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Diritti umani

Violenza di genere e femminicidi. Intervista a Lorena Pensato: Non è Patriarcato

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L’intervista a Lorena Pensato autrice del libro ‘Non è patriarcato. Indagine sui fattori di rischio negli omicidi relazionali ignorati dal pensiero unico’, nel quale indaga su oltre 200 casi di femminicidi e omicidi intrafamiliari, proponendo un’attenta analisi sui fattori di rischio ignorati dalla propaganda e dai sostenitori del Patriarcato.

L’autrice, anche con considerazioni di tipo giuridico, invita il lettore a riflettere sull’argomento, uscendo dalla comfort zone collettiva che per anni ci ha indotto a considerare il patriarcato e la violenza di genere come dogmi intoccabili, indubbiamente più utili alla diffusione di concetti puramente ideologici piuttosto che allo sviluppo di strategie preventive realmente efficaci.

di Alessio Zedda

Dottoressa, mi sono imbattuto in un podcast dove era intervistata e non sono riuscito a smettere di ascoltarla, dopo alcune frasi ero semplicemente ammirato dal Suo coraggio. Affrontare il tema della violenza sulle donne senza formule magico-ideologiche richiede una buona dosa di temerarietà e lei,  forte di una competenza e di una conoscenza del tema fuori dall’ordinario, mi ha conquistato subito. Partiamo dall’approccio: Lei sostiene che l’appiattimento sul “patriarcato”, quale causa maggiore di ogni episodio violento ai danni del genere femminile è un ostacolo “metodologico” ad un intervento serio ed efficace nella prevenzione della violenza di genere, come è arrivata a questa convinzione?

Dopo aver analizzato all’incirca 200 casi tra femminicidi omicidi di donne e omicidi nel contesto familiare, mi sono resa conto che restavano fuori dalle attuali strategie preventive tutte le situazioni lontane dal fattore culturale: ad esempio donne uccise da altre donne, dai figli, dai parenti. Ho controllato i vari e discordanti elenchi di cosiddetti femminicidi, all’interno dei quali c’erano vittime femmine, bambine o ragazze uccise con i fratelli maschi senza che questi ultimi rientrassero in nessuna categoria specifica. Quest’anno ci sono state 4 coppie uccise, ma l’unico nome presente è quello delle vittime donna. È lampante che la criticità non riguarda solo la raccolta dati, la rielaborazione, le relative statistiche ma addirittura l’essenza stessa del termine feminicidio. Questo termine è un ‘espressione politica, proprio come patriarcato e si lega alla visione anticapitalista, anti neoliberista e antioccidentale della sinistra mondiale, secondo la quale il maschio bianco privilegiato etero e cis, avrebbe creato un sistema oppressivo e violento nei confronti di tutte le minoranze e gli svantaggiati. Ed è così che dagli anni 90’ ad oggi siamo passati dalla dimensione individuale dei casi alla responsabilità collettiva e sociale, strutturando la prevenzione come rieducazione della società.

  A proposito di “operazioni concettuali azzardate e ideologiche” Lei descrive la deriva nominalistica della lotta alla violenza di genere (che dovrebbe essere di ogni genere) e la contrappone ad un approccio multifattoriale. Ce lo racconta?

 

La violenza è sempre multifattoriale, significa che a determinare la decisione di compiere violenza concorrono vari fattori di rischio. Il fattore culturale è un elemento di rischio se pensiamo ai genitori di Saman Abbas che esplicitamente aderiscono ad un sistema di regole religiose incentrato sulla sottomissione della donna. Eppure, anche in questo caso, sarebbe corretto esaminare quali sono gli altri fattori di rischio che hanno portato dei genitori al diabolico piano di eliminare fisicamente la propria figlia. E poi, dovremmo chiederci di quale patriarcato stiamo parlando: quello religioso, condiviso anche dalle donne islamiche credenti o quello occidentale? per prevenire questo femminicidio, la strategia sarebbe l’educazione sessuo-affettiva nei Licei? L’omicidio di questa giovane donna è uguale all’omicidio di Giulia Cecchettin, al piccolo Samuel ucciso dalla mamma, a Giada e Alessio uccisi dal papà? Evidentemente no, perché in ogni caso sussistono i più svariati fattori legati alla condizione psicoemotiva dell’autore di reato. A cosa serve parlare di patriarcato?

In un capitolo del Suo libro “non è patriarcato”, Lei sottolinea quella che, per chi ha a che fare con la metodologia scientifica, appare quasi una ovvietà. Lei ci dice che non sempre l’omicidio di una donna è un “femminicidio”. Sembra una differenza di poco conto, ma non lo è in relazione alle contingenze a partire dalle quali si verifica una condotta violenta che dà luogo ad una fattispecie criminosa.

