Diritti umani
10 febbraio, Giorno del Ricordo. Ciò che resta: memorie sensoriali tramandate
La nonna Mafalda, nata a Fiume – Istria, l’esodo e quella certezza d’identità che ha saputo trasmettere a noi nipoti.
di Anna Marta Caiulo e Stefania Caiulo
Sono figlia e nipote di profughe fiumane.
La mia storia non l’ho imparata sui libri: l’ho trovata nei gesti, l’ho respirata in cucina, tra i profumi e i sapori che mia nonna portava con sé come bagaglio invisibile … e un giorno, l’ho ritrovata anche aprendo un vecchio baule, uno dei pochi oggetti che era riuscita a portare via da Fiume.
Dentro, tra fotografie ingiallite e piccoli oggetti avvolti con cura, c’erano delle lettere. Le ho lette piano, quasi in punta di piedi, come si fa quando si entra nella memoria di qualcun altro.
In una di queste, mia nonna raccontava la gioia di aver ricevuto una razione un po’ più generosa di patate e farina. Era felice perché finalmente avrebbe potuto preparare gli gnocchi di susini, (gnocchi di prugne) di cui andavano matte le sue bambine, uno dei piatti che le ricordavano la sua casa e la sua infanzia.
Quelle parole mi hanno colpita profondamente.
Ho capito che per lei cucinare non era solo nutrire: era resistere, ricordare, tenere viva una parte di sé che nessun esodo avrebbe potuto cancellare. E allora i miei ricordi sono tornati nitidi. La rivedo in piedi su uno scagnetto (piccolo sgabello) — era piccola di statura, ma grande nella forza e nella dignità – china sulla spianatoia mentre impastava, gnocchi, kipfel di patate, oresgnaza, pinze…
Ogni gesto aveva il ritmo di un rito antico: le mani affondavano nella farina, le patate calde venivano schiacciate con cura, e da quel movimento semplice nasceva una magia di sensazioni gustative.
Non erano solo pietanze. Erano storie. Erano la sua Fiume che continuava a vivere attraverso ciò che preparava per noi.
A Natale la casa profumava di dolcezza e nostalgia, di cannella e chiodi di garofano. Mi rivedo bambina accanto a lei ad aiutarla a preparare l’oresgnaza. Avevo il compito “importantissimo” di sgusciare le noci e seguivo con attenzione il procedimento lungo e laborioso che richiedeva anche 4 giorni tra impasto e lievitazione. Osservavo la nonna che controllava con occhio materno il lievitare delle struzze sotto al canovaccio.

A Pasqua i sapori diventavano più intensi, come se volessero ricordare la forza di chi riparte. Come dimenticare la preparazione delle pinze, una sorta di brioche, per le quali la nonna si assicurava le uova più fresche prenotate al contadino che ai tempi della mia infanzia girava con la bicicletta. Mi ricordo 12 uova –certo ne faceva diverse pinze– e quale la rabbia quando una mattina il contadino lasciò le uova dietro al cancello di casa e la nostra cagnolina Lilly – una dolcissima pointer – a quel tempo in dolce attesa, se le mangiò tutte. Nacquero 11 cuccioletti belli cicciottelli…E le uova? nuovamente da ordinare…
E poi c’erano i giorni normali, quelli senza ricorrenze; poiché mamma e papà erano al lavoro, la nonna, la nostra “tata” di fiducia, provvedeva alla cura della casa e in cucina volentieri preparava i piatti della sua tradizione. Quanto era buona la pasta e fagioli con la “crodigheta” (crosta)della pancetta. Come dimenticare le lotte tra noi fratelli per aggiudicarsi la crosticina formatasi nel paiolo dove era stata cucinata la polenta…E che dire delle landize (fette di pane raffermo, immerse in latte e uova e poi fritte) , delle palacinche, le gustose merende del pomeriggio che noi bambini aspettavamo golosi. Che ricordi….mi viene l’acquolina in bocca solo a pensarci.
Quando poi c’era un compleanno…gnocchi e chifeli a volontà!!!
Era il suo modo di non perdere il filo della memoria, di tenere viva una parte di sé che l’esodo non era riuscito a portarle via.
La guardavo impastare e capivo, senza che lei dovesse spiegare nulla, che quel gesto era un ponte tra ciò che era stato e ciò che sarebbe venuto.
Tra la sua terra perduta e la nostra vita nuova. Tra il dolore del distacco e la dolcezza del ricordo.

Oggi, quando penso alla mia identità, non penso solo ai racconti dell’esodo, alle date, alle vicende storiche.
Penso a quei profumi. A quelle mani piccole ma instancabili. A quel baule pieno di lettere che custodivano non solo parole, ma vita vera, vissuta sofferta ma ricca di speranza.
A quel modo silenzioso e tenace di tramandare ciò che non si voleva dimenticare. E allora porto qui il mio ricordo: non un ricordo fatto di grandi eventi, di gesta eroiche ma di piccoli gesti quotidiani.
Perché è proprio lì, in quei gesti quotidiani ricchi di amore e in quei sapori che la memoria dei profughi fiumani continua a vivere. E la memoria diventa identità.
