivo e comportamentale, ed i geni che condizionano la funzionalità neurotrasmettitoriale, possono predisporre allo sviluppo di pensieri, stati emotivi e comportamenti aggressivi. La vulnerabilità al comportamento aggressivo si accentua in presenza di condizioni ambientali stressanti, ma anche di deprivazioni psicologico affettive nell’infanzia, dell’uso di sostanze che interferiscano sul funzionamento cerebrale, delle concentrazioni di alcuni ormoni, dei meccanismi sociali di gruppo.

Gli studi di biochimica, di imaging cerebrale e di genetica indicano che le interazioni disfunzionali tra i sistemi serotoninergici e dopaminergici, nella corteccia prefrontale, possono rappresentare un importante meccanismo alla base del legame tra aggressività impulsiva e i suoi disturbi in comorbidità. In particolare, l’ipofunzione serotoninergica, combinata con un’alta funzionalità dopaminergica, può rappresentare una caratteristica biochimica che predispone un individuo ad un’aggressione impulsiva. Detta iperfunzionalità della dopamina contribuisce, in maniera additiva, al deficit serotoninergico. Questa disposizione impulsiva sottostante si può manifestare in aggressività comportamentale auto ed etero diretta in presenza di eventi stressanti precipitanti. L’abuso di sostanze, associate con l’aggressività impulsiva, viene intesa nel contesto della disregolazione della dopamina, derivante da carenza di serotonina. Inoltre, la maggior parte dei dati, provenienti dagli studi sui danni cerebrali e sulle neuroimmagini strutturali e funzionali, indicano che un comportamento aggressivo reattivo viene regolato da aree cerebrali frontolimbiche, ed in particolare dalla corteccia orbito frontale (OFC), corteccia prefrontale ventromediale (mPFC), amigdala e ippocampo. La dopamina è lo stesso trasmettitore che entra in gioco con la sessualità assieme agli ormoni testosterone, estrogeni e progesterone.

All’Università di Chicago, anni addietro, si realizzò una ricerca per capire cosa si verifica nella mente degli adolescenti quando si trovano ad osservare scene di violenza. Per svolgere lo studio selezionarono ragazzi (dai 16 ai 18 anni) che presentavano disturbi della condotta (aggressività, iperattività, mancanza di attenzione) che li avevano spinti a commettere azioni violente. I soggetti vennero invitati a guardare dei video in cui si vedevano persone aggredite e ferite, mentre gli studiosi osservavano l’attività del cervello dei ragazzi. I risultati ottenuti furono confrontati con quelli ottenuti dall’osservazione di altri giovani che non presentavano disturbi della condotta.  Nel primo gruppo di adolescenti si attivarono le aree dell’amigdala e dello striato ventrale, che possono essere considerati i veri e propri centri del piacere. Nel secondo gruppo di ragazzi la visione dei video violenti attivò la corteccia prefrontale mediana e orbito frontale e la giunzione temporo-parietale. Negli individui con disturbi della condotta le scene di violenza si caratterizzarono quindi come una ricompensa che non venne inibita dai processi mentali di controllo.  Altro elemento in gioco nelle spiegazioni riguarda il funzionamento dei cosiddetti neuroni specchio, cellule cerebrali che si attivano quando compiamo un’azione ma anche quando osserviamo qualcun altro farla. Questi neuroni sono alla base dell’apprendimento per imitazione e dell’empatia, ma nel caso della violenza possono avere un effetto collaterale indesiderato: predisporre chi assiste ad episodi aggressivi a replicare comportamenti simili, quasi come se l’esperienza fosse stata vissuta in prima persona.  Sono stati condotti diversi esperimenti per comprendere questo fenomeno. Assistere a scene violente attiva le aree cerebrali della preparazione motoria e dell’emotività (visualizzato con risonanze magnetiche), in altre parole, il cervello si preparava a ripetere l’azione aggressiva, pur senza che la persona compisse realmente un gesto violento. La ampia quantità di contenuti violenti veicolati quotidianamente dai media e da social network, film, videogiochi, notizie e immagini cruente diventano stimoli ripetuti che, a lungo andare, desensibilizzano e normalizzano ulteriormente l’aggressività.