Una donna uccisa per motivi economici dal marito non è femminicidio, una madre uccisa dal figlio psichiatrico non è femminicidio, una nonna uccisa dal nipote drogato non è femminicidio. Perché gli italiani, i politici, i giornalisti fanno fatica a fare questa analisi? Probabilmente per quella che io chiamo la comfort zone collettiva. Ci hanno messo in una stanza con un solo corridoio e nessuna pensa di poter aprire le porte laterali. Come è possibile che un giovane dipendente da sostanze che uccide la propria madre sia considerato un ragazzo disagiato, mentre se uccide la fidanzata è figlio sano del patriarcato? I CAV (Centri Anti Violenza) negano la correlazione tra dipendenze o disagio psichico e violenza, eliminando in questo modo la gran parte degli studi scientifici che dal ’90 ad oggi ne attestano il legame fino ad un 70%. Una contraddizione che svela la natura ideologica del mondo prevenzione.

 Lei, nel suo testo, fa riferimento ad una forma di “abbaglio multiculturale”, per il quale l’Occidente, rinuncia a riconoscersi come sistema di valori inderogabili e finisce per omologarsi alla sopraffazione vera e propria che avviene con le spose bambine in Afghanistan, tanto per citare un esempio paradigmatico. A tal proposito sembra interessante la vicenda della prof.ssa Harriet Fraad, che utilizza il femminismo come chiave di lettura necessaria a contrastare il modello occidentale. I numeri sono impietosi, se pensiamo all’Italia: solo lo 0,0003% di “assassini relazionali” a fronte di 30 milioni di maschi che conducono una vita normalissima, lontano dalla violenza di genere. Come è stato possibile convincere l’opinione pubbliche di un’emergenza che nei numeri non c’è?

L’ONU e le Istituzioni Europee hanno seguito le istanze woke, introiettando il modello antioccidentale. Una malattia autoimmune che è partita dalle Università Statunitensi per approdare alla Vecchia Europa attraverso l’establishment degli pseudo o veri intellettuali. Ad oggi che la deriva woke-cancel culture e politically correct è sotto gli occhi di tutti, molti ne stanno prendendo le distanze; tuttavia, sarebbe interessante rileggere le loro dichiarazioni fino ad un paio di anni fa. L’abbaglio culturale ha anche approfittato dell’ingenuità dell’opinione pubblica che per gran parte ancora oggi, non sa cosa sia il woke e quali legami abbia con le politiche su pari opportunità e violenza di genere.

 Da ex ricercatore sono rimasto piacevolmente colpito dalla cura metodologica che lei ha avuto nei confronti della lettura dei dati amministrativi, in particolare mi sembra di grande interesse la scomposizione del percorso di pseudo-conoscenza tipico delle ricerche scientifiche fatte “al contrario”, in questo caso partendo dall’esito desiderato: la responsabilità esclusiva del patriarcato come eziologia definitiva della violenza di genere. Chi dovrebbe controllare la correttezza e la divulgazione dei numeri? E perché nessuno se ne occupa?

L’EIGE, Commissione per la parità e l’equità in Europa, è perfettamente consapevole delle criticità legate alla raccolta dati; tuttavia, i vari politici che si sono avvicendati sembrano aver semplicemente proseguito con le strategie della vecchia politica: cambiamo le parole, firmiamo convenzioni, approviamo bandi senza farsi troppe domande su quale sia la realtà. Qual è il motivo per il quale un’associazione femminista come Casa delle donne è accreditata insieme al Ministero di Grazia e giustizia, al Ministero degli Interni e all’Eures a raccogliere dati? Parliamo di associazioni che negano la tutela di uomini, bambini maschi, ragazzini. Quando ci sono due figli, il maschio che ha compiuto 14 anni non può rimanere nella casa di accoglienza messa a disposizione per donne maltrattate. Eppure la maggior parte dei fondi Europei finiscono alle 85 associazioni che compongono Donne in rete. Possiamo pensare che abbiano la necessità di parlare di violenza sistemica per ottenere maggiori fondi e donazioni?

 Affrontiamo il tema del “vizio di mente”: anche qui i numeri sono impressionanti. Le perizie forensi devono stabilire l’imputabilità, escludendo il vizio di mente c’è il rischio che non siano accertati i disturbi della personalità, le psicosi e la depressione quali fattori non secondari nel manifestarsi del fenomeno criminale della violenza di genere. Eliminare i fattori di rischio reale per attribuirli ad un più generico riferimento patriarcale significa depotenziare l’efficacia delle strategie preventive, ignorando le cause concrete dei fenomeni che si vogliono contrastare. Come possiamo uscire da questo equivoco?

