Diritti umani
Come uccelli in gabbia- “Non dimenticateci”: l’appello delle donne afghane all’Occidente
Dall’agosto 2021, con il ritorno dei talebani al potere, la condizione femminile in Afghanistan è precipitata. Diritti conquistati nei vent’anni precedenti sono stati cancellati in pochi mesi.
di Alessio Zedda
Horia ha 20 anni, Farida 23: entrambe vivono a Kabul e rappresentano due facce della stessa realtà. Una studia inglese e tedesco da autodidatta, l’altra ha dovuto rinunciare all’università. Le loro testimonianze raccolte da TPI raccontano un Paese dove metà della popolazione femminile è stata privata dei diritti fondamentali.
La situazione delle donne dopo il ritorno dei talebani

Dall’agosto 2021, con il ritorno dei talebani al potere, la condizione femminile in Afghanistan è precipitata. Diritti conquistati nei vent’anni precedenti sono stati cancellati in pochi mesi. Centinaia di editti hanno imposto un vero e proprio sistema di segregazione di genere, definito da molti osservatori internazionali come “apartheid di genere”.
Metà della popolazione femminile non può più studiare, lavorare, muoversi liberamente o partecipare alla vita sociale. Le restrizioni alla libertà di movimento sono state tra le prime: le donne possono viaggiare solo accompagnate da un familiare maschio. Uscire di casa implica anche l’osservanza di rigide norme sull’abbigliamento: corpo e volto devono essere coperti integralmente da burqa o abaya, e la responsabilità di eventuali violazioni ricade sugli uomini della famiglia.
Accesso a spazi pubblici come parchi, palestre, bagni e saloni di bellezza è negato, così come a siti storici. La chiusura delle scuole secondarie e delle università ha reso l’Afghanistan l’unico Paese al mondo dove le ragazze non possono proseguire gli studi oltre la scuola primaria. Sul fronte del lavoro, le donne sono state escluse dalla pubblica amministrazione, dalle ONG e persino dalle agenzie ONU. Anche le strutture legali create per proteggerle sono state smantellate. Parlare in pubblico, cantare o farsi sentire fuori dalle mura domestiche può comportare punizioni.
Giustizia e salute negate
Il sistema giudiziario è stato trasformato in uno strumento di oppressione. La Costituzione del 2004 è sospesa e le leggi contro la violenza sulle donne cancellate. Circa 270 giudici donne sono state allontanate, sostituite da uomini spesso privi di formazione giuridica. Avvocate, procuratrici e professioniste del diritto sono state estromesse, lasciando le donne senza accesso a una giustizia imparziale. Denunce di violenze domestiche o matrimoni forzati restano inascoltate.
La situazione sanitaria è altrettanto critica. I talebani hanno vietato la formazione di infermiere e ostetriche, impedendo allo stesso tempo alle donne di ricevere cure dai medici uomini. In un Paese con alti tassi di mortalità materna e infantile, questa scelta peggiora una crisi sanitaria già grave. Ospedali e cliniche sovraffollati negano spesso assistenza di base alle donne.
Il recente terremoto, con oltre 2.200 morti e circa 3.600 feriti, ha reso la vulnerabilità femminile ancora più evidente. Nei villaggi colpiti, le donne che hanno perso mariti o accompagnatori maschi sono rimaste isolate, impossibilitate a raggiungere centri di soccorso e servizi essenziali. In molti casi, sono state costrette ad attendere ore prima di ricevere cure, aumentando il rischio di complicazioni permanenti.
Un richiamo agli anni ’70

Negli anni ’70, le donne afghane godevano di una libertà impensabile oggi: potevano studiare all’università, lavorare, partecipare alla vita politica e culturale senza restrizioni. Le città, in particolare Kabul, erano piene di studentesse, professioniste e giovani che potevano progettare il proprio futuro. Quel periodo rappresenta un lontano ricordo di opportunità e indipendenza, oggi drasticamente cancellate dal ritorno dei talebani.
La storia di Horia: una vita tra restrizioni e sogni

Horia ha 20 anni e vive a Kabul. «Dopo il diploma, studio inglese e tedesco da autodidatta», racconta. «Ma qui tutto è cambiato dopo il 2021. Per noi ragazze non ci sono più diritti. La scuola è vietata oltre la sesta classe, il lavoro è inesistente, e la nostra vita è ridotta a mangiare, dormire e sposarci».
Nemmeno uscire di casa è permesso senza un uomo accanto: «Se una ragazza e un ragazzo camminano insieme, devono dimostrare di essere parenti o coniugi. L’hijab è obbligatorio: burqa o abaya. Chi non lo indossa rischia la prigione, e perfino il padre viene interrogato».
Horia osserva la depressione e la disperazione dilagare tra le coetanee: matrimoni precoci e mancanza di prospettive segnano il futuro delle giovani. «Vorrei diventare avvocata, pronunciare giudizi giusti. Restare a Kabul? Sarebbe peggio della morte».
Resistenza silenziosa e clandestina
Nonostante la repressione, emergono spazi di resistenza. In alcune province nascono scuole segrete nelle case private, lezioni a distanza su WhatsApp e Google Meet. Anche i saloni di bellezza riaprono clandestinamente, diventando luoghi di incontro e socialità femminile. Questi piccoli gesti di coraggio permettono alle donne di non scomparire del tutto dalla società.
L’ONU definisce l’Afghanistan «il Paese più repressivo al mondo per le donne», un primato che fotografa la marginalizzazione della metà della popolazione.
Il fiore resistente: la testimonianza di Farida

Farida ha 23 anni, studiava architettura e oggi si dedica alla sartoria. «Il mio sogno è diventare architetto, ma l’università è chiusa per noi. Le donne straniere possono studiare liberamente, noi no».
Le restrizioni quotidiane sono severe: burqa obbligatorio, rischio di arresto, impossibilità di muoversi senza accompagnatore maschio. «Non voglio vivere così. Sto cercando di andare all’estero per realizzare i miei sogni», racconta. La famiglia l’ha sempre sostenuta, ma la mentalità dominante reprime la libertà femminile.
Farida rivolge un appello all’Occidente: «Siamo state ferite, ma crediamo ancora in voi. Per favore, non dimenticateci». Le sue giornate scorrono tra studio, lettura, lavori domestici e sartoria, ma la speranza di un futuro diverso resta viva.
Afghanistan, 2025: tra macerie, leggi oppressive e divieti, le donne vivono una doppia tragedia. Eppure, in ogni scuola segreta, in ogni salone nascosto, continuano a resistere, come uccelli che non rinunciano a volare.