Violence between addiction and dependence

di Antonio Virgili – vicepresidente Lidu onlus

The theme of the sensationalisation of violence, its dissemination in the mass media and the effects it produces, is now the subject of reflection in various fields of study. However, the focus on sensationalisation itself appears excessive, just as it is incorrect to associate the sensationalisation of violence solely with the contemporary historical period or the last  decades.  While the emphasis on sensationalism may make sense in relation to some of the current characteristics of the infosphere, it is also true that the communication of violence, both mass and public in the broad sense, has a much longer and deeper history, and the “spectacle” of violence is ancient. Public executions, killings and violent acts were sensationalised and the main subject of some communications already centuries ago. More than spectacularisation, which is inherent in today’s media (“the medium is the message”, as McLuhan would say), what is currently more relevant is the habituation and consequences of the widespread presence of violence in communication and the environment.  If, originally, the violence exhibited also had the function of social ritual and reinforcement of norms and power groups (from the burning of witches and heretics to the stoning of adulterers and enemies exposed as a warning), today the functional links are more complex and indirect. Television, telephones, computers and hypertexts are psycho-technologies because they induce the brain to develop new cognitive paradigms that alter our perception of the world and, regardless of violence, lend themselves to different purposes and functions, producing effects on individuals and masses.

But what is meant by violence and how does it relate to aggression? Freudian theories of aggression influence at least part of psychology, even if today they are integrated with other theoretical perspectives. Understanding aggression as a primary force in human life remains an important reference point for clinicians and researchers. For Jung, hatred and aggression reside in the individual unconscious (the individual shadow) but also in the collective unconscious (the collective shadow), both of which include evil, but not only evil.  As Raggi A. states (in L’Ombra, 2006) ‘… if torture of heretics is intensified, if Native Americans are “civilised” against their will, if restless children are stuffed with Ritalin, it has always been said that it is for their own good…’. Raggi refers to Jung’s concept of “men without shadows”, who justify every inappropriate negative action by denying and projecting their shadow entirely onto the outside world. In a more general context, violence can be described as an act or behaviour that uses physical force to cause harm to others in terms of their person, property or rights. In a broad sense, it is the abuse of force (represented even by words alone or by moral torture, threats, blackmail) as a means of coercion or oppression, to force others to act or yield against their will.

The different nuances in the definition of violence relate to the causal explanations of violence. The main causes identified are: a) that inherent in the biological nature of humankind as a manifestation of primordial, genetic aggression, common to other living beings; b) that of individual psychology as a fundamental manifestation of death and destruction drives, aggression and disorders; c) social causes, derived from institutions and the products of human activity, which manifest themselves in forms such as authoritarianism, repression, segregation, etc. In fact, one cause does not exclude the other; rather, cultural and anthropological causes (values, religions, customs, etc.) should be added to them.  According to another definition, violence consists of an alteration of the natural course of events, when it results in destruction and/or suffering.

A woman reflection on the broken mirror.

According to another definition, violence consists of an alteration of the natural course of events, when it results in destruction and/or suffering. The modern meaning of the term therefore broadens the more restricted and traditional one, which focuses on the idea of physical harm to a person. For some time now, in fact, violence has been understood not only as the infliction of injury or the use of force to restrict individual freedom, but also as the infliction of damage and suffering of any kind, including moral damage, by other means, including psychological means. Even in traditional legislation, violence was inducing someone to behave in a manner contrary to their interests through intimidation, threats, blackmail or any other form of coercion of their freedom of choice. Today, humiliating acts or comments are also considered violence. Thus, in the current use of the term, not only threats and intimidation, but also suggestion and seduction can, in certain cases, border on forms of actual violence, albeit psychological or moral. Vandalism itself (e.g. graffiti on buildings, monuments and means of transport, damage to telephone booths, benches or trees) is rightly considered a form of violence. More broadly, in various circumstances, we speak of violence against the environment or against nature (pollution, deforestation, etc.).