Innanzitutto, dobbiamo procedere con la Riforma del vizio di mente. Nell’ultimo convegno che ho organizzato il 31 gennaio, abbiamo iniziato a parlare di abolizione della non imputabilità per malattia mentale (artt. 88 e 89 c.p.). La collaborazione con il coordinamento Psichiatri Toscani è stata fondamentale per far emergere un concetto base: l’istituto del vizio di mente è un ostacolo alle cure psichiatriche e alla prevenzione. Il patriarcato ha fatto comodo anche in questo caso perché mettere mano a questa materia significa investire risorse, fare studi e ricerche sulla correlazione tra disagio psichico e omicidi intrafamiliari, provvedere ad una corretta informazione sulla complessità della materia. È evidente che lo slogan “maschio violento figlio sano del patriarcato” ha costo zero mentre prevedere la responsabilità penale, anche per coloro che sono riconosciuti malati di mente e che quindi dovrebbero scontare la propria pena, diventa un tema incandescente e articolato. Ad oggi le sentenze di assoluzione per chi è considerato incapace di intendere e di volere, stridono con l’evoluzione della psichiatria e delle cure. La deresponsabilizzazione non può più essere una risposta. Se hai compiuto un reato, la sentenza deve essere di condanna con la previsione delle necessità individuali per scontare la pena detentiva.

 Correndo il rischio di essere un po’ troppo “tecnici” vorrei però che mi descrivesse la sostanziale differenza tra causa e fattore di rischio, differenza che ha implicazioni notevoli sulla trattazione del fenomeno e sulla sua gestione sociale, politica e giuridica. Quali sono i rischi di accomunare sotto un’unica “causa” eventi molto diversi tra loro?

Filippo uccide Giulia: la causa è la cultura patriarcale. Questo assunto è falso perché’ la causa prevede che vi sia un nesso eziologico: la causa della morte è il dissanguamento. La causa delle 75 coltellate è il patriarcato? Dovremmo eliminare tutti gli altri fattori di rischio per determinare che la causa che ha spinto Turetta ad uccidere è effettivamente il patrimonio culturale occidentale. Se dovessimo riscontrare tratti di personalità borderline, disturbo paranoide, ossessione e ideazione prevalente come faremmo poi a valutare l’incidenza del patriarcato? Possesso, controllo, pensieri intrusivi sono riscontrabili anche nei casi dove le donne uccidono gli uomini. La violenza di genere è diventata un immenso ed eterogeneo contenitore dove maltrattamenti, stalking, omicidi, sono tipizzati come forma unica di prevaricazione maschile sul femminile. Purtroppo, la questione è più complessa ma pare che l’Europa si sia appiattita alla narrazione degli slogan: efficaci e poco costosi.

 Ho trovato di grande interesse il tema della “colpa sociale” e della copertura ideologica di crimini che spesso non hanno nulla a che vedere con la dimensione istituzionale, culturale o politica. Il ruolo del post-marxismo è emblematico a tal riguardo: è corretta l’interpretazione secondo la quale il femminismo come ideologismo culturale abbia preso il posto dell’ideologia politica così come il nemico capitalista abbia ceduto il passo al patriarcato?

Credo sia stata la malsana evoluzione del post ’68. I Collettivi di oggi scimmiottano quelli di ieri. I cavalli di battaglia sono gli stessi, è stato sufficiente sostituire il proletariato con la comunità LGBTQ++ e gli immigrati. Per il resto direi niente di nuovo: la polizia e le forze dell’ordine sono i nemici, l’obiettivo è la rivoluzione pertanto la violenza è giustificata, sovvertire il sistema economico senza sapere esattamente con cosa si dovrebbe sostituire (è evidente che il collettivismo non può essere un’opzione), parlare di borghesia come se fossimo nell’800, allearsi con il nemico del nemico, in questo caso l’Islam, attaccare i valori occidentali partendo dal nucleo famiglia. Queste tesi sono la base per I collettivi transfemministi e per le Associazioni femministe. La lotta al Patriarcato occidentale, non ha a che fare con i diritti delle donne, ma con l’ideologia post marxista. Quando le persone scendono in piazza con NON UNA DI MENO, ignorano la matrice delle manifestazioni e il traguardo. Rieducare la società al modello post marxista attraverso le scuole. Convincere l’opinione pubblica che l’educazione sessuo-affettiva farà diminuire i femminicidi, che ogni omicidio è il frutto di una società malata e misogina, dividere il mondo in maschi e femmine sostenendo che la violenza è solo maschile, ma dichiarando che il sesso biologico non conta e si deve parlare di genere è un delirio di fronte al quale sento di non poter tacere.