In all these cases, whether involving moral or material damage, what qualifies violence is not only the damage inflicted on the body and possessions of the individual or community, nor the limitation imposed on another person’s ability to move and choose, but rather the connotation of “harmful unnaturalness” attributed to a given event (e.g. the right to trains and buildings that are not vandalised, to breathe clean air, etc.).  That said, one need only take a walk around any medium-sized or large city, or densely populated area of the planet, to easily observe many forms of violence of varying degrees and intensity. The urban “spectacle” of violence is constant, independent of the mass media; there is no need for dramatisation, as it is the socio-environmental context that can present high rates of violence and oppression, as can certain social and working environments.

Going back in time, in Greece and Rome, the violence of the death penalty served three fundamental functions: affirmation of authority, satisfaction of the desire for revenge, and elimination of the “guilty” party. In other words: to punish, to avenge, to atone. Historically, one of the first problems faced by a societas transforming into a civitas is that of reconciling an archaic, spontaneous mentality that considers private revenge to be an individual right and a social duty. The threat of revenge was, and still is, a social deterrent, a powerful tool for regulating social relations. In some cultures and periods, revenge was considered a noble practice, a test of honour and courage. It is still widely practised today by organised crime. Where it is prohibited, the idea that punitive revenge serves to give social satisfaction and psychological comfort to those who have suffered wrongdoing has survived. The multifunctionality of current criminal sanctions also includes, in fact, an anthropological element of revenge, although sanctions have progressively reduced this element (and that of security) in favour of re-education and rehabilitation. On the other hand, the sacred and educational function has not diminished over time, as evidenced by the numerous cases of public killings and sometimes collective torture-killings such as stoning (still practised in some predominantly Islamic areas). The presence of the mass media and social networks has certainly spread violent content widely, extensively and repeatedly, inevitably changing the perception of specific events and reality in general and producing effects attributable to communicative anomalies and pathologies.         Several scholars have likened such communications to actual instruments of power and manipulation that fuel anxiety-inducing contexts and repeated waves of insecurity. These aspects, already highlighted by sociologists and psychologists for at least a century, are now intertwined with the so-called cultural industry, with AI and its implications for profit-driven or manipulative production. Violence, not only real but also artificially produced (films, images, etc.), is disseminated in increasingly detailed and realistic ways, partly changing the depiction and substance of violence itself, which becomes a powerful attraction to sell or help sell goods.  Not only are emulative processes activated in the recipients of such content, but progressive habituation and dependence push them to seek increasing doses and increasingly “attractive”, i.e. “intense”, content. In a context where the boundary between the real and the virtual is permeable and modifiable, anonymised and often poorly sourced communication fluctuates, spreading elements that are attractive or gradually become so.

The hidden invitation is sometimes to direct participation, as in mass and individual rituals, in which some participate through the use of violent video games and simulations, others through forms of bullying and cybercrime, and others through the frantic search for further violent details. This occurs especially in people who already have critical experiences or latent disorders. Sociological analyses have shown that the victims of cybercrime are mainly minors and that contact with their perpetrators occurs mainly online, chatting in special restricted areas. Not only that, social networks, chats and tweets are partly used as means of propaganda and even recruitment for crime and terrorism, with thousands of active accounts on the net. Violence and terrorism are associated with the image of superheroes, champions of extreme causes, defenders of values, defiers of existing power or culture, or they disguise themselves as supporters of the weak and poor. They spread extreme language, words and symbols, producing victims but also new potential perpetrators, emphasising violence as a legitimate tool or pointing to it as the only possible way forward. This fuels a culture of violence that stands as a bulwark of supposed values different from the prevailing ones, both in general terms and with respect to the subgroups to which they belong, like so many small tribes with their own subcultures, rituals and behaviour patterns. To this end, they use highly emotional, ritualistic communication that appears to be imbued with a suggestive sacredness, all elements that enhance its persuasive effects, whether cognitive or even motivational and behavioural. Manifestations of political and religious radicalisation, as seen in terrorists recruited by ISIS and other groups, draw on these areas. As is typical of suggestion, the rational and objective component can be reduced to a minimum or be absent.

These distortions then spread to many areas, including couple relationships. According to research conducted in Italy in 2024 on over 1,500 adolescents between the ages of 14 and 19, there is often a distorted view of behaviours related to gender-based violence and power dynamics which, instead of being recognised as violent, are justified as “normal” or even “romantic” in a couple. This also results in victim blaming, which fuels the justification of violence and the failure to recognise the harm done. This applies both to dyadic and friendly interactions and to those with a wider reach (e.g. violence in terrorist actions justified by religious, cultural or ethnic motivations).  At the same time, the desire to reduce anxiety and social violence leads to the justification of other forms of violence, even institutional ones.  This confirms that violence, except in cases of specific individual pathologies, is the result of an interaction between biological, psychological, sociological, cultural and environmental factors.

Returning to communication, two types of content in the media are certainly attractive and often subject to censorship: those related to Eros (sexual) and Thanatos (violent). Mirroring this, the same tends to happen in social and relational contexts. In an imaginary tug-of-war between Eros and Thanatos, the latter now almost always prevails and is accepted as normal. Eros and Thanatos are more contiguous and intertwined than one might think, both from the point of view of the brain mechanisms they activate and the anthropological appeal to an aura of irrational sacredness.  This is evident when attempting to explain the attraction to violence, describing two cerebral-perceptual mechanisms that can, over time, become chronic: the negativity effect and positive-negative asymmetry. These consist of the greater attention paid to negative-violent content, both because it activates the areas of the brain linked to vigilance and survival and because of the imbalance it produces in certain hormones and neurotransmitters.  The messages conveyed through violence are assimilated and merge with the latter, feeding on the passivity or curiosity of the observer, with activation and then progressive habituation, which becomes a normal, ordinary state. The so-called fascination with violence corresponds not only to anthropological and sociological dimensions, but also to neurological ones. As has been discovered, the pleasure centres are activated in the brains of bullies exposed to acts of abuse and violence. This involves the activation of the nerve circuits that regulate aggressive behaviour and are part of a neural network that mediates social behaviour. Two of the many areas that comprise this network are the amygdala and the orbitofrontal cortex. The other anomaly involved in aggression and violence concerns the hyperactivity of the limbic system, including the amygdala, in response to negative stimuli, particularly stimuli that provoke anger. Other research has focused on identifying possible biochemical pathways related to violence. The most scientifically validated studies have shown the role of neurotransmitters associated with aggressive behaviour, particularly serotonin and dopamine.  In addition to genetic and hormonal factors, neurotransmitters (or chemical mediators) are involved in violent behaviour, including serotonin (one of the most powerful modulators in the body, with a significant effect on the brain) and dopamine (control of cognitive functions – attention, memory and learning – and motor functions).

Various studies have explored serotonergic function in violent social interaction in both animals and humans, and most results indicate an inverse relationship between serotonin levels and aggression, particularly impulsive or reactive aggression, in different species, although the results are less linear for humans. Serotonin is known to influence impulse inhibition, emotional regulation and social functioning.  Low levels of serotonin in cerebrospinal fluid can serve as a detector (biological marker) of possible impulsive and aggressive behaviour. Some experimental studies have observed that low levels of serotonin in the brain produce a reduction in the functioning of the orbitofrontal cortex during the performance of a motor inhibition task. The orbitofrontal cortex, among the different areas of the frontal cortex, plays a particularly important role in planning and regulating behaviour in general (motor level); its reduced functionality is associated with emotional control disorders (e.g., mood instability) and behavioural disorders (e.g., impulsivity, hyperactivity, hypersexuality, etc.). This is yet another point of contiguity between sexuality and aggression.