 In un passo del suo libro Lei scrive: “ogni qual volta questi soggetti hanno la sensazione di averla fatta franca o di non aver subito conseguenze per il proprio comportamento, alzano l’asticella e diventano più pericolosi”. Affrontiamo, in questo caso, il delicato tema della prevenzione di delitti ampiamente prevedibili.

Sul mio canale YouTube c’è l’intervista al Dott. Bettonte, psichiatra e psichiatra forense, durante la quale chiedo se un soggetto psicopatico può essere rieducato: la risposta secca e sincera è stata No. È chiaro che in uno Stato democratico non puoi pensare di buttare via la chiave, ma la realtà a volte si scontra con i valori. I soggetti con disturbo antisociale (rappresentano l’80% della popolazione carceraria) o gli psicopatici, traggono soddisfazione dalla violazione delle regole e ogni qual volta la fanno franca, alzano l’asticella per provare a loro stessi di essere più furbi di tutti gli altri. Il nostro sistema giudiziario, soprattutto negli ultimi 40 anni, è stato improntato alla tolleranza e alla rieducazione, dando per scontato che si debba rischiare per provare a dare a tutti una chance. Non esistono più psicopatici, ma solo minoranze economicamente e socialmente disagiate, che delinquono perché non siamo stati capaci integrare. Quindi se l’omicida è figlio di immigrati, ha 5 fratelli e vive in 35 mq allora ha ucciso il compagno di classe perché spinto dall’indigenza, se lo avesse fatto un ragazzo del ricco nord est, sarebbe stato figlio sano del patriarcato capitalista che di fronte alla foto della sua ragazza insieme ad un altro, ha attuato il tipico comportamento controllante e predatorio, proveniente da una società corrotta e misogina. Argomento complesso e come sempre non ho slogan per definire i vari concetti.

 Leggendo il Suo libro sono rimasto sconcertato dal fatto che esiste una mole di informazioni di grandissima utilità sulla quale sarebbe importantissimo poter lavorare, allo scopo di migliorare la comprensione di fenomeni complessi per i quali risulterebbe decisiva una rielaborazione dei dati ottenuti in sede giudiziaria.

Il mio obiettivo è chiedere che sia finanziata la ricerca empirica in carcere perché gli unici che possono dirci quali sono i campanelli d’allarme e come intervenire sono solo coloro che quel reato lo hanno commesso. Ad oggi le perizie psichiatriche rimangono agli atti ma non sono parte della letteratura sulla quale si formano gli esperti.

Il tema della generale sottovalutazione eziologica del disagio mentale è incredibilmente centrale, eppure nel nostro paese si preferisce etichettare ogni evento delittuoso come femminicidio, persino la catalogazione ufficiale di questi fenomeni risente dell’ideologia culturale dominante. Ad un certo punto Lei scrive che essere in grado di intendere e di volere non equivale ad essere socialmente capaci di vivere con consapevolezza sociale del disvalore rappresentato da certi fenomeni delittuosi. Il legame tra violenza e dipendenze, inoltre, determinando un’alterazione che non incide sulle capacità di intendere e di volere in modo permanente, è spesso ignorato, vogliamo approfondire questo aspetto cruciale?

Si tratta di una zona grigia. Non sono malato mentale ma il mio stato psicoemotivo incide sul percorso decisionale che porta all’omicidio del partner. Non si parla mai di fattori precipitanti, di disturbi di personalità, di come persino la marjuana sia oggi capace di provocare momenti di psicosi, quando assunta fin da giovani. Se subiamo un forte trauma come la separazione, l’allontanamento coattivo dai figli, un lutto, una malattia, come agisce il nostro cervello? Il disturbo border è incentrato sulla sindrome abbandonica, i tratti paranoici possono contribuire ad una visione ossessiva del rapporto, la depressione è un elemento che incide su tutti i membri della famiglia. I femminicidi pietatis causa rappresentano un numero consistente per non parlare degli omicidi-suicidi e delle stragi familiari. Il problema è che affrontare queste tematiche significa suscitare svariate polemiche: dalla questione della patologizzazione dei comportamenti allo stigma della malattia mentale, quindi è più facile non parlarne.

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