As for the other neurotransmitter, dopamine, it is an important chemical modulator of neural function, and hyperproduction of this mediator has been observed in adolescents who have grown up in a violent family environment and who exhibit serious conduct disorders. The same consideration is made for people who exhibit antisocial behaviour, who show a high release of this neurotransmitter, up to four times higher than normal. Dopaminergic circuits are the main neurotransmitters of the emotional brain and of the emotional processes of pleasure and reward. In fact, the severity of a conduct disorder seems to be attributable to a disinhibition of the reward system, which is normally activated when a person pursues a goal and satisfies a need. This manifests itself, at the level of brain metabolism, in an increase in specific neurotransmitters responsible for subjective feelings of pleasure (dopamine) or the attenuation of painful stimuli (serotonin). As a result, the brains of people with high dopamine levels seek pleasure at any cost (e.g., psychopathy, drug or alcohol abuse), without considering the consequences. Therefore, high-risk behaviours are not only exciting for these individuals but can also represent an “irresistible drug”.  The aforementioned chemical modulators (serotonin and dopamine), like all neurotransmitters, are regulated by many genes responsible for their synthesis, transport, reception and reabsorption. Alterations in the levels of these modulators produce cognitive, emotional and behavioural changes, and the genes that influence neurotransmitter function can predispose individuals to the development of aggressive thoughts, emotional states and behaviours.  Vulnerability to aggressive behaviour is accentuated in the presence of stressful environmental conditions, but also by psychological and emotional deprivation in childhood, the use of substances that interfere with brain function, concentrations of certain hormones, and social group mechanisms.

Studies in biochemistry, brain imaging, and genetics indicate that dysfunctional interactions between serotonergic and dopaminergic systems in the prefrontal cortex may represent an important mechanism underlying the link between impulsive aggression and its comorbid disorders. Serotonergic hypofunction, combined with high dopaminergic function, may represent a biochemical characteristic that predisposes an individual to impulsive aggression. This dopamine hyperfunction contributes additively to serotonergic deficiency. This underlying impulsive disposition can manifest itself in self-directed and other-directed behavioural aggression in the presence of precipitating stressful events. Substance abuse, associated with impulsive aggression, is understood in the context of dopamine dysregulation resulting from serotonin deficiency. Furthermore, most data from studies on brain damage and structural and functional neuroimaging indicate that reactive aggressive behaviour is regulated by frontolimbic brain areas, and in particular from the orbitofrontal cortex (OFC), ventromedial prefrontal cortex (mPFC), amygdala and hippocampus. Dopamine is the same transmitter that comes into play with sexuality along with the hormones testosterone, oestrogen and progesterone.

Years ago, research was conducted at the University of Chicago to understand what happens in the minds of adolescents when they watch scenes of violence. To carry out the study, they selected young people (aged 16 to 18) who had behavioural disorders (aggression, hyperactivity, lack of attention) that had led them to commit violent acts. The subjects were asked to watch videos showing people being attacked and injured, while the researchers observed the activity of the boys’ brains. The results were compared with those obtained from observing other young people who did not have conduct disorders.  In the first group of adolescents, the amygdala and ventral striatum areas were activated, which can be considered the true centres of pleasure. In the second group of adolescents, viewing violent videos activated the medial prefrontal cortex, orbitofrontal cortex, and temporo-parietal junction. In individuals with conduct disorders, scenes of violence were therefore characterised as a reward that was not inhibited by mental control processes. Another factor at play in the explanations concerns the functioning of so-called mirror neurons, brain cells that are activated when we perform an action but also when we observe someone else performing it.

These neurons are the basis of learning by imitation and empathy, but in the case of violence, they can have an undesirable side effect: predisposing those who witness aggressive episodes to replicate similar behaviours, almost as if they had experienced it first-hand. Several experiments have been conducted to understand this phenomenon. Witnessing violent scenes activates the areas of the brain responsible for motor preparation and emotion (visualised with magnetic resonance imaging). In other words, the brain was preparing to repeat the aggressive action, even though the person did not actually perform a violent act. The vast amount of violent content conveyed daily by the media and social networks, films, video games, news and violent images become repeated stimuli which, in the long run, desensitise and further “normalise” violence.

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